Archive for November 14th, 2007

14 November 2007

Guantanamo on air

guantanamo_voland

1) Guantanamo è un atto d’accusa contro la violenza disumana perpetrata dalla macchina antiterroristica americana. Come è nata l’idea del romanzo?

All’inizio avevo solo un’idea non ben definita: volevo trattare il fenomeno della violenza. Amore e violenza, i due poli del rapporto tra gli uomini. L’amore è stato il tema di un mio precedente lavoro, la violenza l’ho trattata molto tempo fa in un saggio, e a quel tempo mi ero riproposta di dare una veste letteraria a questo polo, era una sfida che volevo intraprendere. A quel punto Guantanamo ha catturato la mia attenzione. Era la primavera del 2003 e della prigione esistevano solo poche informazioni e immagini televisive. Mentre mi documentavo, la prigione di Cuba a poco a poco mi è apparsa come un esperimento surreale, assurdo, perverso. Ecco come è nato il romanzo: la realtà di Guantanamo è una fantasia mostruosa! Questo è il presupposto della mia premessa: “Guantanamo è un’invenzione”, nel suo duplice significato. Contrariamente all’invenzione degli americani la mia si è concentrata sull’uomo, nel significato di Primo Levi, “se questo è un uomo”. Tuttavia il mio tema non è politico in senso stretto. La prigione sarebbe potuta essere tunisina, israeliana, cinese eccetera. Ma la spietata macchina della violenza degli Usa con le sue contraddizioni e ipocrisie democratiche è un tema particolarmente scottante per me che sono un’occidentale.

2) Nella premessa affermi che ti sei basata su fatti reali. Come è stata questa esperienza di studio e ricostruzione di ambienti, storie, dati?

Durante la ricerca è stato affascinante vedere come dall’unione di piccole tessere si è arrivati a comporre un mosaico e a verificare sempre più dettagli. Le dimensioni esatte della gabbia e la disposizione di ciò che vi era contenuto, gli orari dei pasti e il tipo di cibo, la diversificazione di punizioni e ricompense, gli scioperi della fame e i tentativi di suicidio, la tecnica dell’incatenamento, i metodi e gli obiettivi delle cosiddette “stress positions”… tutto questo è stato ricostruito a partire da fonti diverse, dalle dichiarazioni ufficiali del Pentagono ai reportage e alle fotografie scattate segretamente. Ancora oggi sono sbalordita dal fatto che tutte le informazioni si sono rivelate fondate e soprattutto che molti particolari sono venuti alla luce solo più tardi. Per esempio nel mio libro si accenna al destino del cappellano militare musulmano James Yee che è stato reso pubblico solo nel 2006. È l’esperienza più estrema della mia ricostruzione: molto prima che si risvegliasse la cosiddetta coscienza collettiva, chiunque avrebbe potuto sapere, se solo avesse voluto, cosa succedeva lì dentro. Questo mi fa pensare al passato tedesco, alla scusa eterna: “Non potevamo sapere…”. 
 
Dorothea Dieckmann, autrice di Guantanamo, pubblicato da Voland, intervistata da Elvira Grassi

14 November 2007

L’ultimissimo sipario

Capita che in alcuni momenti in libreria tra noi librai si parli di libri, di gusti in tal senso. Spesso si è d’accordo, spesso ci si insulta, spesso si pensa ma che cazzo leggi e spesso si rimane meravigliati dalle sensibilità altrui. Capita anche fuori dalla libreria, è chiaro. Ma lì può succedere che ti ricordi di un tratto di un libro, di un passaggio e il libro è lì, e lo prendi e lo leggi e condividi… Questo è l’ultimo passaggio letto sabato un quarto d’ora prima della chiusura. Ha causato tantissime discussioni. Piccola premessa: il libro è Un amore di Dino Buzzati. L’antefatto è lui che corre da lei in macchina, mattina presto..

*


Lui correva, volava anzi in direzione dell’amore e pure gli alberi che scivolando al limite delle praterie, erano portati via da qualcosa più forte di loro. Ciascuno aveva una sua fisionomia, una forma speciale, una sagoma diversa. Tutti i pioppi della smisurata campagna fuggivano esattamente come lui ruotando in due vastissime ali ricurve. Era uno spettacolo, nel solitario mattino.E lei era laggiù in fondo, dietro l’ultimissimo sipario di alberi anzi molto più in là, probabilmente stava dormendo con la testa sprofondata nel cuscino, fra lista e lista delle tapparelle la luce del giorno nuovo penetrava nella stanza illuminata la massa dei suoi capelli neri, immota. Era sola?
Allora, egli capì il senso di quel naturale incantesimo. Che cosa infatti volevano dirgli i filari di pioppi all’orizzonte che vanno vanno in corteo e sembrano sfuggirlo e nello stesso tempo corrergli incontro, per poi allontanarsi alle sue spalle nella nebbia, consumati, mentre nuove schiere appaiono dinanzi ineusaribili precipitandosi su di lui?
Di colpo egli ciò che gli dicevano, capì il significato del mondo visibile allorché esso ci fa restere stupefatti e diciamo "che bello" e qualcosa di grande entra nell’animo nostro. Tutta la vita era vissuto senza sospettarne la causa. Tante volte era rimasto in ammirazione dinanzi a un paesaggio, a un monumento, a una piazza, a uno scorcio di strada, a un giardino, a un interno di una chiesa, a una rupe, a un viottolo, a un deserto. Solo adesso, finalmente, si rendeva conto del segreto.
Un segreto molto semplice: l’amore. Tutto ciò che ci affascina nel mondo inanimato, i boschi, le pianure, i fiumi, le montagne, i mari, le valli, le steppe, di più, di più, la neve, di più, la notte, le stelle, il vento, tutte queste cose, di per sé vuote e indifferenti, si caricano di significato umano perché senza che noi lo sospettiamo, contengono un presentimento d’amore.
Quanto era stato stupido a non essersene mai accorto finora. Che interesse avrebbe una scogliera, una foresta, un rudere se non vi fosse implicata una attesa? E attesa di che se non di lei, della creatura che ci potrebbe fare felici? Che senso avrebbe la valle romantica tutta rupi e scorci misteriosi se il pensiero non potesse condurci lei in una passeggiata del tramonto tra flebili richiami di uccelli?…
…Pensò alla finestra solitaria illuminata nella sera d’inverno, alla spiaggia sotto le rocce bianche nella gloria del sole, al vicolo inquietante e sgembo nel cuore della vecchia città, alle terrazze del grand hotel nella notte di gala, ai fienili, al lume della luna, pensò alle piste di neve nel mezzogiorno d’aprile, alla scia del candido transatlantico illuminato a festa, ai cimiteri di montagna, alle biblioteche, ai caminetti accesi, ai palcoscenici dei teatri deserti, al Natale, al barlume dell’alba. Dovunque c’era il pensiero incofessato di lei, anche se non sapevamo neppure chi fosse.
Quanto meschina sarebbe, di fronte a un grande spettacolo della natura, la nostra esaltazione spirituale se riguardasse soltanto noi e non potesse espandersi verso un’altra creatura…
…Se quando era ragazzo uno glielo avesse detto, e lui avesse potuto capire, ciononostante avrebbe sempre detto di no, che non era vero, per una forma di pudore. Così anche gli altri diranno di no, che è un’idiozia, che è retorica, romanticismo fuori tempo. Eppure, interrogati, non sapranno indicare altrimenti perché li commuove la burrasca marina o l’arco diroccato dei Cesari o la dondolante lanterna nel vicolo dei bassifondi. Mai confesseranno che in quelle scene c’è anche per loro il richiamo a un sogno di amore, nonostante il disgusto che una simile espressione possa dare…


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