Il ritorno di Veronesi
Il titolo è Caos Calmo e uscirà da Bompiani a fine settembre. Sandro Veronesi ha lavorato più di cinque anni al suo nuovo romanzo e ha da poco terminato la sua fatica, consegnando all’editore 450 pagine. L’inizio del libro vede il protagonista, Pietro Palladini, impegnato insieme al fratello nel rischiosissimo salvataggio di due donne che stanno annegando in mare, per poi tornare a casa e scoprire che Lara, sua compagna da cui ha avuto una figlia e che sta finalmente per sposare, è morta d’infarto. Invece di un matrimonio si celebrerà un funerale. [...]
Leopoldo Fabiani, In Bozze, L’almanacco dei libri, La Repubblica
Un assaggio del primo capitolo tratto dall’anteprima di Inizi, Fandango
– Là! – dico.
Abbiamo appena fatto surf, io e Carlo. Surf: come vent’anni fa. Ci siamo fatti prestare le tavole da due pischelli e ci siamo buttati tra le onde alte, lunghe, così insolite nel Tirreno che ha bagnato tutta la nostra vita. Carlo più aggressivo e spericolato, ululante, tatuato, obsoleto, col capello lungo al vento e l’orecchino che sbrilluccicava al sole; io più prudente e stilista, più diligente e controllato, più mimetizzato, come sempre. La sua famigerata classe beat e il mio vecchio understatement su due tavole che filavano al sole, e i nostri due mondi che tornavano a duellare come ai tempi dei formidabili scazzi giovanili – ribellione contro sovversione –, quando volavano le sedie, mica scherzi. Non che si sia dato spettacolo, è già tanto se siamo riusciti a non cadere dalle tavole; ma, del resto, lo abbiamo dato – lo spettacolo di chi è stato giovane anche lui, e per un breve periodo ha creduto che certe forze potessero veramente prevalere, e in quel periodo ha imparato a fare un sacco di cose che in seguito si sono rivelate sovranamente inutili, tipo suonare le congas, o rotolare una moneta tra le dita come David Hemmings in Blow Up, o rallentare il battito cardiaco per simulare un attacco di bradicardia e venire riformati al servizio militare, o ballare lo ska, o rollare le canne con una mano sola, o tirare con l’arco, o la meditazione trascendentale, o, per l’appunto, il surf. I pischelli non potevano capire, Lara e Claudia erano già tornate a casa, Nina 2004 è partita stamattina presto (cambia fidanzata ogni anno, Carlo, e così io e Lara abbiamo cominciato a millesimarle): non c’era nessuno a goderselo, è stato uno spettacolino tra noi due, uno di quei giochi che hanno senso solo tra fratelli, perché un fratello è il testimone di un’inviolabilità che da un certo momento in poi nessun altro è più disposto a riconoscerti.
– Là! – dico all’improvviso.
Poi ci siamo sdraiati sulla sabbia ad asciugarci, ebeti di fatica, con gli occhi chiusi e il vento che ci arruffava i peli del petto, e siamo rimasti in silenzio, a rilassarci. D’un tratto però mi sono accorto che per godere di quella pace stavamo trascurando qualcosa che da un po’ di tempo aveva cominciato a segnalarsi con una propria rumorosa urgenza: delle grida. Mi sono tirato su a sedere, immediatamente imitato da Carlo.
– Là! – dico all’improvviso, indicando un gruppo di persone molto agitate, un centinaio di metri sopravvento.
Ci alziamo di scatto, i muscoli ancora caldi per la lunga cavalcata tra le onde, e ci dirigiamo di corsa verso quella piccola folla. Lasciamo tutto lì, telefonini, occhiali, soldi: improvvisamente non esiste più nient’altro che quel crocchio e quelle grida. Si fanno senza pensare, certe cose.
Il tempo che segue è una specie di fulminea sequenza medianica, senza altra sensazione che quella di essere tutt’uno con mio fratello: le domande su cosa sia successo, il vecchio esanime sul bagnasciuga, l’uomo dai capelli biondi che cerca di rianimarlo, la disperazione di due bambini che gridano “Mamma!”, i volti smarriti delle persone che indicano il mare, le due testoline perse tra le onde, e nessuno che agisce. In quella stasi frenetica si staglia lo sguardo azzurro di Carlo, intenso, carico di una formidabile energia cinetica: quello sguardo dice che per qualche indiscutibile ragione tocca a noi andare a salvare quei due poveretti, e che in realtà è come se l’avessimo già fatto, sì, è come se fosse già tutto finito, e noi due fratelli fossimo già gli eroi di quella marmaglia di sconosciuti, perché siamo creature acquatiche straordinarie, noi, siamo tritoni, e possiamo domare le onde per salvare vite umane con la stessa naturalezza con cui le abbiamo domate per divertirci sulle tavole da surf, e lì attorno altra gente in grado di farlo non ce n’è.
Entriamo in acqua correndo, e ci trasciniamo fin dove frangono le prime onde. Lì ci imbattiamo in uno strano uomo, allampanato e rosso di capelli, intento a gettare goffamente verso il largo una cima cortissima, mentre le persone da salvare distano perlomeno trenta metri. Gli passiamo accanto di slancio, lui ci guarda con occhi che non dimenticherò mai – gli occhi di chi lascia morire la gente – e con voce vigliacca, degna di quegli occhi, tenta di dissuaderci: “Non andate”, sibila, “Ci rimarrete anche voi”. “Ma vaffanculo”, è la risposta di Carlo un attimo prima di tuffarsi sotto un’onda e cominciare a nuotare. Io faccio altrettanto, e, nuotando, vedo in controluce le ombre nere dei muggini filare orizzontalmente lungo il muro verde che si forma ogni volta che un’onda si alza per poi schiantarsi sopra di me: quei pesci fanno il surf, si divertono, come noi pochi minuti fa.
Viste dalla riva le due teste parevano vicine tra loro, ma in realtà sono abbastanza distanti, tanto che a un certo punto io e Carlo dobbiamo separarci: gli faccio cenno di piegare verso quella di destra, mentre io mi butterò su quella di sinistra. Di nuovo mi guarda, sorridendo, annuisce col capo, e di nuovo mi sento invincibile; poi entrambi ripartiamo con forza.
Quando sono abbastanza vicino mi accorgo che si tratta di una donna. Ripenso ai due bambini disperati sulla riva: “Mamma!” La testa sparisce sott’acqua e poi ricompare secondo un’imperscrutabile combinazione di forze cui la donna pare ormai del tutto estranea. Le grido di tenere duro e rinforzo le bracciate, mentre una corrente molto forte cerca di trascinarmi da un’altra parte. Quella donna è finita nel bel mezzo di un vortice. Arrivato a un paio di metri da lei comincio a distinguere i suoi lineamenti forti, il naso un po’ schiacciato, alla Julie Christie, ma soprattutto il velo di puro terrore che le è calato sugli occhi: è allo stremo, non riesce neanche a gridare, riesce soltanto a singhiozzare. Le ultime bracciate le faccio a rana, e la raggiungo. Dalle profondità del suo corpo proviene una specie di sinistro gorgoglio, come di lavandino intasato.
– Stia tranquilla, signora – le dico – adesso la porto a ri––
Fulmineamente, quasi vi si fosse preparata con cura, la donna mi pianta le mani nell’incavo delle clavicole e mi immerge sott’acqua con tutte le sue forze. Sorpreso a mezza frase io bevo subito, e riaffioro con una certa difficoltà, tossendo.