Posts Tagged ‘bur’

Vita da giocatori d’azzardo

10 September 2012

Il padre di Roger era stato uno dei più famosi scommettitori del Diciannovesimo secolo. Dal momento che non scommetteva mai su un cavallo quotato meno di otto a uno e dal momento che spesso puntava su cavalli tutt’altro che favoriti quotati venti a uno, Venti era diventato il suo soprannome e Roger l’aveva ereditato insieme alla sua singolare mania. [...] Aveva un piccolo reddito e viveva proprio come suo padre si aspettava che avrebbe vissuto: su e giù per il paese a seguire i cavalli, frequentando, di tanto in tanto, gente benestante, e convincendosi, tra un autoinganno e l’altro, di essere fortunato, ricco e appagato. A volte andava al meeting di Saratoga in aereo. Altre volte ci andava in treno, in pullman o col traghetto. Altre volte con l’autostop, e una volta si fece addirittura tutta la strada da Ballston a Saratoga a piedi. Tutto quello che faceva lo faceva nei moltissimi modi di chi è molto ricco o di chi è molto povero. Capitava che dormisse in grandi hotel ma capitava pure che dormisse sulla striscia di prato che separa le due corsie della Union Avenue, avvolto nelle copie del Morning Telegraph.

John Cheever, “Saratoga”, in Tredici racconti, Fandango

 
“Affari” le diceva sempre suo padre. “Un gioco da ragazzi”. Fino alla morte del padre non seppe mai fino a che punto il termine “gioco” si applicasse alla lettera ai traffici di lui. Simeon Peake, che viaggiava per il paese con la figlia piccola, era un giocatore d’azzardo per professione, carattere e talento innato. Quando la fortuna gli girava bene vivevano alla grande, dormivano negli alberghi migliori, mangiavano piatti di pesce insoliti e succulenti, andavano a teatro, si spostavano su calessini a noleggio (sempre a due cavalli: se Simeon Peake non aveva abbastanza soldi per un tiro a due, preferiva camminare). Quando però la fortuna gli volgeva le spalle vivevano nelle pensioni, mangiavano cibo da pensione e indossavano gli abiti che avevano comprato quando il soffio della Fortuna era stato favorevole. E nel frattempo Selina frequentava scuole buone, cattive, private, pubbliche, con regolarità sorprendente, considerata la sua vita da nomade.

Edna Ferber, So Big. Una storia americana, Bur

Nella bambagia

13 July 2012

Non cambierei l’inizio per niente al mondo. Avevo una macchinina elettrica, una tata impeccabile, un pony, un letto realizzato sul modello di quello del figlio di Napoleone, ed ero stato battezzato dall’Arcivescovo della diocesi. Portavo cappelli e aspiravo da una piccola pipa. Ero la mascotte del ranch, facevo la gioia di tutti. Un giorno stavo prendendo il sole nel patio, disteso sulle piastrelle gialle e blu, e contemplavo i gerani annusando l’aria calda e pulita. Arrivò un’ape e mi punse sul sedere nudo. La reazione alle mie urla fu straordinaria. Domestici ovunque, mia madre che dava ordini. Don Enrique mi applicò un antico unguento indiano e mio padre mi portò giù alla casa sulla spiaggia di modo che l’acqua salata facesse il suo dovere. Oh, che mondo era quello! Era mai esistito un culo viziato quanto il mio?

Darcy O’Brien, Una vita come le altre, Bur

Avrebbe potuto guardare il giardino di lei

9 July 2012

Se soltanto gli avessero permesso di alzarsi a guardare il giardino di lei, forse avrebbe potuto vederla là — ci aveva trascorso così tanto tempo. Se solo gli avessero permesso di mettersi accanto alla finestra sul retro a guardare il suo giardino, e valeva davvero la pena di farlo, forse avrebbe potuto trovarla là, e magari anche sentire la sua mancanza — sentire la sua mancanza era il minimo che poteva fare. Ma non gli mancava, non gli mancava affatto; era rimasto tutto uguale, non gli mancava affatto, e se cercava di mettersi accanto alla finestra a guardare il giardino, sarebbero arrivate sua sorella o quell’altra e con voce chioccia avrebbero cercato di distrarlo. Allora, prima, quando aveva la sua libertà, avrebbe potuto starsene alla finestra in eterno senza che nessuno lo disturbasse. Allora, prima, avrebbe potuto starsene seduto tutto il giorno in poltrona accanto al fuoco, a sognare di niente, a pensare tranquillamente al niente, immerso in ricordi così confusi e simili gli uni agli altri da trasmettergli calore; era come pensare al calore, starsene lì seduti a non fare e a non ricordare niente. Allora, quando lei era viva e lui non sapeva di avere quella libertà, avrebbe potuto starsene seduto in poltrona a suo piacimento, senza nemmeno un libro o un giornale né niente, e nessuno si sarebbe avvicinato per parlargli e dirgli di non essere morboso e di tenersi occupato e di interessarsi alle cose. Come facevano a sapere che pensava a qualcosa di morboso, quando nemmeno lui sapeva realmente cos’aveva in testa.

Maeve Brennan, “Lannegato”, Il principio dell’amore, Bur

Scenate

7 June 2012

Nessuno dice alla signora Arnitz della orribile litigata nella stanza della dormeuse gialla. Quando a un certo punto Marisetta era entrata spaventata dalle grida di Margot e aveva visto il dottor Colin che aveva afferrato Eddy per il maglione e sembrava sul punto di sbatterlo contro il muro, Margot che gridava e cercava di fermarlo. Lei entrando aveva pestato degli occhiali e sulla dormeuse c’era un asciugamano sporco di sangue, non aveva capito se di Eddy o di Margot. Poi il dottor Colin aveva mollato la presa e lei aveva visto Eddy con il labbro spaccato, le palpebre che gli sbattevano sugli occhi sgranati incapaci di guardare dritto. Ma non sembrava per niente spaventato; e come era stato libero di muoversi aveva spinto via Margot che cercava ancora di asciugargli il sangue lungo il mento. Era pallido, Marisetta non aveva mai visto Eddy in quelle condizioni, tremava di rabbia e aveva dato un calcio agli occhiali mandandoli a ruzzolare giù per le scale.
Ma tutto questo nessuno ha il coraggio di raccontarlo alla signora Arnitz e la signora Arnitz ha altro da pensare che non all’assenza di Eddy. Come se non fosse abituata alle sue stravaganze, un ragazzo capace di montare su un treno fino a Zurigo solo per un invito a cena. Che adesso debba preoccuparsi anche di lui, ah questo no!

Rosetta Loy, Cioccolata da Hanselmann, Bur

Discussioni sul niente

11 April 2012

La signora Derdon si sedette su una sedia e scoppiò a piangere sconsolata. Nascose il viso tra le mani e poi infilò le mani tra i capelli e li scompigliò e poi strinse le braccia intorno al corpo e iniziò a dondolarsi in preda all’angoscia. Il disordine alla fine l’aveva sconfitta, e non c’era più niente da fare. Poteva ammazzarsi di fatica in quella stanza, adesso, ma non sarebbe mai tornata come prima. Era la cosa peggiore che Hubert avesse mai fatto, e John non era lì a vedere, e lei non sarebbe mai stata capace di trovare le parole per descrivergliela. Lanciò uno sguardo truce a Hubert, che la scrutava con aria sprezzante e allarmata.
“Cosa farò adesso?” gridò lei.
“Oh, per l’amor di Dio, ricomponiti!” esclamò Hubert. “Cos’è che ti affligge? Non c’è nessun danno!”
[...] Lei si sporse sulla sedia e parlò, ma Hubert non riuscì a cogliere le sue parole nella tempesta di odio che l’accecava, l’ammutoliva, la soffocava, la scuoteva a tal punto che quando si fece avanti per colpirlo più forte con le sue accuse, cadde dalla poltrona a quattro zampe sul pavimento. Si trascinò di nuovo a sedere come se trascinasse il suo corpo su uno scoglio per emergere dal mare, e poi lanciò a Hubert un appello terrorizzato con lo sguardo, che svanì immediatamente sotto un sorriso ottuso, implorante, pavido.
Hubert vide il sorriso e seppe di averla zittita. “Ebbene, adesso ti sei resa davvero ridicola!” esclamò. “Cadendo e dimenandoti per tutta la stanza e piangendo per qualche macchia sul linoleum. Andiamo, adesso, smettila di piangere e di dare spettacolo per niente.”
“Per niente, certo!” gridò lei. “Se ci fosse John te lo direbbe lui. John mi difenderebbe. John sapeva come lavoravo sodo. Lavoravo come una schiava per tenere in ordine questo posto e tu lo chiami niente. Ma a te cosa importa! Non ti è mai importato niente di me e nemmeno di lui, e alla fine l’hai fatto andar via di casa.”

Maeve Brennan, “Una fame rabbiosa”, La sposa irlandese, Bur

Quanto aveva letto!

3 April 2012

Eppure, quanto aveva letto! Leggeva nelle stanze d’albergo, stesa sul letto — drogata, annegata — mentre fuori dalla finestra scura la pioggia cadeva sulle strade straniere. Leggeva sugli autobus e sui treni e nelle sale d’aspetto dei medici e delle sarte, mentre aspettava Bonnie. Leggeva quando suo marito era di fronte a lei a tavola e di fianco a lei a letto. (La prima volta che Bob le aveva rivolto la parola stava leggendo un libro, in un caffè, da sola. Lui non l’aveva mai dimenticato.) Aveva letto per tutta l’infanzia e neppure l’amore aveva rimpiazzato la lettura, o solo di tanto in tanto.

Mavis Gallant, “Agosto”, Piccoli naufragi, Bur

Meglio isolati

29 March 2012

Diventai timida, una novità per me. A Evesham eravamo sparpagliati in diversi alloggi e c’erano un paio di locali dove potevamo incontrarci. Andai un paio di volte in uno di questi locali, ma non parlai con nessuno. Sempre presumendo che gli altri fossero persone particolari e di eccezionale intelligenza, e notando che si conoscevano tutti tra loro, mi convinsi che mi avrebbero considerata scialba e amorfa, e non osai richiamare la loro attenzione in nessun modo. Tornai nel mio alloggio, dopodiché nel tempo libero non feci altro che leggere: la situazione rimase immutata anche quando compresi che la gente da cui mi lasciavo mettere così in soggezione era per lo più composta da giornalisti di mezza età e niente affatto raffinati.

Diana Athill, Sarebbe bastata una lettera, Bur


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