Nella colonia di narcisi-rose
Mi svegliai all'alba, intirizzito. Il cielo era cupo. Dovevamo andare nel palazzo del Raisouni a vedere dei vecchi tavoli dipinti. Mi aspettava una giornata faticosa. Traversammo la spianata fino al portale. Come tutte le volte, pensai che solo ottant'anni prima questa soglia era adorna di teste dei soldati spagnoli infilzate su picche, coi genitali strappati che spuntavano dalle bocche. Il giardino è coltivato a fave e bietole, traversato da sentieri che corrono tra cespugli di Rosa gallica; un muro lo separa da un vasto campo incolto, in cui crescono un paio di olivi, dei melograni e dei fichi. Sussultai — la chiazza chiara laggiù, a una sessantina di metri, erano… Narcisi? — ma c'era qualcosa di allarmante. Avanzai. Non mi ero sbagliato. Il cuore di quelle corolle (biancastre! non candide come quelle del Narcissus papyraceus) era giallo. Ma cos'era l'inquietudine che si insinuava nel mio entusiasmo? [...]
In pochi balzi li raggiunsi (scoppiavo di gioia): una dozzina di ciuffi, foglie scure leggermente innevate di verde più chiaro. Erano così doppi, così pesanti… la pioggia recente aveva inclinato quasi tutti gli steli. Ma…?! mi chinai, pensando di avere un'allucinazione. Mi trovavo in mezzo a una piccola colonia di Narcissus telamonius plenus, un ibrido ottenuto in Inghilterra nel primi decenni del Seicento, e avidamente collezionato da grandi botanici barocchi come Sir John Tradescant che lo chiamava "Rosa narciso". Avevo le vertigini. La corolla esterna, bianco-giallina, si affacciava su una moltitudine di petali arruffati che andavano dallo zolfo al becco d'anatra: davvero, più che a Narcisi, somigliavano a Rose baksiae. E il profumo era esotico, speziato — te li saresti immaginati accanto a noci e susini, in un centrotavola di ceramiche di Delft bianche e azzurre, tra candelieri di ottone, boccali di peltro e complicate saliere rinascimentali di maiolica color burro. Guardai il cielo carico di nubi, mi guardai attorno. Mi sentivo la vittima di una beffa organizzata da un dio antico e sornione. Com'era possibile che i semi di questo bastardo magnifico fossero arrivati qui, su queste montagne, portandovi l'atmosfera di una civiltà così remota nello spazio e nel tempo? E perché mi toccavano il cuore, che batte solo per i fiori semplici?
Umberto Pasti, "Un narciso e un bandito", Più felice del mondo, Bompiani