Dormivo poco, ma quando mi capitava facevo dei sogni vividi e singolari. Io non ero quasi mai presente se non in qualità di semplice spettatore. Erano come i romanzi con cui mia madre continuava a nutrirmi. Alcuni sembravano poemi sinfonici, ma con le immagini, non senza suspense, per quanto esasperata. In realtà, mentre continuavo a leggere di sogni nei libri di narrativa e nella letteratura psicoanalitica, mi facevo domande sulle convenzioni delle narrazioni oniriche, visto e considerato che tutte le descrizioni di un sogno mi sembravano rifarsi a un’immagine piuttosto codificata. L’interpretazione, per forza di cose, è di grande interesse per chiunque ascolti la trama di un sogno, ma il mio interesse si è concentrato sulla struttura, non di un sogno specifico, ma di tutta la categoria. “Sembra un sogno”. “È stato come in sogno”. “Dev’essere stato un sogno”. Così, credendo di avere scoperto i trucchetti convenzionali dei sogni, ho cercato, almeno consciamente, di sovvertire il meccanismo e sognare in maniera narrativamente lineare. I miei sogni spesso si trasformavano in film, senza salti logici poco attendibili, in cui ogni gesto e ogni parola avevano un senso anche dopo che mi ero svegliato. I miei sogni sono diventati così trasparenti da non avere più un significato. Jung sarebbe stato fiero di me. Freud in seduta con me sarebbe andato a schiacciare un sonnellino.
Percival Everett, Glifo
