Archive for the ‘personae’ Category

La lingua straniera per Jumpha Lahiri

16 April 2013

“L’estate scorsa, in Italia, come per un riflesso condizionato, ho cominciato a scrivere in italiano nel diario. Pieno di sbagli e soddisfazioni, perché sono riuscita a tornare al momento in cui ho cominciato a scrivere quando ero piccola. La cosa più viva nel mondo è una lingua straniera. [...] L’inglese è la mia lingua, ma non è la mia lingua madre. Quando ero piccola ho cominciato a parlare in bengalese che, secondo i miei genitori, doveva essere la mia lingua. Poi, ho tradito il bengalese per l’inglese. E adesso? Questa è una seconda ribellione, un tradimento verso me stessa. L’inglese era un tradimento verso i miei, la famiglia, questo è un tradimento verso di me. So che è un procedimento molto difficile. Sinuoso [...] curvoso, si dice?”

Jumpha Lahiri, intervistata da Luca Mastrantonio per “La Lettura” del Corriere della Sera, 14 aprile 2013

Calasso su Giulio Einaudi

15 March 2013

Giulio Einaudi è stato uno dei grandi editori europei e anche quello con il quale ci siamo trovati in evidente contrasto. Una situazione che ha fatto molto bene a entrambe le parti. Ed è particolarmente triste constatare che oggi non c’è più nulla da contrastare.

Roberto Calasso, intervista a Antonio Gnoli, la Repubblica, 15 marzo 2013

Chi tifa il maestro Zeman non perde mai

5 February 2013

“Il risultato è casuale. La prestazione no”. Nel 1998 un gruppo di amici aveva scelto questa frase per stampare la prima di una magnifica serie di magliette intitolate ZZ. Erano anni di felicità calcistica assoluta. Andavamo allo stadio a vedere un calcio stellare e a volte folle. Lontano dall’Olimpico, frequentavamo le sale dotate di maxischermo di una casa in collina sulla Nomentana dove era stato creato uno spazio intitolato “Zona Zeman”. Passavamo la settimana a considerare le possibilità di travolgenti successi e trionfi epocali. Ci emozionavamo per minuti di intensità agonistica mai vista prima. Una combinazione di numeri cominciò a creare rime con qualunque nostro desiderio. Quattrotretré, quattrotretré. Era come un mantra. Il calcio per me era rinato. Dopo anni di disinteresse e noia, undici giocatori mossi da una mano inconfondibile. Di nuovo un sogno da bambini. Una dimensione di felicità e speranza, fatta di ideali, bellezza, serietà, rigore. Vennero partite esaltanti e sconfitte da non dormirci la notte. Arrivò un divorzio che nessuno si aspettava. Eppoi dimenticammo.
Negli anni, molti di noi e molti come noi hanno continuato a seguire le gesta di quest’uomo diventato sigla: ZZ; trasformato in mantra: quattrotretré; incarnato in ideale: onestà. Dovunque fosse, in giro per il mondo a insegnare calcio, una musica suonava. La musica di chi sfida se stesso ogni giorno perché è la sfida ai propri limiti ciò che dà il senso più profondo a quella dimensione chiamata sport. Finché un giorno, più inaspettato di qualunque sorpresa natalizia, lo abbiamo visto tornare a Roma. Raccontare cosa sia stato in questi mesi, è difficile. Tornare allo stadio, per esempio. Qualcosa per me e i miei amici dimenticato da anni, e anzi precisamente dal 17 giugno del 2001 quando un biglietto falso comprato a peso d’oro ci spinse sulla tribuna Tevere del terzo scudetto della Roma. Ma cos’era quello scudetto in confronto al sogno di un trionfo con ZZ? E così eccolo, il vero sogno. Avevamo stabilito ogni cosa con cura. Innanzitutto quella che è la passione di ogni più funambolico romanista: la Coppa Italia. La decima. La coccarda d’oro sul petto. Quella sì che si doveva raggiungere con ZZ. Intanto la squadra prendeva forma, sfornava campioncini adolescenti, riplasmava campioni, consacrava la definitiva resurrezione del più grande Capitano di sempre. Via via si tentava di creare bellezza e salire in classifica verso i trampolini europei. Chi non ci credeva di noi? Sere a affannarci. Numeri, piani, progetti. Mattine di ansia dopo gli insuccessi. Dolore dopo rimonte intollerabili. E felicità assoluta per quei minuti da squadra perfetta. Dio, sì, quei 25 minuti contro l’Udinese! Zemanlandia era tornata. O stava tornando. Certo, mica ci si mette poco a realizzare i sogni. Ma non era questa la città del grande Progetto? E così ecco anche le partite intere. Roma-Fiorentina 4-2. Eravamo in curva nord, 95 minuti in piedi a cantare. Eppoi Roma-Milan, due giorni prima di Natale, il vero regalo. Ancora 4-2. Tre gol secchi in mezz’ora. Distinti sud. L’Olimpico in coro che pareva una festa destinata a non finire mai più.
Quel che è venuto dopo, è inutile raccontarlo. Una strana partenza per l’America tra Topolino, Minnie e Pippo a celebrare il sole caldo di Orlando. Una partita all’assalto della porta del Napoli, mentre Cavani castigava la porta della Roma, una all’assalto della porta del Catania, di nuovo invano. Fino a un epilogo dirigenziale di rara pochezza. Ma non possiamo parlare di ciò che non è in nostro potere. Ce lo ha insegnato ZZ. Che con il suo spirito di sfida perenne ha tentato di resistere oltre ogni ragionevole possibilità. Adesso c’è chi ripete la solita tiritera sugli sportivi vincenti e quelli perdenti. Come se Menelao e Antiloco non avessero entrambi perso la prima e più famosa fra le gare cantate nel poema che ha dato origine alla letteratura occidentale: l’Iliade. Secondo e terzo, arrivarono i due eroi nella gara di cavalli indetta da Achille. Si contesero i premi, litigarono, persero entrambi e entrambi vinsero, perché di essi Omero volle parlare assegnando alle loro gesta agonistiche una gloria immortale. E sarebbe facile ora scommettere sulla gloria e la fama, nell’arco anche di un solo secolo, di ZZ, mentre innumerevoli presunti vincenti di oggi saranno invece persi nell’oblio. Ma ancora una volta è inutile parlare di ciò che non è in nostro potere. Di una cosa soltanto possiamo parlare ringraziando di nuovo questo grande maestro di sport. Della disponibilità al rischio, a mettere tutto in gioco, a non temere il fallimento. Un atteggiamento rarissimo, oggi. Che in ZZ è legge. Scommettere su se stessi, sempre e fino alla fine. A volte vincere. A volte perdere. Ma senza timori. Una scelta di vita raccontata bene da un aneddoto in uno fra i più belli dei molti libri usciti su ZZ in questi mesi: Un marziano a Roma. Erano i primi tempi in città. ZZ arrivò in piscina. Totti, giovane e scanzonato, lo provocò: “A mister, gira voce che era un gran nuotatore. Scommettiamo diecimila a testa che nun le po’ fa’ tre vasche sott’acqua?” ZZ si liberò dall’accappatoio, posò la sigaretta, si rivolse a Tommasi: “Damiano raccogli soldi”. Un tuffo, la lentezza flemmatica dell’alligatore. Tre vasche intere sott’acqua. Poi subito fuori in tempo per riprendere la sigaretta ancora accesa e mormorare alla squadra: “Ci vediamo su gradoni”.

Matteo Nucci, Il Messaggero, 5 febbraio 2013

Vita o raddoppia

28 January 2013

La vita è breve, ma che cosa importa? Nei trentasei anni della sua, lei trovò il tempo per viverne due, una nella luce e l’altra nell’ombra.

Eugenio Baroncelli, su Jacqueline Pascal, da Falene

Jerome David Salinger, giovane a vita

27 December 2012

Ebbe in sorte un male incurabile, il talento letterario, e un travolgente successo, che infatti lo travolse. Sospinto dalla fama, passò nell’ombra cinquantanove dei suoi novantun anni. Lasciò che a ricordarlo fosse un pugno di fotografie sospette: sbiadite, sfuocate, scadute, forse apocrife. Fu fra i primi, il 29 aprile del 1945, a spalancare gli obbrobriosi cancelli di Dachau. Forse quel trauma, o forse l’altro, di avere disgraziatamente scritto un capolavoro incancellabile, alle sue mani lasciò in eredità il romanzesco tremito di cui racconta la leggenda.

Eugenio Baroncelli, Falene

Giovani scrittori dai Gettoni a oggi

10 December 2012

Si sarà notato come quasi tutti i giovani scrittori che oggi vengono avanti con un primo libro abbiano più o meno trent’anni. Non i venti ingenui e incauti che si ebbero in altre generazioni letterarie, ma ventinove o trenta con punte che si spingono fino alle soglie dei quaranta.

Elio Vittorini, risvolto di Memorie dell’incoscienza di Ottiero Ottieri, 1954

Gestisci l’urgenza da giovane scrittore che c’è in te (senza bere troppo)

8 December 2012

La maggior parte degli scrittori scrive semplicemente sull’onda di qualche forte bisogno interiore [...]. Un grande autore che scrive sull’onda di quel bisogno darà sostanza a tutti i problemi del mondo e forse riuscirà anche a spiegarli, senza nemmeno conoscerli, fino a quando, cent’anni dopo la sua morte, non arriverà uno studioso e ne ricaverà i simboli. Lo scopo di un giovane scrittore è quello di scrivere, se senza bere troppo. Non dovrebbe pensare di essere il Dio in terra solo perché ha scritto un libro e mettersi a sciorinare tutte le sue immature opinioni in pompose interviste.

William Styron, L’arte della narrazione, in The Paris Review, 4, Fandango

Come non scrivere d’Africa

6 December 2012

Nel titolo, usate sempre le parole “Africa”, “nero”, “safari”. Nel sottotitolo, inserite termini come “Zanzibar”, “masai”, “zulu”, “zambesi”, “Congo”, “Nilo”, “grande”, “cielo”, “ombra”, “tamburi”, “sole” o “antico passato”. Altre parole utili sono “guerriglia”, “senza tempo”, “primordiale” e “tribale”.

Binyavanga Wainaina, Come scrivere d’Africa

L’irresponsabilità del recensore

4 December 2012

Il buon recensore — quello lievemente losco — ha licenza di chiacchierare di quel che ha letto con una certa irresponsabilità — la letteratura, in tutte le sue forme, è forse l’unica attività umana che esige una quota di irresponsabilità.

Giorgio Manganelli

Busi sui romanzi che vendono

3 December 2012

[...] Nel romanzo [El especialista de Barcelona, Dalai editore] se la prende anche con il mondo dell’editoria. Ce n’è per tutti: gialliste spagnole, thrilleristi svedesi, bestselleristi americani.
“È molto difficile trovare gente che scriva libri veri. Magari hanno la cellulosa ma non sono letteratura, sono lunghi slogan. I Baricco, i Camilleri, tutti gli autori dei libri che vendono sono autori di ricette creative, non veri scrittori”.
Aldo Busi, invece?
“La mia opera è all’insegna della verità per come io l’ho intravista. Io sono un autore di una modernità pazzesca, modernità alla quale l’Italia non era preparata, e ci vorranno decenni perché mi capisca”.

Aldo Busi, intervistato da Paola Jacobbi per Vanity Fair, 21 novembre 2012


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