È terrificante pensare al numero di romanzi che vengono scritti, annunciati, pubblicati, acquistati dalle biblioteche e poi recensiti, comprati, presi in prestito, letti e abbandonati nelle sale degli alberghi, sugli autobus, sui treni, sulle sedie a sdraio. È possibile credere che ciascuno di questi sia stato un tempo l’amata progenie di qualche autore orgoglioso, la speranza accarezzata nella quale egli vive ora una seconda e più ricca esistenza?
L’opinione pubblica, vecchia nutrice bugiarda, grida: “Sì! Libri eccelsi, libri immortali nascono ogni minuto, ognuno più vitale del precedente. Chi di voi è senza peccato scagli la prima critica.” Sarebbe un mondo meraviglioso ed eccitante se fosse vero! O se anche solo un numero limitato di questi libri non fossero marionette, fantocci, burattini con la stessa espressione fissa e riempiti della stessa segatura, diversi solo quel tanto da attirare l’attenzione, e sufficientemente simili da non provocare alcun effetto più profondo. Dopo tutto, in questi magri anni di abbondanza, come potrebbe essere altrimenti? Se lo fosse, neppure il lettore più incallito, alla velocità con cui oggi i libri vengono scritti e letti, potrebbe sopravvivere a tante sollecitazioni rivolte alla mente e al cuore. Leggere, per la grande maggioranza della gente, non è una passione ma un passatempo, e scrivere, per molti autori moderni, è un passatempo e non una passione.
Katherine Mansfield, La passione della scrittura, La Tartaruga edizioni