Archive for the ‘altri altrove’ Category

25 April 2009

Oggi un paese è luogo di frammenti

Quella sera sotto il ferro lunare le povere case ebbero i tetti squarciati. Lontane voci, polvere, strazi, addomi schiacciati sotto una trave, croste di sangue alle unghie, creta che tappa la gola, il lampione che oscilla come una criniera, confuso nei vetri e nel cemento il sandalo di un gottoso, porte che non si aprono, vene che si spezzano nella gamba e nella pupilla. I muri erano stanchi, oscuri gli angoli. C’era un rancore rassegnato nel fondo della testa di chie era rimasto, orfano di assenze secolari, di grigie inclemenze. L’ingiuria venne da sotto e portò via ventotto persone. Ora il vivere che resta è altro da quel che era e non certo peggiore.

Franco Arminio, Viaggio nel cratere, Sironi

10 June 2008

India

Cinque racconti, sei reportage, tre fumetti, frutto della creatività di artisti e scrittori che da soli superano appena i 30 anni. L’India la si può raccontare anche così. Come dimostra appunto l’omonima India, un’antologia corale curata con minuziosa competenza dall’esperta Gioia Guerzoni e pubblicata da Isbn edizioni. Un viaggio in punta di piedi in un Paese che sta trascinando il mondo ma in cui le differenze sociali e culturali stridono con chiasso e senza scrupoli. Non sono i lustrini e le musiche accattivanti di Bollywood, dunque, quelle che compaiono fra le righe del volume ma il quotidiano difficile, e per questo surreale, di molti, che si cristallizza così nella penna di pochi. In “India” si va in treno incamminandosi in viaggi che sembra non arrivino da nessuna parte, si vive in condominio, e non sempre è facile, si cerca casa, si viene sfruttati. Un po’ come in molte altre parti del mondo solo che in un Paese ammalato di gigantismo tutto diventa enorme ed enormemente difficile. Difficile è la situazione di molti contadini strangolati dai debiti che hanno come unica soluzione quella del suicidio; difficile è l’esistenza di chi è nato in zone ribattezzate Special Economic Zones date in mano ad imprenditori che in nome dal danaro non esitano a cacciare intere popolazioni; difficile resistere ad una società in cui il linciaggio è diventata una forma di espressione. Scrivere, dunque, mai come in questo caso appare terapeutico per una generazione che oltrechè rappresentare il futuro cerca di fare i conti con il presente. Infine, una nota di merito ai fumetti di Sarnath Banerjee. Il segno sicuro e ironico a tal punto da velarsi di assurdo è una garanzia per i racconti che circondano i suoi fumetti. India insomma è una canto libero di un paese intero che vuole liberarsi da se stesso.

Maria Zuppello, "Una generazione in bilico. L’India raccontata dai trentenni", http://blog.panorama.it, 4 giugno 2008

13 August 2007

Verdi dalla fine al principio

    Io ammiro il Falstaff. La sua gagliardia, il suo vitalismo non sono un mistero biologico. In realtà, p.p.c., dopo i due falsi (retrospettivamente) congedi dell’Aida, ultimo melodramma al cubo, e dell’Otello, ultima tragedia, ci voleva proprio il riso di Verdi. L’operazione fu studiata bene. Boito servì a puntino un libretto «ben fatto». Verdi ci mise su una musica straordinaria. Non ci sono spazî vuoti, non ci sono pause nell’invenzione, nulla è lasciato alla stanchezza (dell’autore) o alla fantasia (dell’ascoltatore).
    Ma noi […] non siamo più in stagione di novels, di romanzi
«serî» e «ben fatti». C’è stata tutta una riconquista dell’inverosimile romance.
    Così, un attimo prima di staccarmi dalla macchina da scrivere, metto sul piatto del giradischi, non la grande fuga del Falstaff, ma la sinfonia dell’Oberto (è appena uscita una straordinaria registrazione di Karajan…).
    Mentre la prima, lunghissima melodia di Verdi si spiega, la fantasia galoppa. Un suono di banda, filari e filari di pioppi, vino cattivo, tabarri, odî lunghi, tristezze selvagge, un carnevale strepitoso, sul quale, alle sue ore, ronzano le campane, – e una rissa di voci!

Parma, 20 gennaio 1977.

Marzio Pieri, Viaggio da Verdi

20 April 2006

Ferrara su Wu Ming 5

Adoro Wu Ming. Sono una piccola sètta massonica, un po’ come il professor Introvigne definisce i Puffi, ma i Wu Ming non sono affatto azzurri: sono rossi e non per l’imbarazzo. Anzi, essere rossi non li imbaraza affatto. Costituiscono un club dove, al posto di fumarsi il sigaro, fumano il sigaro, ma come Che Guevara o Fidèl – e non Confalonieri, che pure sembra orientato a pagarli profumatamente per portare sugli schermi questo Free Karma Food, destinandoli a una di quelle contraddizioncelle che tanto la sinistra fa finta di non vedere, girando la faccia dall’altra parte, che sarebbe dunque a destra, se loro stanno a sinistra: vedete come è difficile decrittare davvero il mondo politico? Non preoccupatevi, ci sono io, a complicare la decrittazione. Non li ho invitati in trasmissione non tanto perché non desiderano apparire e nascondono le loro facce come partigiani clandestini nei monti della Val di Susa (uomo Tavvisato, mezzo salvato), quanto perché non ci stanno nello studio, che è piccolo, mentre Piperno ci stava benissimo e Mozzi non ci starà mai, visto che si mangia le "r" (preferisco le irriferibili "r" di Gad a qualunque rotacismo, parola che soltanto io, che però so essere chiaro a tutti, so cosa significhi). E poi non sarebbe il caso che venissero: m’imbavaglierei, ma ho finito i cambi delle lenzuola matrimoniali a casa, dove Selma li ripone come qualunque moglie, secondo i sacri valori della famiglia, proprio dietro la centralina di Echelon che abbiamo installato in casa, insieme al dvd e all’apparecchio per la rilevazione dell’Auditel: tanto è tutto la stessa cosa.
E adesso, siccome sono brillantemente mefistofelico, la rivelazione choc: esiste un Wu Ming 0 e quello sono io. E’ dal ’96 che collaboro con questi ragazzotti un po’ provinciali e un po’ infoibati, e percepisco pure parte dei loro diritti d’autore avendoli infiltrati. Non me ne vergogno affatto (la parola "affatto" non esiste nel mio vocabolario), allusivo e scherano come sono, anche se prima che scopriate di chi realmente sono lo scherano a Rita Armeni sarà cresciuto un nuovo movimento femminista.
Veniamo dunque al libro in questione, che loro, essendo veltroniani (se non l’aveste capito, è un altro colpo basso, esercizio di tai-chi dialettico in cui sono un maestro. Ho detto dialettico.), soprannominano FKF come si fa coi presidenti americani morti. Il libro parla anche di presidenti americani e di morti, ma delinea un apocalisse che mi ha reso riluttante a terminare il romanzo: la trama è che non si può più mangiare la fiorentina. Uno scenario da incubo, almeno per me.
Comunque sono certo che questi cinque piccoli indiani, che giocano tanto a fare gli irochesi, cioè la tribù schiacciata dall’Uomo Bianco Occidentale (cosa su cui tra poco sentiremo il ministro Buttiglione), hanno in realtà votato per la Rosa nel Pugno. Ovviamente alzato.
Buttiglione, Lei cosa ne pensa?

Giuliano Ferrara, Free Karka Furb 

31 March 2006

La lingua italiana moderna

L’attuale Presidente del Consiglio italiano è l’editor migliore del mondo. Grazie a lui ho imparato un sacco di cose, senza bisogno di andare alla scuola Holden. Grazie a lui negli ultimi anni ho imparato ad avere orrore delle frasi fatte, a espellere la bassa retorica dalla mia lingua, a soppesare scrupolosamente la verità di ogni sillaba. Grazie a lui ho sviluppato un’ossessione per i rapporti di causa-effetto, per la tenuta logica di ogni paragrafo che scrivo. Grazie a lui ho espulso il narcisismo che abitava nei miei primi testi, l’ho messo fuori dalla porta come un gatto puzzolente. Che lui lo sapesse o meno, e che il suo esempio agisse in realtà per contrasto, non conta poi tanto. Il Presidente mi ha insegnato tutto quel che serviva, e lo ha fatto gratis! Bastava osservarlo e fare tutto il contrario.
…ma in realtà, disse una sera un amico esasperato durante una cena a base di cibo vegano e nichilismo politico, siete davvero convinti che, qualunque cosa sia successa negli ultimi anni, sia stata tutta colpa sua?
Decisamente no. Io scossi la testa. Ho sempre pensato a Berlusconi come a un problema linguistico, e il problema linguistico oggi è di tutti. Anche dell’Europa che ride tanto di noi.
Il problema linguistico occidentale è quello di una vita sempre più flessibile, multipla, frammentata, una vita-collage di identità provvisorie cui corrispondono, per mancanza di tempo e risorse, esperienze sempre più standard. Lungi dal portare a una comprensione dell’esistenza più estesa e profonda, la moltiplicazione delle identità (dai mille lavori che uno fa per sopravvivere, agli ambienti sociali più vari e disgregati che ci si trova a frequentare) porta a esperienze sempre più brevi, standardizzate, fatte di contatti superficiali e frasi fatte. Una vita composta di frammenti precotti. Di parole innocue, di frasi da montare e smontare senza dolore come un mobile dell’Ikea. Continua
qui.

Marco Mancassola, La lingua italiana dopo Silvio Berlusconi

21 March 2006

Le domande

 

Chiedetemi di che sa la polvere che ho in gola,

chiedetemi quando fango ho sotto le scarpe,

chiedetemi quanto mi vergogno di queste vesti zozze,

chiedetemi cosa mi aspetto da voi,

come giudico i vostri silenzi,

le vostre assenze.

Chiedetemi dei miei incubi,

delle mie paure,

della mannaia, della scure,

dell’orrore del vuoto, del buio,

e di come mi sorreggo.

Non immaginatevi tutto questo, no,

non datevi riposte da soli.

Chiedetelo a me.

 

Eugène Bonnard, Chiedetelo a me

9 March 2006

Maledetta la pigrizia, maledette le maschere

Così deve fare la nostra mente: anche quando seguendo i sensi si spinge all’esterno deve avere il controllo su questi e su sé stessa. In questo modo si realizzerà una forza unica e un’armonia tra le sue facoltà e nascerà quella razionalità sicura che è senza contraddizioni e che non ha incertezze sulle sue opinioni, conoscenze e convinzioni, quella razionalità che, quando si è organizzata ed è concorde in tutte le sue parti e, per così dire, agisce all’unisono, allora ha toccato il sommo bene. Perché non c’è più niente di riprovevole, niente di incerto, niente che la faccia inciampare e scivolare. Farà tutto secondo il proprio volere e non gli capiterà nulla che non abbia previsto. Tutte le sue azioni avranno buon esito in modo facile, agevole e senza ripensamenti: infatti, pigrizia e indecisione denotano contrasto e incoerenza. Perciò si può affermare senza esitazione che il sommo bene è l’armonia dell’animo, infatti le virtù dovranno stare dove c’è accordo e unità: sono i vizi che non vanno d’accordo. "Ma anche tu" mi puoi dire "non coltivi la virtù per altro se non perché speri di ricavarne qualche piacere." Per prima cosa, anche se la virtù procurerà piacere, non è per questo che la si cerca. Infatti non procura piacere ma anche piacere e non si affatica per questo ma la sua fatica, per quanto miri ad altro, ha come conseguenza anche questo. Come in un campo seminato a frumento nascono qua e là i fiori ma non è per queste piantine (anche se sono belle da guardare) che è stata fatta tanta fatica (diverso era il proposito di chi seminava, il resto è venuto da sé), allo stesso modo il piacere non è il prezzo né la causa della virtù ma un suo accessorio e non piace perché diletta, ma, se piace, allora diletta. Il sommo bene consiste proprio nella convinzione e nel comportamento di una mente perfetta che, quando ha compiuto il suo corso e fissati i suoi limiti, ha pienamente realizzato il sommo bene e non desidera niente di più: fuori del tutto non esiste nulla, nulla oltre la fine. Per questo sbagli a chiedere il motivo che mi spinge ad aspirare alla virtù: cerchi qualcosa al di sopra di ciò che è sommo. Vuoi sapere cosa mi aspetto dalla virtù? La virtù. Infatti non ha nulla di più prezioso del suo stesso valore.

Lucio Anneo Seneca, De vita beata

7 March 2006

Calder su Trocchi

It is not as a cosmonaut of inner space that Trocchi has a chance of being remembered, but as a descriptive writer, able to create an ambiance, possessing a rare sense of style. He might have become the outstanding British writer of his generation but was destroyed by his addiction. He proves to my satisfaction at least, that there is no greater danger to real creativity than drug dependency which excites the mind but removes the will and ability to work.

John Calder, The Times Higher Education Supplement, 18 maggio 1984  

12 April 2005

Nove peggiori intenzioni

Aldo Nove ha provato a leggere Con le peggiori intenzioni di Piperno. Qui, tratto da Liberazione e rilanciato sui Miserabili il contributo. Ecco un estratto:

[...] L’impressione più forte è che Con le peggiori intenzioni di Alessandro Piperno sia un romanzo rassicurante. Blandamente rassicurante. Tutto, tra queste pagine, è assodato (con disperata dissimulazione) in un esiguo panorama umano (esiguo nella prospettiva, quella del soggetto narrante, e non nelle digressioni del plot). Un panorama il più possibile compiuto, descritto con minuzia ed ovvietà. Come in un ricco (Piperno direbbe “sontuoso”, l’aggettivo forse più ricorrente nel libro) catalogo di luoghi comuni attinenti al tema della ricchezza [...]

8 April 2005
Nemici di sé stessi, senza sé né senno!
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Ho visto in giro qualche mentecatto lamentarsi su quotidiani di vario pregio (che cadevano quasi tutti, ugualmente penosi, sul tema) sul fatto che la Fallaci, e/o l’editore, avesse commesso un imperdonabile errore di grammatica intitolando il suo libro Intervista a sé stessa.
Siccome la questione mi sta a cuore vi riporto alcuni contributi al dibattito sull’argomento. La soluzione è ovvia e la riassumo con una domanda: "Perché mai quell’accento dovrebbe cadere?". L’obiezione da dilettante, leggete in basso e vedete quanti sono i dilettanti, argomenta che in presenza di "stesso", "stessi" eccetera il problema di distinguere "se" da "sé", congiunzione e pronome, non sussiste più. Rido. Se stessi prendendo la questione alla leggera, non potrei ottenere quello che voglio: che si vergognino di sé stessi.
 
«La norma ortografica per la quale il pronome dovrebbe perdere l’accento se seguito da stesso è un’inutile complicazione. La forma va accentata, come avviene per altri monosillabi, perché può confondersi in certi contesti con la congiunzione se. Non vale osservare che la presenza di stesso elimina questa ambiguità: con la stessa logica dovremmo togliere l’accento a quando costituisce un’unica frase, perché il contesto ci impedisce di pensare al pronome riflessivo si. […] Ora, se è vero, che l’uso attuale è fortemente sbilanciato in favore di se stesso, d’altra parte, la forma con accento è contemplata, accanto all’altra, da tutti i grandi dizionari dell’italiano contemporaneo; e uno di essi, il prestigioso Vocabolario della lingua italiana Zingarelli, dell’ediz. 1996, registra molto opportunamente la forma sé stesso come “preferibile” rispetto all’altra (in una rubrica intitolata Errori comuni)».
Luca Serianni, con la collaborazione di Alberto Castelvecchi, Italiano, Garzanti 1997.
Bene.
 
«Alcuni dubbi riguardano anche l’uso dell’accento in certe parole, in particolare nei monosillabi. Anche qui non mancano le norme logicizzanti. Una vuole senza accento il riflessivo in unione a stesso (se stesso), salvo poi ammetterlo in sé stesse e sé stessi per evitare confusioni; ma nessun principio logico dovrebbe autorizzare che la stessa forma in un caso sia accentata e in un altro no».
La lingua nella storia d’Italia, a cura di L. Serianni, Roma-Milano, Società Dante Alighieri-Libri Scheiwiller, 2002
 
«sé (arc. se) pron. rifl. […] Spesso è rafforzato con stesso e medesimo: in tal caso può avere l’accento o esserne privo»
G. Devoto-G.C. Oli, Dizionario della lingua italiana, Firenze, Le Monnier, 1971 e succ.
Mmm.
 
 
«sé, pron. pers. di terza pers. m. e f. sing. e pl., forma tonica dei pron. lui, lei, loro. […] || rafforz. Anteposto a stesso (scritto di solito senza accento: se stesso)…».
Gabrielli. Dizionario della lingua italiana, a cura di G. Gabrielli, Milano, Carlo Signorelli Editore, 1993
 
Una delle regolette fasulle più dure a morire, e che i grammatici continuano monotonamente a tramandarsi l’un l’altro, e molti scrittori, anche grandi scrittori scrupolosamente ad applicare, è questa che dice: il pronome si accenta sempre quando è isolato [...] invece non si accenta davanti a stesso e stessa perché queta distinzione non è più necessaria. [...]. Si tratta di sottigliezze confusionarie. Una volta stabilito che il pronome si deve scrivere accentato per distinguerlo, come è giusto, dal se congiunzione, non si capisce poi perché uno stesso e un medesimo che seguono debbano modificare questa regola. Teniamoci dunque tranquillamente il nostro accento su pronome in qualsiasi compagnia si trovi.
Aldo Gabrielli, Il piacere dell’Italiano, Oscar guide Mondadori
Gabrielli è la luce. Se ne è andato nel 1978.
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“Conformemente alla grammatica, l’accento va messo su tutte le parole polisillabiche tronche e sui seguenti monosillabi, per distinguerli dai rispettivi omografi: dà (verbo), dì («giorno») e relativi composti, là e lì (avv. di luogo), sì (avv. affermativo), tè (bevanda), e nei citati è, né, sé.
Riguardo a sé, per evitare inutili eccezioni, in linea con alcuni recenti grammatiche – e supportati dall’uso di alcuni buoni scrittori – la grafica accentata va mantenuta anche nelle espressioni sé stesso e sé medesimo”.
Manuale di Redazione, Editrice Bibliografica
 
“Spesso è rafforzato (quasi sempre nel compl. ogg.) da stesso e medesimo e in questo caso può essere scritto anche senza l’accento”.
Dizionario Garzanti della lingua italiana
 
Alla voce (pag. 2383), De Mauro ammette la variabile sé stesso, ma precisa: “davanti a stesso e medesimo è considerata tradizionalmente più corretta la grafia senza accento”.
De Mauro si deve vergognare di quest’affermazione.
 
Quando sé è seguito da stesso o medesimo, l’accento può essere omesso perché in tal caso non è possibile confonderlo con l’omografo (quindi sé stesso o se stesso); è preferibile, per evitare complicazioni, accentarlo sempre.
L. Serianni, V. Della Valle, G. Patota, Lingua italiana, Archimede Edizioni 1996
Serianni nel 1996 non aveva ancora le idee chiare.
 
“Il pronome di terza persona con valore riflessivo (quando cioè si riferisce al soggetto della proposizione) nella forma forte è sé, e si userà per dare particolare rilievo al pronome o dopo una preposizione. Può essere rafforzato unendovi stesso o medesimo, ma in questo caso perde l’accento. Es.: Chi ama troppo se stesso è un egoista.”
dalla grammatica italiana per le scuole medie superiori Lingua Madre di Marino Moretti e Domenico Consonni (Nuova Edizione a cura di Carmelo De Leo) – Società Editrice Internazionale – Torino, 1988.
Queste sono le grammatiche che rovinano i giovani apprendisti della lingua.
 
“Pronomi di terza persona riflessivi. I pronomi riflessivi se-si indicano il riflettersi o ricadere sul soggetto dell’azione espressa dal verbo. Possono fare la funzione di compl. oggetto e di compl. indiretto. Es.: Egli parlava troppo spesso di sè [sic]. Giulio quasi sempre portava il cane a spasso con sè. [...] Il pronome può essere rafforzato da stesso e medesimo, ed in questo caso si scrive senza accento.” 
R. Cosentino, Grammatica Italiana, Bologna, 1957
Idem. 
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Meglio scrivere , con l’accento, anche quando è seguito da stesso, medesimo; l’accento li distingue dalla congiunzione: se stesse bene, se stessi bene
Si usa quando si riferisce al soggetto della proposizione di cui fa parte.
Es: Carlo condurrà Maria con sé. Sarebbe errore dire con lei.
Grammatica Armonia e stile, La nuova Italia, 1973
Piacevole eccezione.

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