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Una nuvola color kaki

C’è il dolore, dentro: e molte altre cose che non sai definire ma che sono strettamente imparentate con la vita, la vita vera. Breece D’J Pancake: ventisei anni, un refuso nel nome, un colpo di fucile alla testa e un’unica eredità, dodici meravigliosi racconti continuamente trafitti da flashback che si mischiano improvvisi al presente, violentandone ogni gesto, ogni passo, ogni pensiero. Protagonista di questi racconti, un passato che si fa contemporaneo del presente, un presente lacerato, inibito da un passato che è conservato, collezionato dai personaggi come una cosa morta di cui non si vuole, o non si può, fare a meno. E lo stile semplice, l’ambientazione agreste, l’apparente acerbità delle storie di Pancake non riescono a contenerne la potenza: il linguaggio è tattile, sensoriale, con insospettate impennate visionarie; l’acerbità, di fatto, già matura; questo scrittore già grande, vecchio, prima ancora di diventarlo.

*

Lui vede il ponte avvicinarsi, vede il segno dello scontro e ad alta voce dice il suo nome; dice: “Ottie”. È così che l’hanno chiamato; e ripete: “Ottie”. Quando arriva alla spalla del ponte, solleva lo sguardo e nello specchietto vede il suo viso, provato, sporco; sente la voce di Bus da un tempo lontano, Adesso ti faccio vedere qualcosa. Respira a fondo, in modo stanco; è come se soffiasse fuori gli anni che sono passati da quando la Chevrolet di Bus si è scaraventata su quel ponte, si è ribaltata, e Ottie ne è strisciato fuori. Ma questo gliel’ha raccontato qualcuno; lui ricorda soltanto il calore dell’asfalto duro su cui stava disteso. E a volte, Ottie capisce. Anche oggi, i suoi nervi urtano ancora uno contro l’altro finché non vede un pugno, un pugno che si chiude e si contorce allo stesso tempo; poi dell’acqua calda gli scorre in gola, ha un conato. Dopo arriva la lunga attesa, né giorno né notte, ma entrambi che si piegano l’uno sull’altro finché sono solo un istante, un’attesa. Poi non ci sono più ricordi: solo anni passati a darsi da fare con un semirimorchiatore, anni che rombano assieme ai pistoni, che sferragliano assieme alle strade, in attesa di essere passati al setaccio un giorno. È per questo giorno soltanto che lui è tornato.

La sua mano fruga tra le vecchie fotografie, qualcuna su cartoncino, qualcuna su lastra di rame. Mostrano i visi marroni e grigi dei ragazzi dei Gerlock; uomini che ha conosciuto appena, uomini vecchi, tutti uomini morti. Le donne sono vestite con lunghe gonne; donne belle a metà, diventate vecchie troppo in fretta. Si chiede che colore avesse il loro mondo: vestiti color sacco di farina, abiti di lana nera; un cielo più blu di giorno, una notte più nera.

Ottie sente ridere Sheila, ma in modo più profondo di quanto ricordi. Un tempo le sue risate erano alte e la vecchia la inseguiva sul portico, dicendole: “No, tesoro, non fare così. Una cosa viva ha delle sensazioni”. Ma Sheila avvicinava la punta della torcia di carta a un altro nido, stando attenta a proteggersi le mani dalle fiamme e dalle vespe che cadevano. Stava in equilibrio sulla ringhiera, si teneva stretta alla traversa e lui vide la curva dei suoi seni nascenti incresparle la maglietta. Poi guardò Bus, capì che anche Bus li aveva visti. Smette di accarezzare il cane di Sheila e si rialza.

Volevo dirle che papi era morto e mami era sul piede di guerra per vendere la fattoria, ma Ginny non chiudeva mai il becco. Mi ha messo i brividi.
Proprio come mi mettono i brividi le tazze. Guardo le tazze appese ai ganci della vetrina. Hanno delle scritte e sono coperte di grasso e polvere. Ce ne sono quattro e una è di papi, ma non è questo che mi mette i brividi. La più pulita è quella di Jim. È pulita perché lui la usa ancora, ma è appesa là assieme alle altre. Dalla finestra, lo vedo mentre attraversa la strada. Ha le articolazioni cementate dall’artrite. Penso a quanto tempo passerà prima che io tiri le cuoia, ma Jim è vecchio e mi dà i brividi vedere la sua tazza appesa lì.

Voglio parlare, ma le immagini non diventano parole. Mi vedo disintegrato, ogni cellula a miglia di distanza dalle altre. Le rimetto tutte insieme e mi inginocchio sull’erba scura. Mi sdraio a faccia in su e guardo a lungo nel vuoto prima di chiudere gli occhi.

Mi restano solo il letto del torrente e gli animali di pietra che colleziono. Sbatto le palpebre e respiro. Mio padre è una nuvola color kaki tra i cespugli di canne e Ginny nient’altro che un odore amaro tra i rovi di more su per il crinale.

Sento che la mia paura si allontana in cerchi concentrici attraverso il tempo, per un milione di anni.

Breece D’J Pancake, Trilobiti, Isbn Edizioni

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5 Responses to “”

  1. grassi Says:

    bello, mirko

  2. anonimo Says:

    grazie elvira…
    mirko

  3. anonimo Says:

    bentornato.
    Ric

  4. anonimo Says:

    I tiranni sono vulnerabili dinanzi a un individuo deciso…

  5. anonimo Says:

    ne ho una copia abbandonata nel magazzino Fnac. è un libro che è nella lista, e sarà sempre associata alla tua persona. Stimolo rinfrescato!

    Ospite

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