Archive for the ‘dentro il giardino’ Category

L’irresponsabilità del recensore

4 December 2012

Il buon recensore — quello lievemente losco — ha licenza di chiacchierare di quel che ha letto con una certa irresponsabilità — la letteratura, in tutte le sue forme, è forse l’unica attività umana che esige una quota di irresponsabilità.

Giorgio Manganelli

Avrebbe potuto guardare il giardino di lei

9 July 2012

Se soltanto gli avessero permesso di alzarsi a guardare il giardino di lei, forse avrebbe potuto vederla là — ci aveva trascorso così tanto tempo. Se solo gli avessero permesso di mettersi accanto alla finestra sul retro a guardare il suo giardino, e valeva davvero la pena di farlo, forse avrebbe potuto trovarla là, e magari anche sentire la sua mancanza — sentire la sua mancanza era il minimo che poteva fare. Ma non gli mancava, non gli mancava affatto; era rimasto tutto uguale, non gli mancava affatto, e se cercava di mettersi accanto alla finestra a guardare il giardino, sarebbero arrivate sua sorella o quell’altra e con voce chioccia avrebbero cercato di distrarlo. Allora, prima, quando aveva la sua libertà, avrebbe potuto starsene alla finestra in eterno senza che nessuno lo disturbasse. Allora, prima, avrebbe potuto starsene seduto tutto il giorno in poltrona accanto al fuoco, a sognare di niente, a pensare tranquillamente al niente, immerso in ricordi così confusi e simili gli uni agli altri da trasmettergli calore; era come pensare al calore, starsene lì seduti a non fare e a non ricordare niente. Allora, quando lei era viva e lui non sapeva di avere quella libertà, avrebbe potuto starsene seduto in poltrona a suo piacimento, senza nemmeno un libro o un giornale né niente, e nessuno si sarebbe avvicinato per parlargli e dirgli di non essere morboso e di tenersi occupato e di interessarsi alle cose. Come facevano a sapere che pensava a qualcosa di morboso, quando nemmeno lui sapeva realmente cos’aveva in testa.

Maeve Brennan, “Lannegato”, Il principio dell’amore, Bur

Come li tocca, muoiono

28 February 2012

La veranda si apriva su un vasto giardino piantato a palme, felci e una sapodilla enorme. In mezzo c’erano un pozzo, dei cespugli di fiori dove i colibrì iridati bottinavano le corolle. Sullo sfondo i monti, la foresta tropicale.
La vecchia ci ha servito delle sapodille ben mature, caramello fondente.
“Il suo giardino è splendido…”
“Ami le piante?”
“Come tocco un fiore, muore”.

David Fauquemberg, Mal tiempo, Keller

12 December 2011

La casa, e la quercia davanti alla casa

E poi c'era la quercia davanti alla casa, molto più vecchia sia del quartiere sia della cittadina, che in prossimità del pedale riduceva in pietrisco il marciapiede e gettava i suoi rami imponderabili sopra la strada e addentro il giardino, rami la cui circonferenza superava quella di qualsiasi tronco normale. La torsione del suo fusto la faceva sembrare un derviscio gigante ai loro occhi. Il padre diceva che se avessero potuto vedere come Dio, in termini di tempo geologico, l'avrebbero vista balzar fuori dal terreno, girarsi sotto il sole, tendere le braccia e crogiolarsi nelle gioie dell'essere una quercia nell'Iowa. Un tempo a quei rami erano appese quattro altalene, che annunciavano al mondo la fecondità di quella casa. La quercia era ancora rigogliosa e, ovviamente, c'erano stati e c'erano i meli e i ciliegi e gli albicocchi, i lillà e i gelsomini rampicanti e le emerocallidi. Qualche iris della madre continuava a fiorire. A Pasqua lei e le sorelle riuscivano ancora a portare in casa bracciate di fiori, e con gli occhi scintillanti di lacrime il padre diceva: "Ah, sì, sì", quasi fossero una sorta di vestigio, fiori che non erano altro che un piacevole ricordo di fiori.
Perché quella casa solida e verticale le sembrava tanto abbandonata? Tanto straziata?

Marilynne Robinson, Casa, Einaudi

29 November 2011

Nella colonia di narcisi-rose

Mi svegliai all'alba, intirizzito. Il cielo era cupo. Dovevamo andare nel palazzo del Raisouni a vedere dei vecchi tavoli dipinti. Mi aspettava una giornata faticosa. Traversammo la spianata fino al portale. Come tutte le volte, pensai che solo ottant'anni prima questa soglia era adorna di teste dei soldati spagnoli infilzate su picche, coi genitali strappati che spuntavano dalle bocche. Il giardino è coltivato a fave e bietole, traversato da sentieri che corrono tra cespugli di Rosa gallica; un muro lo separa da un vasto campo incolto, in cui crescono un paio di olivi, dei melograni e dei fichi. Sussultai — la chiazza chiara laggiù, a una sessantina di metri, erano… Narcisi? — ma c'era qualcosa di allarmante. Avanzai. Non mi ero sbagliato. Il cuore di quelle corolle (biancastre! non candide come quelle del Narcissus papyraceus) era giallo. Ma cos'era l'inquietudine che si insinuava nel mio entusiasmo? [...]
In pochi balzi li raggiunsi (scoppiavo di gioia): una dozzina di ciuffi, foglie scure leggermente innevate di verde più chiaro. Erano così doppi, così pesanti… la pioggia recente aveva inclinato quasi tutti gli steli. Ma…?! mi chinai, pensando di avere un'allucinazione. Mi trovavo in mezzo a una piccola colonia di Narcissus telamonius plenus, un ibrido ottenuto in Inghilterra nel primi decenni del Seicento, e avidamente collezionato da grandi botanici barocchi come Sir John Tradescant che lo chiamava "Rosa narciso". Avevo le vertigini. La corolla esterna, bianco-giallina, si affacciava su una moltitudine di petali arruffati che andavano dallo zolfo al becco d'anatra: davvero, più che a Narcisi, somigliavano a Rose baksiae. E il profumo era esotico, speziato — te li saresti immaginati accanto a noci e susini, in un centrotavola di ceramiche di Delft bianche e azzurre, tra candelieri di ottone, boccali di peltro e complicate saliere rinascimentali di maiolica color burro. Guardai il cielo carico di nubi, mi guardai attorno. Mi sentivo la vittima di una beffa organizzata da un dio antico e sornione. Com'era possibile che i semi di questo bastardo magnifico fossero arrivati qui, su queste montagne, portandovi l'atmosfera di una civiltà così remota nello spazio e nel tempo? E perché mi toccavano il cuore, che batte solo per i fiori semplici?

Umberto Pasti, "Un narciso e un bandito", Più felice del mondo, Bompiani

13 November 2011

Il giardino di Diana Athill

Da bambini adoravamo le rose, aspettavamo con trepidazione i primi bucaneve, accarezzavamo il velluto dei petali di viola, avevamo altri fiori tra i nostri preferiti, ma il giardino non era semplicemente un posto da guardare. Lo abitavamo: ci arrampicavamo sugli alberi, ci nascondevamo nei cespugli, pescavamo girini e tritoni dal ruscello, rubavamo le pesche e i grappoli d'uva (il che era peccato e dunque più entusiasmante che mangiare prugne e mele dai rami, cosa che invece era permessa). E ci venivano assegnati regolarmente dei compiti, come per esempio raccogliere per la nonna il pisello odoroso o le fragole e i lamponi che dovevano essere messi in tavola quel giorno. Verso la fine della stagione, quei compiti diventavano un po' noiosi, ma mai sgradevoli e, poiché essi implicavano sapori e odori meravigliosi e la piacevole sensazione delle foglie sulla pelle, il giardino veniva naturalmente accettato come fonte di piacere per i sensi nonché luogo pieno di bellezza.

Diana Athill, Da qualche parte verso la fine, Bur

26 October 2011

Seccatura o gioia per gli occhi

Né Helene né Vi sono particolarmente interessate alla natura al di là dei confini del loro giardino. Per Helen, quando viveva ancora a casa, la natura si manifestava come un problema pratico — gli alberi che tenevano in ombra la casa, il prato che non cresceva bene, le ghiande nel vialetto — oppure come una forma addomesticata di bellezza: il suo cespuglio di azalea preferito, per esempio, o il corniolo in fiore. Il suo lavoro in giardino era di manutenzione più che di progettazione, con l'eccezione dei geranei, che le piaceva disporre tutti in fila davanti alla veranda a primavera. Sempre a primavera, poi, aspettava i primi fiori dei bulbi. La natura le piaceva anche sotto forma di panorama visto dal finestrino della macchina in una gita domenicale.

Lydia Davis, "Helen e Vi, Uno studio su salute e vitalità", Creature nel giardino, Bur

30 September 2011

Spleen primaverile

Sono contenta che le foglie stiano crescendo così in fretta.
Ancora un poco e nasconderanno la vicina e il suo bambino urlante.

Lydia Davis, Creature nel giardino, Bur

17 August 2011

Tu sei il mio prato

La pelle giovane ha un aspetto che nessuna chirurgia plastica può ricreare. È translucida e intatta, come se la carne fosse tesa sotto un lampione al neon. Ma penso sia stato il cappellino rosso che indossava al contrario, come un giocatore di baseball, a farmi perdere la testa.
Si chiamava Chris. Ci falciava il prato di casa.
Mentre lavorava io mi spostavo di finestra in finestra per guardarlo tagliare la nostra erba a strisce orizzontali. I bordi gli venivano irregolari, ma non me ne fregava niente, erano i suoi bordi, e dopo che se ne andava io mi stendevo fuori, accarezzavo i fili d'erba punzecchianti come avrei fatto con un nuovo taglio di capelli, e dicevo: Tu sei il mio prato. Oggi un ragazzo bellissimo ti ha tagliato e ti ha rifinito i bordi.

Julia Slavin, "Ingoiato", La donna che si tagliò la gamba al Maidstone Club, minimum fax

4 August 2011

Giardino indisciplinato

Scorgo un lampo di bianco sotto la siepe e mi chino per esaminare quel fiore. È una specie di anemone. Mi abbasso ancora di più per avvicinarmi al piccolo fiore bianco dal cuore giallo. È strano che non lo riconosca. Di solito sono molto brava con i fiori.
Quel fiore non è isolato. Non cresce sotto il tasso, ma si è mosso in quella direzione da una piccola radura dove ha cominciato a crescere. Quando mi metto carponi e sbircio sotto la siepe riesco a vedere un intero fiume di anemoni. Uso il libro mastro del giardiniere come scudo e cerco di farmi largo dentro la siepe. Rami di tasso mi accarezzano la testa. Nel respiro il profumo aromatico e poi sono fuori, sulle mie gambe, ai piedi del fiume di anemoni bianchi, davanti al giardino più indisciplinato che abbia mai visto.

Helen Humphreys, Il giardino perduto, Playground


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