Nell’autobus dei minatori c’è un cartello metallico che dice: VIETATO SPUTARE.
Di ritorno dalla miniera i minatori vengono guardando il paesaggio con le teste fuori dai finestrini.
Nell’autobus dei minatori c’è un cartello metallico che dice: VIETATO SPUTARE.
Di ritorno dalla miniera i minatori vengono guardando il paesaggio con le teste fuori dai finestrini.
Fondi di solitudine e grembiuli di more: composizioni grigie come in quei treni che ci portavano al Nord.
Ché lontano germoglia questa passione che nessuno nomina, questa gramigna accesa in vampate di granato e miele amaro.
Ché lontano sono ormai i fieri seni dolenti delle ragazze che alzarono sopra il sogno la sete dei nostri càntari.
La notte ci colpisce con la sua alluvione di mirtilli e stelle.
La notte ci colpisce e camminiamo verso il paese delle leggende dimenticate e gli alberi di ghiaccio
Julio Llamazares, tratto da Poesie complete, Amos edizioni, a cura di Sebastiano Gatto
Il clima che più amo al mondo
è il clima di Tel Aviv nelle notti d’inverno.
Tel Aviv è come una donna che hanno gettato vestita nella vasca da bagno,
dei ragazzacci le hanno fatto questo, e ora ella vaga
umiliata per le strade in cerca di compassione.
Siate misericordiosi con questa città, ditele una parola calda.
L’aria passando le accarezza le guance, ma non si arresta.
Le melodie dell’umidità trafiggono tra i quadrati delle case,
sbucciano l’intonaco. Tel Aviv si addormenta in piedi emettendo
gemiti lacerati nel sonno.
Dite una parola buona su questa città, merita indulgenza.
Meir Wieseltier, Clima
Da quando tu sei via colleziono io le punture di zanzara che in genere adornavano te. Ovvio, il tuo sangue era più dolce.
Io stesso l’ho leccato. Dal coltello per le cipolle, in cucina.
Le pustole, rosso fuoco, erano i saluti del mio amore,
segni di una scrittura segreta — ma tu non potevi leggerli, eri fissata sulle zanzare. Io per lo più dormivo ancora, sazio di sogno.
Un giorno era: una scopa nuova, che spazzava davanti a sé il seguente. Divennero settimane.
Poi arrivò l’addio e ispezionammo le tue punture su braccia e spalle, sui polpacci e anche là.
Giusto i punti che non vediamo mai (il tuo commento).
Tu dicesti: “Tocca qua”. Nessuno a smascherarmi.
Vampiro era, come pirolo, una bella parola importata.
Contagiati da un pezzo. Ma chi pensava a un pericolo?
Durs Grünbein, “Notte dichiarata”, Strofe per dopodomani, Einaudi
Le vostre furie mi toccano e non mi toccano
La luna (ed ora oso vederla)
è troppo triste. La luna pende. Io muoio. Gli
uccelli si dibattono. La malattia non ha diritto
d'esistere. L'uccellaccio ti rincorre. Io vomito.
Io, tu–no. Ed enormi pinete attendono, in riva,
ed enormi flutti di mare; ed enormi stesure di
sabbie, stancate e scoperte, calanti al di fuori
della città che le circonda. Topo d'inferno, topo
tropicale, topo d'incontentabile seduzione; topo
orizzontale topo sbiancato nella memoria, impadronitosi
delle mie forze. Topo arcigno e spietato. Sapiente
topo; mercato di topi. Lunga notte di topi. Mercato
di topi e di ferramenta. Io sono grande e piccola
insieme: le vostre furie mi toccano e non mi
toccano. La mia malattia è diversa dalla vostra,
il mio santuario non è quello di Cristo, e lo
è anche, forse, se troppo insidia la spada alle
mie spalle. [...]
Amelia Rosselli, "La libellula", da La libellula e altri scritti, SE
Triangolo estivo
Ama il balcone il mio gatto
il balcone ama anche me
estivo triangolo
noi tre.
Vivian Lamarque, da "Infanzia con giardino", Poesie per un gatto, Mondadori
Sul balcone piccolo
Geranio illuminato
da un fanale
sul balconcino minimo
dell'hotel parigino
Sei l'unico conforto
di una giornata vana
una scheggia strappata
a una vita sciupata.
Gianni Clerici, Geranio, Fandango Libri
Nella mia casa
Ero la più minuta della casa –
avevo la stanza più piccola –
di notte la mia lucina, e il libro –
e un geranio solo –
dove potessi raccogliere la menta
che non smetteva mai di stillare –
e appena un cestino –
fatemi pensare — son certa
che fosse tutto –
Non parlavo mai — se non quando interrogata –
e sempre brevemente e a voce bassa –
non potevo sopportare di vivere — a voce alta –
il baccano mi dava vergogna –
E se non fosse stato così lontano –
e qualcuno che conoscevo
doveva partire — spesso pensavo
che inavvertita — avrei potuto morire –
Emily Dickinson, 486
Case tranquille
Ritornate alle case tranquille
alla pace del tetto sicuro,
che cercate un cammino più duro?
che volete dal perfido mare?
Passa la gioia, passa il dolore,
accettate la vostra sorte,
ogni cosa che vive muore
e nessuna cosa vince la morte.
Ritornate alla via consueta
e godete di ciò che v’è dato:
non v’è un fine, non v’è una meta
per chi è preda del passato.
Ritornate al noto giaciglio
alle dolci e care cose
ritornate alle mani amorose
allo sguardo che trema per voi
a coloro che il primo passo
vi mossero e il primo accento,
che vi diedero il nutrimento
che vi crebbe le membra e il cor.
Adattatevi, ritornate,
siate utili a chi vi ama
e spegnete l’infausta brama
che vi trae dal retto sentier.
Carlo Michelstaedter