Archive for the ‘frammenti e frame’ Category

Lei non sa che lui sa

26 March 2013

Ti attribuisco crimini inventati, adultèri, un’esistenza orgiastica. (Sto invecchiando). Scrivo le trame di libri che non scrivo. Una donna (diciamo, per convenzione, bionda) davanti a una biblioteca. Non ha un’aria colpevole, benché lo sia. Approfitta delle rare assenze del marito per mettersi alla ricerca dei negativi incriminanti. Lei lo conosce bene e sa che deve aver preferito tenerli a portata di mano piuttosto che affidarli al buio di una cassaforte. Lei lo conosce bene; apre i libri ad uno ad uno. Ma il fatto che lui riorganizzi la biblioteca cambiandoli sistematicamente di posto non la aiuta affatto.
(Lei non sa che lui sa).

Jakuta Alikavazovic, La bionda e il bunker, di prossima pubblicazione per 66thand2nd

Come le madri

8 March 2013

Prima tappa. Come le loro madri, queste ragazze da marito si sono appassionate alla storia, alla geografia, alla letteratura. Diversamente dalle loro madri, si sono laureate, hanno fumato, discusso nei bistrot, portato i pantaloni, approfittato della Nanterre imbandierata di rosso per scappare al mare, hanno preso lo zaino, le amiche o il fidanzato e sono andate a vedere un pezzo di mondo. Come le loro madri, hanno studiato senza pensare a un mestiere. Come mia nonna, Brigitte e mia madre si sono sposate.  Dopo il secondo figlio hanno lasciato il lavoro, intrapreso giusto per arrotondare lo stipendio del marito a inizio carriera. Forse come mia nonna, dopo Nanterre, dopo il mare, dopo i bistrot e il pezzo di mondo, hanno scoperto la solitudine della casalinga.
Seconda tappa. Come mia madre, ho voluto studiare. Per colpa di mia madre, voglio lavorare. Come mio padre, farò l’avvocato. Tale è il percorso un po’ allucinato delle donne emancipate a metà.

Caroline Lunoir, La mancanza di gusto, 66thand2nd

Parole cotte

7 March 2013

cuocio le mie parole al forno di una cucina
che dà su di una valle chiusa
da in cielo sempre aperto
perché voglio
che scottino a sbucciarle.

Antonella Bukovaz

La stanza vuota

1 March 2013

In principio c’era una stanza vuota, un po’ di spazio, un po’ di luce, un po’ di tempo.
Dissi: – Farò dei campi, – e li feci con tovaglietta, moquette, feltro e velluto a coste marrone. Poi feci i fiumi con carta crespa, cellophane e stagnola lucida, e i mondi con cartapesta e corteccia. E guardai i campi e guardai i fiumi e guardai i monti e vidi che erano cosa buona.
Dissi: – E le abitazioni? – E ne feci una appallottolando dell’erba secca e una con il ceppo di un albero cavo e una con un barattolo dove prima c’erano le caramelle e ci misi del filo da pesca e una vela e feci spazio per una coperta e uno spazzolino da denti e una tazza, e un fornello, e misi un gabbiano in cima all’albero (che in realtà era il manico di una spazzola) e la misi a navigare nel mare (che in realtà era uno specchio).
E feci case con confezioni di crema di cioccolata: il cucchiaio di plastica in cui c’era la cioccolata era la camera da letto, e lo spazio rotondo di sotto dove prima c’erano i biscotti era il soggiorno. Feci case con una scatola di fiammiferi e con un nido d’uccello e con un baccello di piselli e con una conchiglia. E guardai le case e vidi che erano cosa buona.
Dissi: – Ora c’è bisogno di animali, – e feci uccelli di carta e conigli di lana e cani e gatti di feltro. Feci orsi pelosi, leopardi a strisce e draghi squamati che sputavano fuoco. Feci pesci luccicanti e granchi con le conchiglie a cuore e uccelli su fili metallici sottilissimi.
Alla fine dissi: – Servono persone, – e modellai facce e mani, labbra, denti e lingue. Le vestii e le imparruccai e alitai nei loro polmoni.
E guardai le persone e guardai gli animali e guardai la terra. E vidi che era cosa buona.

Grace McCleen, Il posto dei miracoli, Einaudi

Giudicare la storia

18 February 2013

La serata è molto movimentata, Petra cade dalle nuvole e si schiera con Rolf, Klaus cerca di calmare i fratelli piccoli.
«Cosa avreste fatto di diverso se la mamma ce l’avesse detto, cosa sarebbe cambiato?».
«Non lo so, ma almeno l’avremmo saputo, ci saremmo fatti un’opinione».
«Sei ancora un segaiolo alto un cazzo e mezzo e ti senti già in diritto di giudicare la storia?».
Secondo me Klaus sbaglia tattica.
Il signor e la signora Bauer sono seduti sul divano, avviliti, incapaci di calmare i figli. Petra si innervosisce.
«Ma tu chi sei per darci lezioni? A quanti anni credi che si abbia il diritto di giudicare i nazisti?».

Denis Lachaud, Imparo il tedesco, di prossima pubblicazione per 66thand2nd

Nato per il calcio

11 February 2013

Io ero nato per il calcio e sarei morto per il calcio. A centrocampo, sarei voluto morire a centrocampo. O meglio ancora sulla trequarti avversaria. Non c’è posto al mondo più bello della trequarti avversaria. È una conquista, un’invasione. Una scoperta.

Marco Marsullo, Atletico Minaccia Football Club, Einaudi Stile libero

God save the Queen

30 January 2013

Inno nazionale. Rob si alzò e andò dietro al bancone. Si mise vicino a Stacey, spillò un altro giro e posò i soldi accanto alla cassa. Qualcuno cantava. Alzò lo sguardo e incrociò quello di suo padre seduto al tavolo. Non riusciva a dare un volto alle voci che cantavano forte in fondo alla stanza. Del fumo azzurro aleggiava davanti al primo piano di Beckham sul grande schermo. Suo zio Jim si mise a cantare a squarciagola, imitato da Glenn. God save the Queen. Send her victorious, happy and glorious.
Andre comincia a leggere, sai, Stace.
Rob lasciò perdere chi cantava e si rigirò verso di lei, nel tentativo di sbirciarle il seno mentre si chinava a prendere un pacchetto di patatine sotto al bancone, poi lanciò un’occhiata a Glenn per accertarsi che non lo avesse beccato a guardare la sorella.
Me l’hai già detto mille volte, rispose lei. Ma sai quanto gli serve.
Perché?
Mica gli ricuce la faccia, no?
No, ma imparare a leggere è importante.
È tardi ormai. Vuoi aspettare che compie tredici anni per imparargli a leggere?
Stava per chiederle di provarci lei, ma si morse la lingua e disse con aria mite: Però ci sta riuscendo, giuro.

Anthony Cartwright, Heartland, 66thand2nd

Quella differenza

18 January 2013

Dentro un barile sul fondo di un battello, con una borraccia d’acqua incastrata fra le gambe e un pacchetto di veleno nascosto in tasca, Jacob Rappaport avvertiva una stretta allo stomaco – non perché fosse sul punto di fare qualcosa di pericoloso, ma perché era sul punto di fare qualcosa di sbagliato. Aveva diciannove anni ed era abituato a credere di non essere responsabile delle proprie azioni, che esistessero fattori e complicazioni di ogni tipo indipendenti da lui. Perciò si era detto che quella stretta era dovuta a qualcos’altro, che non c’era alcuna distinzione fra temere gli altri e temere sé stessi. Ma mentre aspettava che la seconda infinita notte trascorresse, con il mento premuto contro le ginocchia e le braccia premute contro le pareti di legno del barile, ascoltando lo schiaffo delle onde contro la stiva del battello di contrabbandieri che lo stava portando a New Orleans, quella differenza la sentiva. Tutto aveva avuto inizio a Pasqua dell’anno precedente, la prima volta che Jacob avrebbe potuto dire di no.

Dara Horn, Tutte le altre sere, di prossima pubblicazione per 66thand2nd

Il futuro

21 December 2012

Davanti all’attaccapanni accanto alla porta d’ingresso mi fermo a valutare un bastone da passeggio, un ombrello e, inspiegabilmente, un rastrello. Li escludo tutti. Gli occhiali da sole mi scivolano sul naso mentre infilo decisa le braccia nel mio cappotto, e mi tocca risospingerli più volte prima di determinare l’angolo esatto d’inclinazione della testa che fa sì che gli occhiali restino al loro posto. Poi spingo la porta; cigola potentemente, come la porta di un grande castello. Eccolo, quel famoso mondo esterno di cui tutti parlano. Il giorno torna a sorridermi. In un salto supero i due gradini e mi avvio rapida per il lungo sentiero che porta in città. Avrò tutto il tempo di costeggiare la scuola prima che la madre riporti a casa il bambino. Scommetto che ha portato il bambino in qualche bar speciale a mangiare i cannoli; lui chiacchiererà della sua nuova scuola, come una volta chiacchierava con me di mille cose. Non dovrebbe lasciargli bere il caffè, non dovrebbe, o se ne pentirà. Una ventina di passi sul vialetto, mi fermo e torno di corsa verso casa. Irrompo nell’ingresso, tolgo cappotti e sciarpe dall’attaccapanni e li getto da parte finché non trovo ciò che sto cercando. Oh, sì, il cappello della mamma. Strappo la rosa che ne orna la tesa e mi pianto il cappello saldo sulla testa. Poi esco di nuovo, sbattendomi la porta alle spalle. Il suono mi piace tanto che riapro la porta e la sbatto ancora diverse volte. Poi ripercorro i miei passi sul lungo sentiero. Vado verso nord, a Roma. O almeno credo sia il nord.

Heather McGowan, Duchessa del nulla, Nutrimenti-Greenwich

Volevo fare

13 December 2012

Ma Grace, a sedici anni, diceva alla madre: «Io non mi sposerò mai, mai e poi mai».
La madre sorrideva. «La pensavo anch’io così, sai? Volevo fare la—».

Sarah Braunstein, Il dolce sollievo della scomparsa, 66thand2nd


Follow

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 4,336 other followers