Archive for the ‘dentro lo stile’ Category

Le versioni di Alice

3 February 2013

So she set to work, and very soon finished off the cake.

E così si rimboccò le maniche, e in un attimo si era sbafata anche la torta.
Aldo Busi traduce Alice nel paese delle meraviglie, Feltrinelli

Così ci si mise d’impegno, e ben presto il dolce fu finito.
Paola Faini traduce Alice nel paese delle meraviglie, Newton-Compton

Così si rimise al lavoro e in quattro e quattr’otto finì la torta.
Andrea Càsoli traduce Alice nel paese delle meraviglie, Dalai

Allora, decisamente, finì in fretta tutta la focaccia
Antonio Lugli traduce Alice nel paese delle meraviglie, Salani

Così si mise all’opera e ben presto ebbe finito tutto il pasticcino.
Milli Graffi traduce Alice nel paese delle meraviglie, Garzanti

Famiglia

5 December 2012

Un uomo è rinchiuso in un appartamento rovente sopra il cantiere navale, a prendersi cura di una moglie che rimarrà nello stesso letto fino alla fine dei suoi giorni, a guardare la stessa televisione. Due gemelle vengono separate a sette settimane di vita e non sanno dell’esistenza dell’altra, solo la consapevolezza di un’assenza che cammina sempre al loro fianco per strada. Una ragazza viene violentata dal fidanzato della madre. Un bambino muore e non muore. “Famiglia”, questa parola subdola, una stella per ogni barca che vaga senza meta, e per chiunque navighi sotto un cielo ogni volta diverso.

Mark Haddon, La casa rossa, Einaudi

Il cesello di McCarthy

1 November 2012

…lavora cancellando i pensieri e le origini: tutto quello che di solito ci aiuta, quando leggiamo, a ritrovarci in un codice psicologico condiviso, a inquadrare un personaggio, a dire “ora ho capito chi sei, perché io uno così lo conosco”. Nelle bozze McCarthy li scrive, i desideri segreti e le motivazioni agli impulsi dei suoi personaggi.

Stefania Vitulli, “Nell’officina di McCarthy dove si crea cancellando”, il Giornale

Siamo diventati forti

25 October 2012

Siamo diventati forti e muti. Da qui vediamo l’orizzonte e facciamo finta di accettare le predizioni della scimmia che indovina. Pratichiamo l’antico rito, quello dettato dalla Sacra Scrittura che vado compilando, tra vino e polvere di truciolare, quello che ci prepara all’attraversamento. Ci ostiniamo a precipitare nel buio, come vuole l’antico rito. Solo così potremo raggiungere la Luce definitiva, l’abbaglio supremo, quello che brucia gli occhi.

Emanuele Tonon, Il nemico

Scrittori americani, scrittori italiani

24 September 2012

Lo scrittore americano rivive nei suoi romanzi la vita che ha vissuto, lo scrittore italiano rivive la vita che non ha vissuto. Lo scrittore americano oltrepassa il limite di velocità consentito alla scrittura, lo scrittore italiano si tiene rispettosamente al di sotto. Lo scrittore americano è un tamarro che si rivela un intellettuale, lo scrittore italiano è un intellettuale che si rivela un tamarro. Lo scrittore americano ammira i colleghi più dotati, lo scrittore italiano li odi. Lo scrittore americano pensa che la scrittura è esercizio, lo scrittore italiano che è un dono. Lo scrittore americano influenza il cinema, lo scrittore italiano ne è influenzato. Lo scrittore americano configura, lo scrittore italiano trasfigura. Lo scrittore americano si sente in compagnia, lo scrittore italiano si sente solo. Lo scrittore americano, infine, gioisce per i falliti che hanno successo, lo scrittore italiano gioisce quando uno che ha successo fallisce

Massimo Lolli, “Tu vuò fa’ l’americano!”, Il Sole 24 Ore, 23 settembre 2012

Avrebbe potuto guardare il giardino di lei

9 July 2012

Se soltanto gli avessero permesso di alzarsi a guardare il giardino di lei, forse avrebbe potuto vederla là — ci aveva trascorso così tanto tempo. Se solo gli avessero permesso di mettersi accanto alla finestra sul retro a guardare il suo giardino, e valeva davvero la pena di farlo, forse avrebbe potuto trovarla là, e magari anche sentire la sua mancanza — sentire la sua mancanza era il minimo che poteva fare. Ma non gli mancava, non gli mancava affatto; era rimasto tutto uguale, non gli mancava affatto, e se cercava di mettersi accanto alla finestra a guardare il giardino, sarebbero arrivate sua sorella o quell’altra e con voce chioccia avrebbero cercato di distrarlo. Allora, prima, quando aveva la sua libertà, avrebbe potuto starsene alla finestra in eterno senza che nessuno lo disturbasse. Allora, prima, avrebbe potuto starsene seduto tutto il giorno in poltrona accanto al fuoco, a sognare di niente, a pensare tranquillamente al niente, immerso in ricordi così confusi e simili gli uni agli altri da trasmettergli calore; era come pensare al calore, starsene lì seduti a non fare e a non ricordare niente. Allora, quando lei era viva e lui non sapeva di avere quella libertà, avrebbe potuto starsene seduto in poltrona a suo piacimento, senza nemmeno un libro o un giornale né niente, e nessuno si sarebbe avvicinato per parlargli e dirgli di non essere morboso e di tenersi occupato e di interessarsi alle cose. Come facevano a sapere che pensava a qualcosa di morboso, quando nemmeno lui sapeva realmente cos’aveva in testa.

Maeve Brennan, “Lannegato”, Il principio dell’amore, Bur

Dove sono

17 May 2012

Passa una macchina facendo sobbalzare un tombino di fogna e i tacchi di una donna battono nel silenzio della strada. Ma già la cuoca conta i crostini di pane nelle scodelle, sette per sei quarantadue, ne restano quattro, me li mangio io; e il crostino sibila sotto il metallo dei denti.
Gira la chiave nella toppa, scatta la serratura, il padre è nell’ingresso vasto e buio con il mazzo delle chiavi che pende da una catena di acciaio; non è tempo di catene d’oro questo, l’oro alla patria coi catini smaltati e il ferro di quando si stirava con il fornelletto a carbone. Quello scatto tutti sentono, i ragazzi a disegnare profili del Duce sui frontespizi dei vocabolari, la cuoca a masticare furtiva, la madre e le sue piume. Il padre è alto e quando cammina le sue suole scricchiolano, il biglietto del tram lo infila nella fede. Il cameriere lancia la tovaglia con macchie di frutta che non se ne vanno più, la cuoca gira, rimesta, conta, taglia. “Le chiavi, dove sono le chiavi”, “lavare le mani”, “stupida fessa”, “cretino”. E adesso non sapremo mai quanti barili di vino potevano dare i trentacinque ettari di vigna sulla collina, mai più mai più. Le stelline si gonfiano nel brodo bollente e il vapore sale su verso il lampadario simile a un gigantesco ragno di ottone; la madre in silenzio conta i crostini nei piatti, ne mancano quattro, chi? [...] La mela cotta soffia fumo dalla buccia spaccata. Ogni volta un’ustione. Le pupille hanno invaso quasi tutto lo spazio, iridi sottili come anelli: ricordano i gatti gli occhi di questi ragazzi e i fori neri ingoiano il padre e la madre, li scompongono senza pietà. Quando non possono rispondere si mordono le unghie ma da quei cerchi sottili, implacabile e rabbioso, il loro duro cuore.

Rosetta Loy, La bicicletta, Einaudi

2 January 2012

Magistrale

A quei tempi era sempre festa. Bastava uscire di casa e traversare la strada, per diventare come matte, e tutto era così bello, specialmente di notte, che tornando stanche morte speravano ancora che qualcosa succedesse, che scoppiasse un incendio, che in casa nascesse un bambino, e magari venisse giorno all'improvviso e tutta la gente uscisse in strada e si potesse continuare a camminare camminare fino ai prati e fin dietro le colline. – Siete sane, siete giovani, – dicevano, – siete ragazze, non avete pensieri, si capisce –. Eppure una di loro, quella Tina che era uscita zoppa dall'ospedale e in casa non aveva da mangiare, anche lei rideva per niente, e una sera, trottando dietro gli altri, si era fermata e si era messa a piangere perché dormire era una stupidaggine e rubava tempo all'allegria.

Cesare Pavese, La bella festa, Einaudi

1 November 2011

Esercizio

Nottetempo,
bianchi, discreti,
senza rumore,
i nostri piedi, i nasi
fan loro l'argilla,
si prendono l'aria.
Nessuno ci vede,
ci ferma, ci tradisce;
i granelli fan posto.
Pugni soffici insistono
a spingere gli aghi,
il letto di foglie,
perfino il selciato.
I nostri martelli, i picchiotti
senz'orecchi, senz'occhi,
senza un filo di voce,
allargano crepe,
spingon su per i fori.
Di acqua viviamo,
di briciole d'ombra,
garbati, chiediamo
pochissimo, nulla.
Quanti siamo!
Quanti!
Siamo mensole,
tavoli, siamo miti,
mangerecci,
sgomitiamo e spingiamo
anche senza volere.
Ci moltiplichiamo:
ora di domattina
erediteremo la terra.
Siamo già sulla soglia.

Sylvia Plath, Funghi, 13 novembre 1959

Ieri ho scritto un esercizio sui funghi che a Ted è piaciuto. E anche a me. Mia totale incapacità di giudicare se quello che scrivo sia da buttare o geniale.

Sylvia Plath, Diari, 14 novembre 1959 

23 October 2011

I ciechi non vanno dall'oculista

Il disco giallo si illuminò. Due delle automobili in testa accelerarono prima che apparisse il rosso. Nel segnale pedonale comparve la sagoma dell'omino verde. La gente in attesa cominciò ad attraversare la strada camminando sulle strisce bianche dipinte sul nero dell'asfalto, non c'è niente che assomigli meno a una zebra, eppure le chiamano così. Gli automobilisti, impazienti, con il piede sul pedale della frizione, tenevano le macchine in tensione, avanzando, indietreggiando, come cavalli nervosi che sentissero arrivare nell'aria la frustata. Ormai i pedoni sono passati, ma il segnale di via libera per le macchine tarderà ancora alcuni secondi, c'è chi dice che questo indugio, in apparenza tanto insignificante, se moltiplicato per le migliaia di semafori esistenti nella città e per i successivi cambiamenti dei tre colori di ciascuno, è una delle più significative cause degli ingorghi, o imbottigliamenti, se vogliamo usare il termine corrente, della circolazione automobilistica.
Finalmente si accese il verde, le macchine partirono bruscamente, ma si notò subito che non erano partite tutte quante. La prima della fila di mezzo è ferma, dev'esserci un problema meccanico, l'acceleratore rotto, la leva del cambio che si è bloccata, o un'avaria nell'impianto idraulico, blocco dei freni, interruzione del circuito elettrico, a meno che non le sia semplicemente finita la benzina, non sarebbe la prima volta. Il nuovo raggruppamento di pedoni che si sta formando sui marciapiedi vede il conducente dell'automobile immobilizzata sbracciarsi dietro il parabrezza, mentre le macchine appresso a lui suonano il clacson freneticamente. Alcuni conducenti sono già balzati fuori, disposti a spingere l'automobile in panne fin là dove non blocchi il traffico, picchiano furiosamente sui finestrini chiusi, l'uomo che sta dentro volta la testa verso di loro, da un lato, dall'altro, si vede che urla qualche cosa, dai movimenti della bocca si capisce che ripete una parola, non una, due, infatti è così, come si viene a sapere quando qualcuno, finalmente, riesce ad aprire uno sportello, Sono cieco.
 
José Saramago, Cecità, incipit


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