Archive for the ‘mestiere editoriale’ Category

8×8, i racconti editati e la finale

15 May 2013


La finale nazionale si svolgerà sabato 18 maggio ore 20,30 presso il Salone del libro di Torino, Spazio incontri. Si contenderanno la vittoria finale:

- Orso Jacopo Tosco (La  farcitura), editato da Dario Rossi (Transeuropa). Leggi il racconto editato;
- Valentina Maini (Tadan), editata da Alessandra Penna (Newton Compton). Leggi il racconto editato;
- Marco Piazza (Gunkanjima), editato da Raffaella Lops. Leggi il racconto editato;
- Emanuele Boccianti (La sindrome dello stormtrooper), editato da Linda Fava (Isbn). Leggi il racconto editato;
- Domitilla Pirro (Sote’), editato da Matteo Alfonsi (Indiana). Leggi il racconto editato.

Leggi i racconti arrivati in finale. Guarda cos’è successo durante le prime cinque serate.Guarda divertente il video riassuntivo.

In giuria: Leonardo Luccone, Alessandro Beretta, Bernardino Sassoli, Martino Gozzi.

Calasso spiega l’editoria come forma

24 March 2013

Roberto Calasso spiega l’editoria come forma

24 March 2013

Calasso su Giulio Einaudi

15 March 2013

Giulio Einaudi è stato uno dei grandi editori europei e anche quello con il quale ci siamo trovati in evidente contrasto. Una situazione che ha fatto molto bene a entrambe le parti. Ed è particolarmente triste constatare che oggi non c’è più nulla da contrastare.

Roberto Calasso, intervista a Antonio Gnoli, la Repubblica, 15 marzo 2013

Richieste di editore #1

5 January 2013

Sono un editore. Pubblico libri di ogni genere. Ne cerco uno che venda cinquecentomila copie. Questo è il tempo dei romanzi con risvolto metafisico. Se possibile però, preferirei qualcosa di scritto da un materialista convinto, che parli di un benestante uomo di mondo e di un apache dagli occhi scuri… o qualcosa sull’amore. L’amore è un tema sicuro. E ci vuole un uomo vivo per amare.

Francis Scott Fitzgerald, The I.O.U., traduzione di Anna Bissanti

Né coi nostalgici né coi guru del nuovo

22 December 2012

Incontro con Paolo Repetti, creatore insieme a Severino Cesari di Einaudi Stile libero. Stranamente, comincia lui e comincia proprio da Orwell: “Mi piace molto la scelta di fare un supplemento culturale non di recensioni con un gruppo di scrittori intellettuali giovani, e con una discussione che, per quanto a volte è ironica e paradossale, non è una cosa tipo Il Fatto quotidiano, cioè – andiamo a vedere chi c’è, cosa c’è dietro, il complotto, gli editori che stanno a fa’, chissà, adesso vi sveliamo noi gli arcani segreti. Dal punto di vista di uno che sta dentro una casa editrice grossa, che comunque si confronta con un mercato in modo piuttosto violento, c’è la sensazione di poter colloquiare”.

La prima cosa che hai detto è “non uno spazio che produce recensioni”.

“Non mi ricordo se tre o quattro o cinque anni fa, il manifesto fece una serie di interventi di Gabriele Pedullà contro l’industria culturale, il mercato, le pagine dei giornali, tutta quella roba lì insomma: aveva un tono insopportabilmente minoritario e nostalgico, come sé tutta la critica della cultura, che poteva essere quella derivata dalla grande coda della Scuola di Francoforte, si fosse ridotta oggi ad un rimpianto per perdita dell’aura, alla Benjamin: guardare il presente e guardare il futuro solo in termini di perdita di qualcosa: le librerie non sono più quelle di una volta; i giornali non danno più spazio ai critici letterari; gli editori fanno soltanto libri per fare mercato…Mi fa venire voglia di dire ragazzi l’antagonismo culturale significa togliere spazio al mercato, non lamentarsi perché il mercato esiste: perché il mercato esiste!”.

Noi siamo autori che pubblicano per Einaudi Mondadori Rizzoli…

“Sì sì! Il tentativo di andare contro una logica puramente di mercato non è che appartiene soltanto a chi sta fuori… È un problema che ci poniamo anche noi che stiamo dentro grandi gruppi editoriali”.

Nel tuo caso, con la tua esperienza prima con Theoria, indipendente, poi con Stile libero, come te lo poni il problema?

“Al momento credo stia vincendo la logica di una specie di grande mainstream dell’intrattenimento globale. È una fase culturale dov’è difficile trovare spazi dove le cose non vengano considerate solo intrattenimento. Compresi i libri complessi. Non è che voglio fare l’elogio dell’antagonismo, però se penso alla formazione che potevamo avere noi da ragazzi… senza voler fare un discorso nostalgico, però un conto è formarsi su Barthes, Foucault…”

Ma sono quelli su cui ci si forma anche adesso, se ti vuoi formare.

“Se ti vuoi formare. Oggi gli ideologi sono vissuti passivamente, e i loro nomi sono: Bezos, Zuckerberg e Steve Jobs La vera ideologia è fatta dai guru che hanno deciso attraverso la tecnologia i modi in cui noi stabiliamo relazioni, la cornice dentro cui ci muoviamo. Il caso di

Bezos e Amazon per noi editori è una cosa enorme: se io dovessi dire chi è in questo momento un personaggio verso cui gli intellettuali dovrebbero riflettere per capire come sta determinando la fine di un modello di industria culturale come eravamo abituati a pensarlo…”

Diventerà l’unico editore?

“Più che l’unico editore (perché poi secondo me per gli editori c’è uno spazio enorme all’interno di questa crisi), è ovvio che anche lì, se tu lasci Bezos tranquillo, lui conquista tutto. Diventa lui stesso editore, diventa lui stesso distributore di libri. A partire dall’imposizione di Amazon le conseguenze sono state la chiusura di una enorme catena di librerie [Borders]… Questa cosa non può non, come dire, innescare una riflessione per chi fa questo lavoro, perché noi ci troviamo nel giro di cinque anni a far sì che l’editore controllava fino a poco tempo fa tutto il processo, dal manoscritto alla stampa, alla pubblicazione e quindi all’accesso in libreria, la distribuzione. L’editore, che controllava tutta questa catena, potrebbe diventare un…”

Ma tu hai detto che secondo te c’è un grande spazio per l’editoria. Quale sarebbe?

“Io penso che l’editore, la sua ricchezza sarà sempre di più gli autori che ha e la capacità di far sentire agli autori che la mediazione e il filtro del marchio editoriale è un elemento di cui non si può fare a meno.

Se hai un progetto culturale dentro cui un autore vuole stare. Diciamo che Stile libero, in questo suo dialogo continuo col mercato, nasce da un’idea di Giulio Einaudi: quando io e Severino Cesari proponemmo una collana autonoma per la scoperta di nuove scritture giovanili e di generi, Einaudi disse: ‘Ve la faccio fare ma i libri usciranno dentro i Tascabili Einaudi’. Voleva dire che tu ti trovavi nella stessa numerazione prima Primo Levi, McEwan e poi, non so, il Libro

delle camerette dei giovani, il primo che abbiamo fatto. E questo ci obbligava a tirature molto più alte e un confronto col mercato molto più intenso. Giulio Einaudi era così. Se pensi all’operazione che lui fece con la storia della Morante, mettendo a 2000 lire un libro di 500 pagine – è un’operazione che oggi diremmo di marketing”.

Oggi come si spinge un libro?

“Oggi quando i libri anche letterari li butti in libreria e entrano nella discussione letteraria, nel mercato eccetera, sono comunque vissuti come prodotti, e basta! Cioè non senti più in questo momento quella sensazione che io avevo almeno fino a dieci quindici anni fa, in cui l’editoria di cultura aveva un suo linguaggio, con dei paratesti che lo accompagnavano, dei suoi tempi, perché esisteva una cosa che quando io sono entrato a lavorare era evidente, cioè se tu avevi un critico letterario dell’autorevolezza di Calvino o di Pasolini, che pubblicava una recensione in quello che oggi è considerato lo spazio più sfigato di tutti i giornali, l’elzeviro, sostanzialmente avevi fatto il

marketing del libro…”

E poi il libro come si trovava, dove si trovava?

“Il libro si trovava in libreria con facilità e non c’era un discorso di eccessiva rotazione. Era diverso il sistema di amplificazione dell’importanza del libro, era molto più lento…”

Adesso dopo sei mesi magari il tuo romanzo non è in libreria, proprio quando sta girando la voce.

“Paradossalmente l’ebook questa cosa la risolve perché mantiene il libro in una situazione di molto maggior reperibilità”.

Quindi quali sono i modi in cui vi rendete conto che un libro sta morendo?

“Dalle vendite. Nel momento in cui viene distrutta quella gerarchia verticale, dell’autorevolezza pedagogica del critico, trionfa una logica del più forte, della capacità che tu hai di imporre un libro”.

In pratica?

“Ottenere spazio. Anticipazioni, interviste, pezzi sui settimanali. Prima c’era Pampaloni sul Giornale, leggevamo lui e si decideva che libri leggere. Ovviamente non è che uno può dire ‘Allora, siccome è così, basta! È finita la letteratura’, perché la letteratura non è finita: semplicemente quel terreno ora appartiene a critici che fanno gli showman, quelli che danno 10 in pagella o 0”.

Paolo Repetti intervistato da Francesco Pacifico, Orwell, 22 dicembre 2012

Salinger a un manoscrittore

14 December 2012

Lettera di Salinger a un manoscrittore

Giovani scrittori dai Gettoni a oggi

10 December 2012

Si sarà notato come quasi tutti i giovani scrittori che oggi vengono avanti con un primo libro abbiano più o meno trent’anni. Non i venti ingenui e incauti che si ebbero in altre generazioni letterarie, ma ventinove o trenta con punte che si spingono fino alle soglie dei quaranta.

Elio Vittorini, risvolto di Memorie dell’incoscienza di Ottiero Ottieri, 1954

Gestisci l’urgenza da giovane scrittore che c’è in te (senza bere troppo)

8 December 2012

La maggior parte degli scrittori scrive semplicemente sull’onda di qualche forte bisogno interiore [...]. Un grande autore che scrive sull’onda di quel bisogno darà sostanza a tutti i problemi del mondo e forse riuscirà anche a spiegarli, senza nemmeno conoscerli, fino a quando, cent’anni dopo la sua morte, non arriverà uno studioso e ne ricaverà i simboli. Lo scopo di un giovane scrittore è quello di scrivere, se senza bere troppo. Non dovrebbe pensare di essere il Dio in terra solo perché ha scritto un libro e mettersi a sciorinare tutte le sue immature opinioni in pompose interviste.

William Styron, L’arte della narrazione, in The Paris Review, 4, Fandango

L’irresponsabilità del recensore

4 December 2012

Il buon recensore — quello lievemente losco — ha licenza di chiacchierare di quel che ha letto con una certa irresponsabilità — la letteratura, in tutte le sue forme, è forse l’unica attività umana che esige una quota di irresponsabilità.

Giorgio Manganelli


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