Archive for August 29th, 2006

29 August 2006

Proposta di traduzione

Caro Papini,
Appena tornato a Milano ho parlato in casa Mondadori, e ho ottenuto la formale autorizzazione di proporti la traduzione del «Don Chisciotte», colla percentuale del 15%.
Mi rendo conto della necessità di darti il massimo tempo possibile; potremmo, se non hai nulla in contrario, fissare per la fine del ’31. Il libro uscirebbe nel ’32.
Non so ripeterti come io ci tenga. Sono sicuro che la mia insistenza e il tuo lavoro daranno alla nostra letteratura un nuovo magnifico libro. Oso confidare che avrai vinto frattanto le ultime esitazioni, e che mi risponderai appena ricevuta questa lettera.
Sono lieto di aver passato qualche minuto con te; e ti saluto affettuosamente.
G.A. Borgese

Lettera scritta da Giuseppe Antonio Borgese a Giovanni Papini il 18 aprile 1929, su carta intestata "Corriere della Sera"

29 August 2006

Bisogno di Buttafuoco? E intanto i giochi del Campiello sembrano essere fatti. Concordati

C’era bisogno di questo libro. Perché sono anni ormai che della Sicilia e dei siciliani non si sente altro che il periodare, caricaturale e svagato, del loro dialetto, del loro accento, dei loro vizi, del loro irredento gusto per tutto ciò che di male questa terra ha fatto a se stessa e agli altri. C’era tanto bisogno di questo romanzo, ricco e pastoso. E’ da quando si è chiuso il tempo di Leonardo Sciascia – roba di un secolo fa – che dalla Sicilia arrivano solo le storielline del commissario Montalbano. Racconti divertenti, non c’è dubbio; ma affidate alle ali di quello scirocchetto caldo e appiccicoso che è il politicamente corretto: o, se si preferisce, il pensiero comodo. Perché alla fin fine – e sia detto dopo i doverosi inchini a un mito delle classifiche e degli incassi – il maestro Andrea Camilleri tranquillizza e rassicura tutti. Rassicura i siciliani che con Montalbano si vedono riflessi in un specchio che li fa belli e coraggiosi, persino innamorati della legge e della buona giustizia. Ma alliscia il pelo anche a coloro, sparsi per tutt’Italia, che vogliono ritrovare sul teleschermo, o nei libricini blu della Sellerio, il siciliano che hanno sempre immaginato. Il siciliano del comune sentire: simpatico ma rozzo, intelligente ma tortuoso, romantico ma tentacolare. Da maneggiare comunque con cura. Perché se lo stringi tra le braccia o lo sfiori con le mani finisce che ti schizza addosso un nero di seppia capace di annerire la tua e la sua vita.
Il romanzo di Pietrangelo Buttafuoco – Le uova del drago, da martedì prossimo in libreria – rovescia di colpo il banco. E fa il miracolo. Lì dove s’era allignata la letteratura del linguaggio, untuoso e ruffiano, rinasce finalmente la letteratura del racconto: un racconto araldico e meticcio, fatto di una storia grande – grande come la Seconda Guerra Mondiale, grande come lo sbarco degli Alleati in Sicilia – e di una trama che partendo da Eughenia Lenbach, una giovanissima spia tedesca sempre sospesa tra Idea e Azione, finisce per contaminarsi di fantasie e di miserie umane. Come in un immenso teatro dei pupi dove le mani lunghe della Storia, scritta proprio così, muovono eroismi e vigliaccherie, fierezza e balordaggine, devozione ed empietà.
Quel fantasista del paradosso che fu Jorge Luis Borges imputava la sconfitta profetica di Averroè all’ambizione di volere “immaginare un dramma senza sapere che cos’è il teatro”. Buttafuoco sa invece che cos’è un palcoscenico e conosce da vicino i cantastorie, basta leggere le prime pagine del libro. Ed è per questo, probabilmente, che riesce a immaginare, lui che per una grazia dell’anagrafe non l’ha vissuto, il dramma di una Sicilia ancora una volta devastata da stranieri che combattono contro altri stranieri, aperta a ogni imboscata militare e politica, rotta a ogni tradimento e all’immancabile salto sulle camionette del vincitore. Del resto, per chi ha memoria, il 10 luglio del 1943, giorno dello sbarco degli anglo-americani sulle coste di Gela, ricorda inesorabilmente il 16 giugno dell’827, giorno dello sbarco degli arabi; come la divisione tedesca Goering, subito rinnegata dal notabilato fascista, riporta alla mente le guarnizioni bizantine subito sconfessate dal Eufemio da Messina, capostipite di tutti i saltafossi siciliani.
Ma il miracolo del libro non si ferma al racconto, a ‘U cuntu come Buttafuoco titola il prologo della sua narrazione. Perché con il banco delle storielline alonate di pensiero comodo, salta anche il banchetto zuccheroso dove per anni ogni parola siciliana, vera o presunta, è stata pitturata e infiocchettata come una cassatina per meglio allietare la lettura di grandi e piccini. Le uova del drago, torna alla lucentezza e alla melodia della lingua italiana. Con la pretesa, in gran parte riuscita, di raccontare uomini e cose con il respiro largo di Sciascia, di Tomasi di Lampedusa, di Federico De Roberto, di Lucio Piccolo. I quali, lo sanno ormai pure i bambinelli della candelora, descrivevano luoghi e vicende della Sicilia con l’arpeggio ampio, belliniano, della grande letteratura europea. Loro, a differenza di Giovanni Gentile, che se n’era fatto un cruccio e un pregiudizio, mal sopportavano l’idea di una Sicilia “sequestrata” da se stessa, perchè rannicchiata nell’angustia culturale della propria insularità. Preferivano piuttosto il do maggiore; che è poi quella tonalità alta senza la quale, letterariamente parlando, nessuna provincia dell’uomo sarebbe mai diventata una città del mondo.
Ma a parte la bellezza della lingua, il libro ti stordisce per il coraggio – ma sì, chiamiamolo pure ardimento – con cui Buttafuoco rovescia, e Dio solo sa con quanta passione, il tavolo dei luoghi comuni. E in particolare, di quel principio, politicamente confortante, che vuole sempre e comunque seppellire il fascismo, e tutti coloro che furono fascisti, nel cimitero senza croci della rimozione, del rancore, dell’ipocrisia. Anche dello scherno.
Vitaliano Brancati, che pure visse il fervore di una stagione in camicia nera, di fascisti siciliani ne ha descritti tanti, tantissimi. Ma alla resa dei conti – anche dei conti aperti con se stesso – ha finito per consegnare alla storia della letteratura italiana nient’altro che macchiette. Macchiette formidabili, si badi bene; comparabili solo al voyeurismo capriccioso con il quale Flaubert ha ricamato il berretto di Carlo Bovary, “un oggetto maledettamente complicato e metafisicamente stupido”. Ma pur sempre macchiette. Ricordate la vestizione del gerarca Aldo Piscitello? “Con l’aiuto di Dio riusciva a mettersi in piedi e, indossata la giacca d’orbace, si affibbiava il cinturone di cuoio sulla pancia magra: poi andava alla specchio mentre la moglie con un sospiro diceva alla figlia: ‘Cerca lo strofinaccio’, poiché Piscitello invariabilmente elargiva uno sputo alla propria immagine marziale”. I fascistissimi eroi siciliani che, nel romanzo, fanno da corona alla bellezza guerriera di Eughenia Lenbach, gli sputi li riservavano ad altri. A quel generale di Badoglio, per esempio, che dopo l’otto settembre, giorno della resa, “sperando di fare la sua porca figura”, chiese ai suoi soldati di cambiare direzione di sparo: di combattere la stessa guerra, sia inteso; ma non più al fianco dei tedeschi, bensì “al fianco del nemico angloamericano, quello che già oltrepassando lo Stretto di Messina era ormai considerato alleato e non più invasore”. “Per quanta miseria di cuore e di testa ci fosse all’epoca, per quanto si fosse perduto il senso dell’onore, della dignità, del pane e del sale, capitò la scena capolavoro”, scrive Buttafuoco. “Capitò insomma che i detenuti, tutti gli ospiti della locanda chiamata prigionia, compresi i soldati semplici, messi in riga come nelle migliori delle schiere d’onore, attenti a declinare correttamente le proprie generalità, uno dopo l’altro cominciassero a sputare in faccia all’alto ufficiale venuto da Brindisi”.
Sarà perché Buttafuoco è un uomo di destra – un “débauchée d’esprit”, si ama dire nei salotti buoni – sarà perché quei ricordi sono rimasti per troppi anni a macerare nel fiele del risentimento, sta di fatto che nel romanzo, si coglie, evvivaddio, un compiacimento liberatorio, persino una leggera euforia. L’euforia di chi sa di scrivere con coerenza – André Gide avrebbe detto “eleganza morale” – ciò che andava scritto. Questo libro, per le genialità che appalesa, non poteva che nascere da un soave delirio.

Giuseppe Sottile, Il foglio

29 August 2006

Il fumo si vede benissimo. Anche di giorno

Adesso lasceremo che il fuoco si spenga. Ad ogni modo chi vedrebbe il fumo di notte? E possiamo riaccendere il fuoco quando vogliamo.
 
William Golding, Il Signore delle Mosche


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