Archive for August 18th, 2006

18 August 2006

No, non è vero

C: Tu sei morta per me.
B: Il mio testamento dice, mettimi nella merda e ti perseguiterò per il resto della tua cazzo di vita di merda.
 
Sarah Kane, Febbre

18 August 2006

Prima di essere Capote

Fatte le debite proporzioni, leggere Incontro d’estate di Truman Capote (Garzanti, pag. 132, 13,50 euro) è come vedere il cerchio di Giotto. L’inedito, scritto a mano su quaderni di scuola, precede probabilmente il suo primo romanzo (Altre voci, altre stanze), certamente risale a prima del 1950. La storia è ambientata durante una torrida estate a New York. Torrida in due sensi: climatico, e perché vi si scatena la passione di Grady e Clyde. Lei è una diciassettenne assai vispa dell’alta borghesia di Manhattan, lui è il figlio di una famiglia di Brooklyn; ha fatto la guerra e ora è custode di un parcheggio di Broadway. È l’incontro-scontro di due mondi, favorito dalla gentile follia e dal desiderio di libertà di Grady, che approfitta della partenza dei suoi per l’Europa per accogliere nella sua lussuosa casa della Fifth Avenue il riottoso bel ragazzo che ama. Anche lui l’ama, ma è legato al suo semplice mondo povero, alla sua fidanzata, alla madre, al ricordo (una delle pagine più toccanti del libro) della bizzarra sorellina morta pochi mesi prima. Capote, uomo cerebrale e sensuale, sa calarsi passionalmente nell’attrazione di questa ragazza bene per il bel proletario e trasmette al lettore il senso di sconcerto degli amori giovanili. E Grady, la folle, appassionata ribelle, coi capelli rossi, la magrezza eccessiva, il viso senza trucco, vestita di nero e di bianco, è una prova generale, più drammatica e meno mondana, dell’adorabile Holly Golightly di Colazione da Tiffany.

Irene Bignardi, "Che cosa scriveva Capote (prima di essere Capote)", Vanity Fair, 17 agosto 2006

18 August 2006

L’editoria è mestiere, fede, lavoro duro e silenzioso altro che improvvisazioni

«Trent’anni fa l’editoria culturale consentiva a un uomo come Paolo Boringhieri, profondamente appassionato del suo lavoro e delle sue scelte, di destinare una persona interna alla casa editrice a coordinare, rivedere, tradurre, annotare, curare le opere di Freud. Ho lavorato per sei anni consecutivi a questa edizione, senza occuparmi di nient’altro. Oggi una casa editrice non potrebbe più permettersi una cosa del genere». 

Renata Colorni su Paolo Boringhieri 

18 August 2006

Galdós Fantasmi più veri della realtà

Autore di molti romanzi a sfondo sociale, lo scrittore spagnolo nutrì anche una vena surreale che risale a Poe, Hoffmann e Nerval
Che cos’è il fantastico? Todorov risponde con una serie di approssimazioni che escludono il carattere di un genere proprio, autonomo, considerandolo inoltre di breve durata e situandolo alla frontiera fra «il meraviglioso e lo strano». La definizione (o mancanza di definizione) consente di avvicinarsi con sicurezza al libro di Benito Pérez Galdós che porta il titolo Racconti fantastici (Donzelli, pagg. 194, euro 20, a cura di Maria Rosaria Alfani). Al nostro lettore ricordiamo che Galdós è uno dei grandi scrittori realisti della Spagna ottocentesca e senza dubbio la figura di maggior prestigio e respiro europeo. Autore di romanzi a sfondo sociale – quali Gloria, Misericordia, Donna Perfetta, Fortunata e Giacinta e la serie degli Episodi nazionali -, la sua opera ha inciso profondamente sulla cultura del Novecento ispirando uomini di cultura ed artisti, fra cui spicca il nome di Luis Buñuel che dai racconti galdosiani ha tratto numerosi spunti e film, come Nazarín e soprattutto l’indimenticabile Tristana, interpretato dalla nota attrice Catherine Deneuve.
Avvicinarci all’opera di Galdós è entrare in un universo urbano, ricco di personaggi semplici, dotati di gran generosità e invenzione, in contrasto con l’egoismo chiuso della classe borghese. Un macrocosmo abitato da un’umanità viva e dolente, situato nei quartieri tumultuosi della Madrid popolare, oppure proveniente da affreschi epocali, dove al quadro storico e alla descrizione psicologica dei personaggi si alternano momenti di pura evasione, realizzati attraverso il sogno e l’inverosimile. Motivi che devono molto alla precedente letteratura europea, ad esempio all’opera di Poe, Hoffmann o al fantastico inquietante di Nerval; oppure – volendo fare un’altra lettura – provengono da una caratteristica propria della cultura spagnola che in genere mostra un approccio al reale troppo intenso e ravvicinato, tale da trasformarlo a volte in evento epifanico e, quindi, in visione e surrealtà.
Pensiamo ai quadri di Zurbarán, osserviamo le sue nature morte, i cesti, le brocche così vere, ma che respingono ogni processo di assimilazione con la realtà. Aleggia in quelle immagini un’aura sospesa di mistero, un alone luminoso che avvolge l’oggetto, rifiutando l’operazione di approssimazione ed equazione con il banale quotidiano. Qualcosa di analogo accade in alcuni romanzi di Galdós, come in Misericordia e in particolare nel personaggio della domestica Benina, pronta a ricorrere all’immaginazione per trasformare l’ambiente di povertà della casa che la lega alla padrona Donna Paca: le sue ingenue fantasie, collimanti a volte con il reale, creano una zona refrattaria al peso ingombrante dell’oggettività. Si tratta di brevi momenti che consentono l’evasione, il sogno, l’invenzione, un ambito raggiungibile solo attraverso la fantasia.
Nei Racconti fantastici – che riunisce spunti pubblicati fra il 1865 e il 1897, destinati ai lettori di quotidiani e poi apparsi in antologie parziali – Galdós apre continui varchi narrativi che rifiutano il principio del verosimile per abbandonarsi al tempo stupito e straniante della surrealtà. Occorre però dire che a dominare la pagina non è il mondo dell’incubo o del terrore, quanto piuttosto la percettività di lievi segni misteriosi e parvenze sospette che circondano la vita umana, difficili da ricondurre a una spiegazione razionale, e di fronte alle quali l’autore adotta un atteggiamento ironico e divertito. Ad esempio, nel racconto d’apertura lo scrittore si sofferma a parlare dei rumori insoliti della natura e degli oggetti: fruscii, brusii, lamenti e raffiche del vento, ondeggiamento di alberi e foglie, musica vellutata della seta; lo scricchiolìo improvviso del legno, il tonfo sordo delle scarpe sul pavimento o un suono secco, acuto, che attraversa il silenzio della notte. Insomma, il presentimento di una vita misteriosa che pulsa intorno a noi e spinge a fantasticare, ad immaginare: immaginare che cosa?
L’autore non va oltre l’ombra del sospetto, rifiutando la presenza del demoniaco o del sovrannaturale, interessato solo a prefigurare zone incerte di una realtà gravida di incanto e stupore, ma anche ricca di inquietudine. Nel racconto Dov’è la mia testa, il protagonista scopre una mattina di non avere più la testa sul collo; durante la notte, non potendo dormire a causa di un grande bruciore, se l’era tolta. Va dunque alla sua ricerca, gira angosciato per le vie e i quartieri della città finché la vede esposta nella vetrina di un negozio di cappelli, mirabilmente pettinata e con la barba curata. Emozionato entra nel locale, temendo che la sua decapitazione possa suscitare stupore e ilarità, ma gli viene incontro una bella donna che lo invita con una mano a sedersi, mentre con l’altra agita un pettine, pronta a sistemare sul suo collo la testa ritrovata.
Tutto qui il fantastico bonario e infantile proposto dal libro di Galdós? Diciamo che non è solo questo, anche se la cornice che lo accompagna è quella del sogno e della stravaganza più che dell’incubo, ed è visibile la propensione dello scrittore a cogliere la magia del quotidiano attraverso gli effetti del vino, lo stordimento, la sonnolenza. Non mancano tuttavia motivi irrazionali di conio letterario, come quello di La congiura delle parole, in cui articoli, sostantivi e pronomi si mettono bizzarramente a dialogare fra loro rivendicando la propria autonomia; oppure si legga il racconto Il romanzo del tram, che narra un viaggio attraverso le strade di Madrid, dove si incrociano conversazioni, persone, letture, dialoghi e monologhi, spazi interni e scorci esterni, in un groviglio confuso di realtà e immaginazione, facilitato dal torpore in cui è caduto il protagonista della storia.
Potremmo definire l’universo fantastico del libro un mondo minimalista, relegandolo alla stagione giovanile dell’autore; di certo i brevi interstizi dell’irrazionale illustrati da Galdós, scrittore realista, rappresentano un chiaro invito a cogliere «l’inverosimile» – chiamiamolo così – anche nella grigia realtà del quotidiano.

Gabriele Morelli,  Galdós Fantasmi più veri della realtà, il Giornale

18 August 2006

Il piatto base

Ieri il progetto Oblique-C*** ha avuto una battuta d’arresto. Di quelle selezionate, coccolate, è stato impossibile trovarne una aperta. E allora cacio e pepe fatto in casa, meglio che da Cacio e pepe, che ha usato l’olio e come ho già detto te la devi preparare da solo se non vuoi passare la serata a tossire. Pur senza il pepe in grani, pur senza un pecorino di fine qualità siamo riusciti a tirar fuori, sperimentando l’impostazione alla Felice, cioè con la scorza di limone, un ottimo primo. Senza olio né burro. Un gustoso cremolato morbido e pungente, questo è quello che deve avvolgere le mezzemaniche o, meglio ancora, i tonnarelli acqua e farina preparati da poco.


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