Archive for the ‘tracce di un dualismo diverso’ Category

Noia o umore nero

7 November 2012

Le unioni felici sono quelle in cui gli sposi sanno tutto l’uno dell’altro, oppure quelle in cui ignorano tutto. I matrimoni mediocri si fondano invece su una semifiducia: ci si lascia sfuggire una confessione, un sospiro; si esprime un barlume di desiderio o di sogno, poi ci si spaventa; ci si tira indietro; si esclama: “Ma no, non hai capito…”; si mormora, vigliaccamente: “Sai, non dovevi prendere alla lettera quello che ho detto”; ci si affretta a rimettere la maschera, ma l’altro ha visto quelle lacrime, quel sorriso, quello sguardo indimenticabile… Se è saggio, chiuderà gli occhi. Altrimenti, insisterà, si ostinerà: “Ma tu hai detto… Insomma, non ti capisco, tu stesso mi hai confessato…”. Poi: “Giurami che non pensi più a quella donna… Giurami che non rimpiangi quella vita”.
Nell’ombra del letto coniugale, Thérèse ripeteva sottovoce:
“Giurami che non pensi più a Renéè… Giurami che sei felice…”.
E lui: “Sì. Calmati. Dormi”.
Felice? Lei non poteva capire. Bernard si annoiava — un male senza rimedio. Quella noia, quella specie di oscuro torpore dell’anima, era cominciata molto presto dopo il matrimonio.

Irène Némirovsky, I falò dell’autunno, Adelphi

 
Che parola buffa, matrimonio. Rivedo la torta grigia, la collezione di vestaglie nel ripostiglio. Mi sposò, e io cominciai a decompormi. Quando mio marito era al lavoro io correvo in città. A fumare sigarette con la ragazza che ci vendeva le uova, a fare visite all’insegnante di piano o al fornaio che mi sfornava dolci che frantumavo sotto i denti nel tragitto di ritorno. Mio marito mise a punto un fischio stonato, sollecito nel farmi notare che mi aveva salvato da una vita di fatiche. Se c’è una cosa che detesto è essere salvata. D’altra parte, a mio marito piaceva salvare giovani donne, così come cani morsicati o cavalli recalcitranti. Poco dopo averlo salvato, al cane morsicato dovemmo sparargli. Il parallelo ti sarà chiaro senza che ne debba precisare i termini. Essere salvata mi mette d’umore nero, e quest’umore l’ho riversato nel matrimonio e quest’umore è l’unica cosa che abbia portato con me quando me ne sono andata, oltre a un’ingente quantità di contanti.

Heather McGowan, Duchessa del nulla, Greenwich-Nutrimenti

La bambina e il famigerato Lui

23 October 2012

Era già buio perché le giornate d’inverno erano più brevi, e mi rammento come gli steli spezzati mi ostacolassero il cammino. La neve cadeva leggera, sembrava una folata di tante manine, io respiravo con il naso, ma quando cominciò a colare spalancai la bocca. A un paio di metri dal signor Harvey, misi fuori la lingua, per assaggiare un fiocco di neve.
«Non volevo spaventarti» disse il signor Harvey.
In un campo di granturco, di sera, naturale che mi spaventassi. Dopo morta, mi ricordai di quell’impercettibile profumo di acqua di colonia nell’aria, al quale lì per lì non avevo prestato troppa attenzione, convinta che venisse da una delle case nei paraggi.
«Signor Harvey» dissi.
«Sei la più grande delle ragazze Salmon vero?».
«Sì».
«E i tuoi come stanno?».
Nonostante fossi appunto la maggiore, nonché un genio dei quiz di scienza, con gli adulti non mi ero mai sentita molto a mio agio.
«Tutti bene» dissi. Tremavo di freddo, ma la soggezione per la sua età, aggiunta al fatto che era un vicino di casa e aveva chiacchierato di fertilizzanti con mio padre, mi tenne inchiodata lì.
«Ho costruito una cosa, qui dietro» disse. «Ti piacerebbe vederla?».
«Veramente avrei un po’ freddo, signor Harvey, e poi la mamma mi vuole a casa prima che sia buio».
«È già buio, Susie».
Come vorrei che la cosa mi avesse insospettito! Io non glielo avevo mai detto il mio nome.

Alice Sebold, Amabili resti, edizioni e/o

 
Lei avrebbe accolto schiavi o ebrei in casa sua. Ed è per questo che quando l’uomo apparve, è per questo che quando le disse «posso disturbarla un attimo, signorina?», è per questo che quando lei vide che aveva gli occhiali pieni di ditate, un taglietto da rasoio sulla guancia, quando vide che aveva la stessa sciarpa scozzese di suo padre, si fermò. Fu istintivo; non ci
pensò due volte. Quell’uomo aveva la stessa sciarpa del padre.
Non si era accorta da dove fosse sbucato. Era un tizio apparentemente normale, tipo un semplice funzionario, con il giornale sottobraccio, la ventiquattrore con la cerniera dorata e lucente.
«Salve» rispose lei.
Il fratello era scomparso.
«Hai l’aria di avere fretta» disse l’uomo.
Lei non seppe cosa rispondere.
«Beh, direi di sì».
«Vorrei solo rubarti un attimo del tuo tempo».
Lei non pensò: Chi è? cosa vuole? è innocuo? Ecco cosa avrebbe dovuto pensare – tra i pensieri sotto i suoi pensieri c’era: Perché non stai pensando quello che dovresti pensare? [...]
«Stai andando a scuola, immagino» disse lui.
«Infatti». Era risoluta, sicura di sé.
«Fai la quinta elementare? La prima media?».
Lei esitò; lui sbatté le palpebre; lei confermò la seconda ipotesi.
«Ho una proposta da farti». Deglutì di nuovo. Era così ricercato, quel modo di deglutire – disinvolto, stupendo.
Lei gli chiese: «Che genere di proposta?».
«Avrei bisogno del tuo aiuto. Ho un’idea e mi piacerebbe conoscere il tuo parere».
Lei disse in tono un po’ offeso. «Ah sì, avevo capito».
«Non ci vorrà molto. È… è davvero importante per me».
Leonora sarebbe dovuta scappare e non lo fece. Si preparò a scappare, conosceva i rischi, ma in quel momento, faccia a faccia con lui (il famigerato Lui, uno sconosciuto da manuale), l’istinto si limitò a suggerirle di ascoltarlo. Disse: «Cosa posso fare per lei?», e fu sorpresa dall’intonazione meccanica, distaccata, con cui quella domanda le venne fuori, come la voce di una cameriera stanca.

Sarah Braunstein, Il dolce sollievo della scomparsa, di prossima pubblicazione per 66thand2nd

Vita da giocatori d’azzardo

10 September 2012

Il padre di Roger era stato uno dei più famosi scommettitori del Diciannovesimo secolo. Dal momento che non scommetteva mai su un cavallo quotato meno di otto a uno e dal momento che spesso puntava su cavalli tutt’altro che favoriti quotati venti a uno, Venti era diventato il suo soprannome e Roger l’aveva ereditato insieme alla sua singolare mania. [...] Aveva un piccolo reddito e viveva proprio come suo padre si aspettava che avrebbe vissuto: su e giù per il paese a seguire i cavalli, frequentando, di tanto in tanto, gente benestante, e convincendosi, tra un autoinganno e l’altro, di essere fortunato, ricco e appagato. A volte andava al meeting di Saratoga in aereo. Altre volte ci andava in treno, in pullman o col traghetto. Altre volte con l’autostop, e una volta si fece addirittura tutta la strada da Ballston a Saratoga a piedi. Tutto quello che faceva lo faceva nei moltissimi modi di chi è molto ricco o di chi è molto povero. Capitava che dormisse in grandi hotel ma capitava pure che dormisse sulla striscia di prato che separa le due corsie della Union Avenue, avvolto nelle copie del Morning Telegraph.

John Cheever, “Saratoga”, in Tredici racconti, Fandango

 
“Affari” le diceva sempre suo padre. “Un gioco da ragazzi”. Fino alla morte del padre non seppe mai fino a che punto il termine “gioco” si applicasse alla lettera ai traffici di lui. Simeon Peake, che viaggiava per il paese con la figlia piccola, era un giocatore d’azzardo per professione, carattere e talento innato. Quando la fortuna gli girava bene vivevano alla grande, dormivano negli alberghi migliori, mangiavano piatti di pesce insoliti e succulenti, andavano a teatro, si spostavano su calessini a noleggio (sempre a due cavalli: se Simeon Peake non aveva abbastanza soldi per un tiro a due, preferiva camminare). Quando però la fortuna gli volgeva le spalle vivevano nelle pensioni, mangiavano cibo da pensione e indossavano gli abiti che avevano comprato quando il soffio della Fortuna era stato favorevole. E nel frattempo Selina frequentava scuole buone, cattive, private, pubbliche, con regolarità sorprendente, considerata la sua vita da nomade.

Edna Ferber, So Big. Una storia americana, Bur

Stupide superstizioni

20 February 2012

Isabelle chiude la finestra. Solleva la tenda e guarda il cespuglio di biancospino che tremola sul suo balcone. Isabelle è seminuda. Le sue gambe sono bianche. Bianche come i fiori del biancospino. Ma l’arbusto è malato.
Ha il colpo di fuoco batterico. Dal suo sesto piano, tramite impollinazione, potrebbe contagiare tutte le piante di Parigi. Da qualche mese, in Francia, sono vietati la vendita e l’acquisto di biancospini.
Isabelle dovrebbe sradicare e dare fuoco al suo arbusto. Ma è appena fiorito, ed erano due anni che Isabelle aspettava questo momento.
“Lo brucerò quando sarà fiorito del tutto… un attimo prima che diventi pericoloso”.

Jean Teulé, Rainbow per Rimbaud, Nutrimenti-Gog

 
Il fuoco ardeva continuamente nel retrocamera e regnava la dolcezza del biancospino.
Non si fa entrare il biancospino in casa, porta sfortuna; ma nella vita delle Hennessy non c’era spazio per la superstizione e la casa profumava di biancospino, turbata dal rumore dei treni lontani, e riscaldata da un fuoco di torba.

Desmond Hogan, L’ultima volta, Playground

6 October 2011

Gorgo di fiori gialli

La primavera giace deserta.
Scuro come il velluto il fossato
si snoda al mio fianco
senza immagini riflesse.

Soli a splendere
sono dei fiori gialli.

Mi porta la mia ombra,
come la sua nera custodia
un violino.

La sola cosa che voglio dire
brilla fuori dalla mia portata
come l’argento
sul banco dei pegni.
 
Tomas Tranströmer, Aprile e silenzio 
 

una navetta-carretta pullulante di famigliole in fuga
dalla fame, strabiccola verso il paese (il Paese)
lucciolante oltre il mare…; è, questo, un luogo
abitato da popolini così cristiani, così liberali,
da temere quei tristi pellegrini come i ladri delle loro
botteghe, come gli assassini dei loro figli…
Sono essi, gli aldiquà, in gran parte discendenti
da tribù di poverini che in numero di milioni
migrarono nel vasto mondo…: chi rimanendo inermi
o solerti cittadini, chi diventando padroni o padroncini,
chi cancri di quelle rampicanti società…
Ora, queste smemorate comunità alzano le fronti
arrogate, fanno fronte comune, invocano una difesa…
Esemplare, le ascolta l'incrociatore della fulgente
potenza che, arditamente, affianca il guscio di noce
e gli acciaia la via…
Il gorgo che indifferente lo inghiotte
si anima dei cento occhi bambini che, calando nel nero,
scrutano i molti civili aguzzini, lassù

Eugenio De Signoribus 

2 September 2011

Andare dentro le cose 

"E adesso chiudi gli occhi", ha aggiunto, rivolto a me. [...] "Adesso non fermarti. Continua a disegnare". [...]
Le sue dita guidavano le mie mentre la mano passava su tutta la carta. Era una sensazione che non avevo mai provato prima in vita mia. [...]
Ero a casa mia. Lo sapevo. Ma avevo come la sensazione di non stare dentro a niente.

Raymond Carver, Cattedrale, 1983

…desiderò di essere cieca anche lei, di attraversare la pellicola invisibile delle cose e passare al loro interno,verso la propria folgorante e irrimediabile cecità.

José Saramago, Cecità, 1995 

1 September 2011

Di passaggio 

Non siamo che poveri peccatori, credo, e tutto ciò che abbiamo e tutto ciò che conosciamo e amiamo e ricordiamo è esposto alla polvere e alla ruggine.
 
John Cheever, Di passaggio, 1936, tratto da una raccolta di racconti inediti di prossima pubblicazione per Fandango
 


 
Passano gli anni,
i treni, i topi per le fogne,
i pezzi in radio,
le illusioni, le cicogne.
Passa la gioventù,
non te ne fare un vanto:
lo sai che tutto cambia,
nulla si può fermare.
Cambiano i regni,
le stagioni, i presidenti, le religioni, gli urlettini
dei cantanti
e intanto passa ignaro
il vero senso della vita.
Si cambia amore, idea, umore,
per noi che siamo solo di passaggio.

13 August 2011

Cosa hai pensato?
 
Anche tu sei collina
e sentiero di sassi
e gioco nei canneti,
e conosci la vigna
che di notte tace.
Tu non dici parole.

C'è una terra che tace
e non è terra tua.
C'è un silenzio che dura
sulle piante e sui colli.
Ci son acque e campagne.
Sei un chiuso silenzio
che non cede, sei labbra
e occhi bui. Sei la vigna.

È una terra che attende
e non dice parola.
Sono passati giorni
sotto cieli ardenti.
Tu hai giocato alle nubi.
È una terra cattiva –
la tua fronte lo sa.
Anche questo è la vigna.

Ritroverai le nubi
e il canneto, e le voci
come un'ombra di luna.

Ritroverai parole
oltre la vita breve
e notturna dei giochi,
oltre l'infanzia accesa.
Sarà dolce tacere.
Sei la terra e la vigna.
Un acceso silenzio
brucerà la campagna
come i falò la sera.
  
Cesare Pavese

La morte è un fiore che una sola voltafiorisce
ma fiorisce come nient’altro fiorisce
fiorisce appena lo vuole,
non fiorisce nel tempo
essa viene, una grande falena
che adorna steli cedevoli
tu lasciami esser uno stelo
così forte che la rallegri.
 
Paul Celan

7 August 2011

Parole sconosciute 

Straniero, se passando m'incontri e desideri parlarmi,
perché non dovresti parlarmi?
E perché io non dovrei parlare a te?

Walt Whitman, A te
 

Lumi e capanne
ai bivi
chiamarono i compagni.

A te resta
questa che il vento ti disvela
pallida strada nella notte:
alla tua sete
la precipite acqua dei torrenti,
alla persona stanca
l’erba dei pascoli che si rinnova
nello spazio di un sonno.

In un suo fuoco assorto
ciascuno degli umani
ad un’unica vita si abbandona.

Ma sul lento
tuo andar di fiume che non trova foce,
l’argenteo lume di infinite
vite – delle libere stelle
ora trema:
e se nessuna porta
s’apre alla tua fatica,
se ridato
t’è ad ogni passo il peso del tuo volto,
se è tua
questa che è più di un dolore
gioia di continuare sola
nel limpido deserto dei tuoi monti

ora accetti
d’esser poeta.
 
Antonia Pozzi, Un destino

28 July 2011

Seriosi abiti confezionati per bambine

Non appena sorella Clavel tira fuori la linda uniforme destinata a lei, Madeleine se la infila abilmente da sopra la testa, ma poi i suoi pugni voluminosi erompono dalle accurate cuciture come musi gemelli di due balene che infrangono la superficie dell’acqua. E così viene disposto che Madeleine abbia vestiti speciali, fatti apposta per lei, con lunghe e fluttuanti maniche simili a quelle di una concubina orientale. Un sarto nanerottolo suona il campanello del convento e sorella Clavel va ad aprirgli, lo accompagna su per le scale sul retro e lo fa entrare in una stanza assolata dove c’è Madeleine che lo aspetta appollaiata su un minuscolo sgabello intarsiato e con indosso nient’altro che le calze. Il sarto sparpaglia a terra i ferri del mestiere, e con un’irritante aria d’indifferenza inizia a prenderle le misure. [...] Nel frattempo le natiche di Madeleine si scaldano ai raggi del sole, e le abili dita del sarto scivolano e si posano sulla sua pelle nuda. Madeleine pensa: Che sensazione divina.
Ma quando arrivano i vestiti, avvolti nella carta velina increspata, non sono del tessuto leggerissimo che aveva immaginato, anzi, le conferiscono perfino un aspetto più inquietante: mezza bambina, mezza bestia. Il corpetto e la gonna sono indistinguibili dall’uniforme del convento, austeri, informi e pieni zeppi di bottoni, a parte le maniche, cadenti come due flaccide orecchie di elefante.

Sarah Shun-lien Bynum, Madeleine dorme, Transeuropa, di prossima pubblicazione

Una volta alla settimana veniva a Torrevaca donna Matilde, una sarta ad ore per il guardaroba. Era vedova e si tingeva i capelli col mallo di noce, come mia nonna. Era arrivata per la prima volta con le stoffe per i miei vestiti e io dovetti scegliere tra campioni di vari colori, molti nei toni delle malve e delle fucsie, i prediletti da Matilde.
Preferii il nero, perché senza tinte si vestono i poveri e quelli a lutto, e poi non volevo essere differente dalle gemelle e umiliarle con una veste colorata, da padrona, perché già il mio posto era di privilegio in quella casa.
Per me, lo scuro, non era l'abito dell'obbedienza, ma della mia condizione, e mia madre e mia nonna le avevo sempre viste nei grembiuloni neri che nemmeno alla domenica venivano cambiati, perché noi non s'andava a Messa ed io ero stata battezzata di mala grazia.

Marcella Cioni, La corimante, Sellerio


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