“La dimensione economica implosa si è mangiata tutta la vita”. Antonio Moresco
Malgrado l’opinione di Roberto Calasso, credo che i lettori italiani siano peggiorati negli ultimi trenta-quarant’anni. Non c’è da meravigliarsi. La generazione letteraria del 1910-1924, che pubblicava i propri libri attorno al 1960-1970, è stata la più ricca e feconda apparsa da secoli nella letteratura italiana.
I lettori ereditavano le qualità degli scrittori. Erano lettori avventurosi e impavidi, che non temevano difficoltà di contenuto e di stile, fantasie, enigmi, allusioni, culture complicate e remote. In quegli anni libri bellissimi ebbero un successo che oggi non si potrebbe ripetere. Penso sopratutto a due casi. Quello dell’Insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera; e quello delle Nozze di Cadmo e di Armonia di Roberto Calasso. Non si era mai visto un così arduo libro di saggistica, fondato su una analisi rigorosa dei testi, conquistare un pubblico tanto vasto, e ripetere il suo successo in ogni Paese.
Oggi la lettura tende a diventare una specie di orgia, dove ciò che conta è la volgarità dell’immaginazione, la banalità della trama e la mediocrità dello stile. Credo che sia molto meglio non leggere affatto, piuttosto che leggere Dan Brown, Giorgio Faletti e Paulo Coelho. Intanto, continua la scomparsa dei classici. Gli italiani non hanno mai letto Dickens e Balzac. Oggi, anche Kafka (che nel l970-80 era amatissimo) va a raggiungere Tolstoj e Borges nel vasto pozzo del dimenticatoio. Per fortuna, restano i poeti: o, almeno, una grande poetessa, Emily Dickinson.
Anche i numeri stanno calando. Negli ultimi mesi le vendite dei libri – sia delle clamorose novità sia del lento catalogo – sono discese di circa il 12 per cento rispetto agli anni precedenti: così mi dicono. È una vera catastrofe editoriale, alla quale speriamo che portino rimedio i prossimi mesi dell’anno. La spiegazione è ovvia: la crisi economica si è allargata e si è estesa. Ma niente è meno costoso, e tanto indispensabile, come il piacere della lettura.
Il principale rimedio è la diminuzione del prezzo dei libri. Molte case editrici ricorrevano, negli anni passati, a un sistema di vendite scontate (del 20 o 30 per cento) in alcuni mesi dell’anno, specialmente ottobre, novembre, dicembre. I risultati economici erano notevoli. La cosa mi sembra perfettamente legittima. Non vedo perché una casa automobilistica possa abbassare, per qualche mese, i prezzi delle vetture, e una casa editrice non possa diminuire quelli dei libri. Ma, nel 2010, è accaduta una cosa inverosimile. Sottoposto a non so quali pressioni, il governo ha di fatto ucciso le vendite straordinarie dei libri, o le ha ridotte al minimo. L’industria editoriale italiana è gracile e fragile. Se non si vuole farla affondare completamente, il provvedimento del 2010 va assolutamente abolito. Ogni editore venda i propri libri al prezzo che preferisce.
Pietro Citati, “Dan Brown, Coelho, Faletti: bestseller da non leggere”, Corriere della Sera, 9 marzo 2012
In un commento a una sua intervista online un lettore diceva “oh sì, sappiamo che cosa sta cercando da anni. Il grande premio…”
Quale?
Il Nobel.
Ahahahahhahha! Nooo. Un Nobel è l’ultima cosa che mi interessa. L’ha vinto anche Kissinger. Non mi piacciono i premi. Che ci fai? Telefoni a tua madre per dirglielo? In India la gente è ossessionata dai premi, se accendi la tv c’è sempre qualcuno che vince qualcosa e tutti applaudono, è la fantasia della classe media. Ha senso darli a uno sconosciuto, per chi è già famoso, invece, che senso ha?
Che significa avere successo?
Quando ero bambina avevo uno zio pazzo che ha cambiato il mio modo di pensare. Avevo tre anni, era il mio compleanno. Tutti mi dicevano che dovevo studiare duro ed essere la prima della classe. Lui mi mostrò una collanina e mi chiese: “La vuoi?”. Dissi di sì. E lui: “Te la darò se fallisci”. Mi fece riflettere. Il successo è molto meno interessante del fallimento. E avere successo in un mondo di cui sono critica non è semplice. Tutto quello che faccio non è solo per me, e il successo mi permette di dire quello che voglio, ma allo stesso tempo mi espone di più alle critiche. Chi dice “il suo scopo è vincere un premio” non capisce la furia e l’amore per le cose che sto cercando di proteggere.
Ci piace la lezione di suo zio sul fallimento e sulle aspettative.
La paura di fallire è minore della pressione delle aspettative, per esempio quella di scrivere su richiesta su quello che sta per essere impiccato o la costruzione di un’altra diga… Se fallisci… Se stai scrivendo un romanzo le chance di fallire sono molto alte. Puoi farlo solo sapendo che puoi fallire, altrimenti non stai sperimentando. Io scrivo perché devo, perché sarebbe troppo umiliante non farlo.
Intervista a Arundhati Roy, D della Repubblica, 17 dicembre 2011
Il Cantico dei Cantici di Tonon
Non so che "romanzo tremendo" stesse scrivendo Emanuele Tonon, quando per l'intervenuta morte della madre l'ha tralasciato per La luce prima. Di certo tra questo e le due parti di cui si compone il "romanzo eretico" d'esordio, Il nemico (rispettivamente Sotto il sole di Lucifero e Il nemico) c'è più d'una continuità, pur nel proporsi con modalità stilistiche differenti. A ben vedere son tre racconti in forma sostanzialmente epistolare, ma con tratti espressivi quasi "orali": più attenuati nel primo, Sotto il sole di Lucifero, dal titolo bernanosiano, ove il Tu s'intrometteva nella narrazione in terza persona; con l'Io che slitta spesso nel Noi del Nemico; e un Io-Tu da soliloquio in forma scritta in La luce prima. Di più: sono racconti in mortem. Romanzi "di perdita". Perdita del padre "legale" Settimo, nel primo caso. Perdita di figliolanza, e al tempo stesso d'un Dio di cui, pur bestemmiato, "non posso fare a meno" nel Nemico, con la "sposa muta" Marta controfigura del Dio muto. Perdita della madre Enza, "luce prima" e "amore mio primo" nell'ultimo. Con modalità rappresentative diversificate dal diverso porsi psicologico-esistenziale dell'autore, stante una maggiore oggettivazione in Sotto il sole di Lucifero; una sorta di Cantico dei Cantici a rovescio, incrociato con Giobbe, nel Nemico, onirico e funereo, blasfemamente apocalittico nella propria disperazione da imperversare d'un Male che radica la sua insensatezza nel silenzio di Dio, con la desacralizzazione espressa mediante il ricorso stesso alle parole sacre; una "visione" che vuol tradursi in "canto" più che in racconto, in La luce prima: per una testimonialità dilaniata da sensi di colpa tesa, tra ricordi personali e testimonianze raccolte, a ricomporre la figura della piccola madre, restituendole nel ricordo la "vita ricevuta". Una ricomposizione che attraversa la vita di Enza che, per tenere quel "figlio terribile", "sbagliato che non doveva nascere", Emanuele ("Dio con noi"), cui da forte lettrice comunica l'"amore per la parola scritta", abbandona incinta e scacciata la natia Calabria per Napoli; va sposa per procura a Settimo che in La luce prima appare come "figura d'una ferocia da carneficina che subiva a sua volta la carneficina dell'esistenza" [...] trasferendosi a Cormons; lascia Settimo per Luciano, con Emanuele che a sua volta fugge facendosi sacerdote francescano; torna infine da Emanuele che, ridottosi allo stato laicale, si fa operaio e operatore informatico, portandosi però appresso il senso del sacerdos in aeternum. Una ricomposizione da Cantico dei Cantici all'"amata" scritta di petto, quasi sotto una scorta di ruysbroeskiana dettatura dello Spirito Santo, con quella che chiama "lingua di fuoco" impregnata di terminologia biblica, in cui passato e presente si contorcono indissolubilmente. E un passo in avanti rispetto a Il nemico, riunificando in unum il meglio di quelle sue due parti: la più narrativa di Sotto il sole di Lucifero e quella più gridata del Nemico, stilisticamente elaborata con sintassi e tono che ha in sé pregi (la scarnificazione) e difetti (la retorica) dell'urlo. Il cui tono da Lamentatio s'intride ora di dolcezza, sia pur straziante, nel tradursi in evocazione di una madre che passa gradualmente da figura fantasmatica a realtà resuscitata dalla parola.
Ermanno Paccagnini, "Emanuele Tonon: urlo di disperato amore per la madre perduta", Corriere della Sera, 6 novembre 2011
Edoardo Nesi a un passo dalla partecipazione allo Strega
[...] A tre giorni dalla scadenza dei termini per la presentazione delle candidature (8 aprile) il gruppo Rcs ha finalmente definito la strategia per il premio Strega. Una strategia che soltanto ieri a tarda serata e con notizie un po' a singhiozzo, è arrivata a compimento. Il marchio Rizzoli, in corsa l'anno scorso con Silvia Avallone, quest'anno rinuncia e lascia il posto a Bompiani. «In un primo incontro tenuto oggi (ieri per chi legge, ndr) che però dovrà essere definito meglio e approfondito — spiega Elisabetta Sgarbi, direttore editoriale di Bompiani –, ci siamo orientati verso la candidatura di Storia della mia gente di Edoardo Nesi, un libro che è andato molto bene e che ha suscitato un dibattito sulla piccola industria italiana». Scartata l'ipotesi Umberto Eco («Vi pare che un signore di 80 anni vada a fregare un premio a un ragazzo?» ha commentato scherzosamente ieri) la candidatura di Nesi, già secondo con L'età dell'oro nel 2005 (l'anno in cui vinse Maggiani), è rimasta fino alla fine in ballottaggio con quella di un altro secondo classificato (nel 2007, dietro Ammaniti), Mario Fortunato, autore di Allegra Street. [...]
Corriere della Sera, 5 aprile 2011
Prendi una bandiera e cambierai il mondo
Daniel Barkley aveva dei soldi e una casa che gli erano stati lasciati dalla madre. Aveva una laurea in Storia americana conseguita alla Brown University che in qualche modo si era guadagnato, ma che non gli aveva fatto guadagnare niente. Suonava una Martin del 1940 e guidava una Jansen del 1976, una macchina sportiva che aveva comprato quando la zia era morta e, non avendo eredi, gli aveva lasciato tutto. Daniel Barkley non lavorava e non fingeva di doverlo fare, visto che passava quasi tutto il tempo a leggere. Qualche sera suonava jazz in un locale vicino al campus della University of South Carolina insieme ad alcuni vecchietti che invece di giorno sgobbavano, ma non facevano pesare a Daniel la sua condizione privilegiata. Una sera i ragazzi bianchi di una confraternita cominciarono a sbraitare verso il nero che imbracciava l’acustica: «Suonaci Dixie! Suonaci Dixie!». Daniel li fissò a lungo, ne studiò il ghigno ostentato e gli occhi iniettati di birra infossati in una faccia gonfia e slavata sopra una polo e dei pantaloni di cotone. Poi guardò le facce tese dei vecchietti che lo accompagnavano e quelle imbarazzate delle altre matricole. Poi cominciò a suonare.] Daniel Barkley aveva dei soldi e una casa che gli erano stati lasciati dalla madre. Aveva una laurea in Storia americana conseguita alla Brown University che in qualche modo si era guadagnato, ma che non gli aveva fatto guadagnare niente. Suonava una Martin del 1940 e guidava una Jansen del 1976, una macchina sportiva che aveva comprato quando la zia era morta e, non avendo eredi, gli aveva lasciato tutto. Daniel Barkley non lavorava e non fingeva di doverlo fare, visto che passava quasi tutto il tempo a leggere. Qualche sera suonava jazz in un locale vicino al campus della University of South Carolina insieme ad alcuni vecchietti che invece di giorno sgobbavano, ma non facevano pesare a Daniel la sua condizione privilegiata.
Una sera i ragazzi bianchi di una confraternita cominciarono a sbraitare verso il nero che imbracciava l’acustica: «Suonaci Dixie! Suonaci Dixie!». Daniel li fissò a lungo, ne studiò il ghigno ostentato e gli occhi iniettati di birra infossati in una faccia gonfia e slavata sopra una polo e dei pantaloni di cotone. Poi guardò le facce tese dei vecchietti che lo accompagnavano e quelle imbarazzate delle altre matricole.
Poi cominciò a suonare.
Il resto del racconto lo trovi qui.
Percival Everett, The Appropriation of Cultures