



Guantanamo on air

1) Guantanamo è un atto d’accusa contro la violenza disumana perpetrata dalla macchina antiterroristica americana. Come è nata l’idea del romanzo?
All’inizio avevo solo un’idea non ben definita: volevo trattare il fenomeno della violenza. Amore e violenza, i due poli del rapporto tra gli uomini. L’amore è stato il tema di un mio precedente lavoro, la violenza l’ho trattata molto tempo fa in un saggio, e a quel tempo mi ero riproposta di dare una veste letteraria a questo polo, era una sfida che volevo intraprendere. A quel punto Guantanamo ha catturato la mia attenzione. Era la primavera del 2003 e della prigione esistevano solo poche informazioni e immagini televisive. Mentre mi documentavo, la prigione di Cuba a poco a poco mi è apparsa come un esperimento surreale, assurdo, perverso. Ecco come è nato il romanzo: la realtà di Guantanamo è una fantasia mostruosa! Questo è il presupposto della mia premessa: “Guantanamo è un’invenzione”, nel suo duplice significato. Contrariamente all’invenzione degli americani la mia si è concentrata sull’uomo, nel significato di Primo Levi, “se questo è un uomo”. Tuttavia il mio tema non è politico in senso stretto. La prigione sarebbe potuta essere tunisina, israeliana, cinese eccetera. Ma la spietata macchina della violenza degli Usa con le sue contraddizioni e ipocrisie democratiche è un tema particolarmente scottante per me che sono un’occidentale.
2) Nella premessa affermi che ti sei basata su fatti reali. Come è stata questa esperienza di studio e ricostruzione di ambienti, storie, dati?
Durante la ricerca è stato affascinante vedere come dall’unione di piccole tessere si è arrivati a comporre un mosaico e a verificare sempre più dettagli. Le dimensioni esatte della gabbia e la disposizione di ciò che vi era contenuto, gli orari dei pasti e il tipo di cibo, la diversificazione di punizioni e ricompense, gli scioperi della fame e i tentativi di suicidio, la tecnica dell’incatenamento, i metodi e gli obiettivi delle cosiddette “stress positions”… tutto questo è stato ricostruito a partire da fonti diverse, dalle dichiarazioni ufficiali del Pentagono ai reportage e alle fotografie scattate segretamente. Ancora oggi sono sbalordita dal fatto che tutte le informazioni si sono rivelate fondate e soprattutto che molti particolari sono venuti alla luce solo più tardi. Per esempio nel mio libro si accenna al destino del cappellano militare musulmano James Yee che è stato reso pubblico solo nel 2006. È l’esperienza più estrema della mia ricostruzione: molto prima che si risvegliasse la cosiddetta coscienza collettiva, chiunque avrebbe potuto sapere, se solo avesse voluto, cosa succedeva lì dentro. Questo mi fa pensare al passato tedesco, alla scusa eterna: “Non potevamo sapere…”.
Dorothea Dieckmann, autrice di Guantanamo, pubblicato da Voland, intervistata da Elvira Grassi