La signora Derdon si sedette su una sedia e scoppiò a piangere sconsolata. Nascose il viso tra le mani e poi infilò le mani tra i capelli e li scompigliò e poi strinse le braccia intorno al corpo e iniziò a dondolarsi in preda all’angoscia. Il disordine alla fine l’aveva sconfitta, e non c’era più niente da fare. Poteva ammazzarsi di fatica in quella stanza, adesso, ma non sarebbe mai tornata come prima. Era la cosa peggiore che Hubert avesse mai fatto, e John non era lì a vedere, e lei non sarebbe mai stata capace di trovare le parole per descrivergliela. Lanciò uno sguardo truce a Hubert, che la scrutava con aria sprezzante e allarmata.
“Cosa farò adesso?” gridò lei.
“Oh, per l’amor di Dio, ricomponiti!” esclamò Hubert. “Cos’è che ti affligge? Non c’è nessun danno!”
[...] Lei si sporse sulla sedia e parlò, ma Hubert non riuscì a cogliere le sue parole nella tempesta di odio che l’accecava, l’ammutoliva, la soffocava, la scuoteva a tal punto che quando si fece avanti per colpirlo più forte con le sue accuse, cadde dalla poltrona a quattro zampe sul pavimento. Si trascinò di nuovo a sedere come se trascinasse il suo corpo su uno scoglio per emergere dal mare, e poi lanciò a Hubert un appello terrorizzato con lo sguardo, che svanì immediatamente sotto un sorriso ottuso, implorante, pavido.
Hubert vide il sorriso e seppe di averla zittita. “Ebbene, adesso ti sei resa davvero ridicola!” esclamò. “Cadendo e dimenandoti per tutta la stanza e piangendo per qualche macchia sul linoleum. Andiamo, adesso, smettila di piangere e di dare spettacolo per niente.”
“Per niente, certo!” gridò lei. “Se ci fosse John te lo direbbe lui. John mi difenderebbe. John sapeva come lavoravo sodo. Lavoravo come una schiava per tenere in ordine questo posto e tu lo chiami niente. Ma a te cosa importa! Non ti è mai importato niente di me e nemmeno di lui, e alla fine l’hai fatto andar via di casa.”
Maeve Brennan, “Una fame rabbiosa”, La sposa irlandese, Bur
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