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31 August 2006

In America ai creativi gli danno un posto, li pagano e li fanno star bene

Al mattino, uno si alza e sceglie dove far colazione. Può accomodarsi alla tavola “silenziosa”, oppure alla tavola “conviviale”. La prima saletta, dove risuonano soltanto i cucchiaini, è frequentata dagli scrittori nottambuli che per carburare impiegano parecchio (e che dopo aver letto Oscar Wilde – “solo la gente cretina è brillante di mattina presto” – hanno applaudito). La seconda saletta ospita gli scrittori-allodola, o quelli che hanno trascorso una notte di fuoco, oppure quelli che – in mancanza di meglio – si consolano ascoltando gli ultimi pettegolezzi sulle bollenti nottate altrui. Accade a Casa Thanatopsis, residenza per artisti raccontata da T. Coraghessan Boyle nel romanzo “L’oriente è l’oriente” (Bompiani, 1992). E naturalmente accade nelle vere colonie per scrittori – ma anche per registi, pittori, scultori e compositori – che hanno fatto da modello. Yaddo, per cominciare, dove Patricia Highsmith trascorse un paio di mesi nel 1948, giusto quelli che le servivano per terminare il suo primo romanzo “Sconosciuti in treno” (l’anno dopo Alfred Hitchcock comprerà – per pochi soldi, e la scrittrice gliene vorrà fino alla morte – i diritti per il cinema). La ventisettenne texana vantava una lettera di raccomandazione firmata Truman Capote, che era stato lì appena un paio di anni prima, assieme alla Carson McCullers di “Il cuore è un cacciatore solitario” e “Riflessi in un occhio d’oro”.[...] Altra residenza famosa è la MacDowell Colony di Peterborough, New Hampshire, dove Michael Chabon si rifugia ogni volta che può (alternandosi con la moglie Ayelet Waldman, anche lei romanziera): in uno dei trentadue cottage sparsi nel bosco, ha scritto qualche capitolo di “Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay”, di “Soluzione finale”, e del suo prossimo libro, intitolato “The Yiddish Policemen’s Union”. In un altro cottage, il greco-americano Jeffrey Eugenides ha dato una botta decisiva al suo “Middlesex”. [...] La vecchia (immaginaria) Mrs Septima Light, in ricordo del marito prematuramente scomparso e tenendo presente le centenarie Yaddo e MacDowell, avvia quindi la sua beneficenza letteraria. Sceglie un posto fuori dal mondo – l’Isola di Tupelo, al largo della Georgia –, costruisce, nei dintorni della villa avuta, una trentina di casette, ognuna battezzata con il nome di uno scrittore suicida, e vaglia le richieste di artisti e scrittori che cercano un posto tranquillo per lavorare (si sa, da Cyril Connolly in poi, che “una carrozzina in casa è il peggior nemico dell’arte”). Trattandosi di fiction, T. Coraghessan Boyle spiattella ogni cosa. Poiché solo gli scrittori sanno essere davvero crudeli con i colleghi, a proposito dei tavoli separati per la colazione spiega: “Il primo serve agli artisti di temperamento, bisognosi di quiete assoluta e pensosa”. Il secondo serve “a chi deve acquietare il cervello infiammato da notturni sogni di grandezza, e di annientamento totale dei propri nemici”. Gli estranei a Casa Thanatopsis non sono ammessi – a meno che anche loro non facciano regolare domanda, corredata da progetti e lettere di raccomandazione. […] Se i muri di Yaddo, di MacDowell e delle colonie tutte potessero parlare, racconterebbero di capocciate contro le pareti, maratone attorno alla scrivania, pugni in testa, rituali più o meno osceni, vestaglie usate come coperta di Linus. L’arredamento è spartano, per non distogliere dal sacro compito. I messaggi vengono recapitati solo in caso di accertata disgrazia. Telefono, neanche a parlarne. Il soggiorno dura in genere un paio di settimane. Quando arriva alla colonia con la sua valigetta – una volta l’anno, di più non è consentito dal regolamento, ma vengono in soccorso le Foundation che ospitano gli scrittori all’estero – Jeffrey Eugenides passa due giorni dormendo. Poi scatta il senso di colpa e comincia a scrivere. Le iscrizioni sono aperte a tutti gli Yeaw, sigla che sta per “Young Emergent Artists or Writers”. “I pasti sono ottimi” conferma uno degli ospiti. “Peccato che all’ora in cui vengono serviti i mirtilli e frittelle con sciroppo di solito la mia musa si fa viva”. “Cosa ho fatto al campo estivo” era il titolo di un articolo apparso qualche giorno fa sul New York Times, con riferimento ai componimenti che si fanno al ritorno dalle vacanze. Gli scrittori interpellati sembrano tutti bravi ragazzi andati lì con molti compiti da finire, e i paraocchi nello zainetto. Il giornalista spiega che alle colonie per scrittori nascono amicizie – e più spesso inimicizie – capaci di durare una vita. Per non parlare delle storie boccaccesche. Nessuno degli intervistati confessa qualcosa di più piccante che “come si stava bene senza figli e senza bollette da pagare”. David Leavitt racconta di aver fatto amicizia con Jill Ciment perché erano gli unici a non essersi accoppiati sul momento. Eugenides racconta che alla colonia ha conosciuto la moglie scultrice, Karen Yamauchi. Corteggiamento complicato. Lei se ne stava sempre chiusa nel villino a lavorare, e una regista off seminava zizzania: “Non ti fidare di uno che sta scrivendo un romanzo intitolato ‘Le vergini suicide’”. La romanziera Elissa Schapell racconta di essersi trovata bene alla Ucross Foundation di Clearmont, Wyoming: “Mancavano quegli scrittori maschi che – come playboy degli anni 50 – si spostano di colonia in colonia”. Evidentemente, confidando nella gentilezza delle estranee. Alice Sebold va fuori tema, raccontando che mai andrebbe alla colonia per iniziare un romanzo: l’isolamento funziona solo a metà dell’opera. Deplora che alcuni dei suoi colleghi, evidentemente non abituati a pasti regolari, abbiano lamentato l’aumento del girovita. Restano i “si dice”, sintetici e mirati: “Chez MacDowell si lavora meglio, ma chez Yaddo si scopa di più”. Dev’essere per questo che un ex ospite sul sito di MacDowell commenta: “Non mi ero mai reso conto di quanto potessero essere lunghe 24 ore”. A furia di frequentarle, le colonie finiscono nei romanzi. [...]

Mariarosa Mancuso, "Colonie per scrittori affittasi", Il Foglio, 26 agosto 2006

31 August 2006

Scabre, ruvide le superfici dell’anima
 
Leggo con trasporto, e più volte e con lo stesso trasporto, una raccolta di poesie di Eugène Bonnard, scrittore italo-francese di cui abbiamo parlato qualche volta qui, ancora inedito in Italia, ma che ha pubblicato in Canada e in inglese proprio questo volumetto che lui stesso sta traducendo in italiano. Harsh notes è un violento quadrettato di episodi e sensazioni di per sé insignificanti, impennate improvvise, rasoiate, pugni allo stomaco o solo spazi di deprimente silenzio. O di silenzio palpitante, quello che si anela, capite? Una poesia, o un quadretto, sì immaginate proprio una specie di retablo (questa parola non dimenticatela) moderno, si chiama Systematically I, sistematicamente io o forse io sistematicamente. Un pendolo, un punteruolo su ciò che fa già male, mi fa riflettere su questo su come nei rapporti stretti o evanescenti ci sia spesso l’intento, nel migliore dei casi con immediato pentimento, di colpire. O la pigrizia di non essere quello ciò che si è. Bisognerebbe essere sistematicamente sé stessi. Un altro quadretto, Harsh notes, decrive gli appunti ruvidi, spigolosi che dimentichiamo di prendere o forse le parole che singhiozziamo, inudibili talvota, dietro la voce grossa.


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