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Se questo è un uomo: caso editoriale
28 March 2012Primo Levi, lucido traduttore
3 February 2012Tradurre è opera difficile perché le barriere fra i linguaggi sono più alte di quanto si pensi comunemente. I vocabolari, specialmente quelli tascabili per uso dei turisti, possono essere utili per i bisogni fondamentali, ma costituiscono una pericolosa fonte di illusioni; lo stesso si può dire di quei traduttori elettronici multilingui che si trovano in commercio da qualche anno. Non è quasi mai vera l’equivalenza che gli uni e gli altri garantiscono fra la parola della lingua di partenza e quella corrispondente della lingua d’arrivo. Le aree dei rispettivi significati si possono sovrapporre in parte, ma è raro che coincidano, anche fra lingue strutturalmente vicine e storicamente imparentate fra loro.
L’«invidia» dell’italiano ha un significato più specializzato dell’«envie» del francese, che indica anche il desiderio, e dell’«invidia» del latino, che comprende anche l’odio, l’avversione, come attesta l’aggettivo italiano «inviso». È probabile che in origine questa famiglia di parole alludesse unicamente al «veder male», sia nel senso di portare danno guardando, cioè di lanciare il malocchio, sia nel senso di provare disagio nel guardare una persona che ci è odiosa, di cui si dice (ma solo in italiano) che «non possiamo vederla»; ma poi, in ogni, in ogni lingua, il termine è slittato in direzione diversa.
Non pare che ci siano lingue dalle aree ampie e altre dalle aree ristrette: il fenomeno è capriccioso. L’area dell’italiano «fregare» copre almeno sette significati, quella dell’inglese «to get» è praticamente indefinita, «Stuhl» è in tedesco la sedia, ma attraverso una catena di traslati facile da ricostruire è giunta a significare anche «escrementi». Pare che solo l’italiano si preoccupi di distinguere fra le piume e le penne degli uccelli: francese, inglese e tedesco non se ne curano, e il tedesco «Feder» indica addirittura quattro oggetti distinti, la piuma, la penna degli uccelli, la penna per scrivere, e qualsiasi tipo di molla.
Altre trappole per i traduttori sono i cosiddetti «falsi amici». Per remote ragioni storiche (che, caso per caso, sarebbe divertente andare a cercare), o talvolta per un singolo malinteso, alcuni termini di una lingua possono comparire in un’altra acquistandovi un significato non più affine o contiguo, come nel caso accennato prima, ma totalmente diverso. In tedesco, «Stipendium» è la borsa di studio, «Statist» è la comparsa teatrale, «Kantine» è lo spaccio, «Kapelle» è l’orchestra, «Konkurs» è il fallimento, «Konzept» è la brutta copia e «Konfetti» sono i coriandoli.
I «macarons» francesi non sono maccheroni ma amaretti. In inglese, «aperitive», «sensible», «delusion», «ejaculation», «apology», «compass» non significano affatto quanto a un italiano può sembrare a prima vista, bensì rispettivamente purgante, ragionevole, illusione, esclamazione, scusa, bussola. «Second mate» è il terzo ufficiale. «Engineer» non è l’ingegnere nel nostro senso, ma chiunque si occupi di motori («engines»): si racconta che questo «falso amico» sia costato caro, oltre che a molti traduttori, anche a una giovane nobildonna del nostro Sud, che nell’immediato dopoguerra si trovò sposata con un macchinista delle ferrovie americane sulla base di una dichiarazione fatta in buona fede ma capita male.
Non ho la fortuna di conoscere il rumeno, lingua appassionatamente amata dai glottologi, ma essa deve pullulare di falsi amici, e rappresentare un vero campo minato per i traduttori, se è vero che «friptura» è l’arrosto, «suflet» è l’anima, «dezmierda» vuol dire accarezzare, e «indispensabili» sono le mutande. Ognuno dei termini elencati è un agguato teso al traduttore disattento o inesperto, ed è divertente pensare che l’insidia è attiva nei due sensi: un tedesco rischia di scambiare un nostro uomo di Stato per una comparsa.
Altre trappole tese al traduttore sono le frasi idiomatiche, presenti in tutte le lingue ma specifiche di ogni lingua. Alcune di queste sono facili a decifrarsi, oppure sono così bizzarre da mettere sull’avviso anche il traduttore novellino: credo che nessuno scriverebbe a cuor leggero che in Gran Bretagna piovono gatti e cani, cioè piove a dirotto, ma altre volte la frase ha l’aria più innocente, si confonde col discorso piano, e rischia di farsi tradurre parola per parola; come quando, nella traduzione di un romanzo, si legge del noto benefattore che uno scheletro nell’armadio, cosa possibile, anche se non comune.
Uno scrittore che non voglia mettere in imbarazzo i suoi traduttori dovrebbe astenersi dall’usare frasi idiomatiche, ma questo gli sarebbe difficile, perché ognuno di noi, sia nel parlare sia nello scrivere, formula queste frasi senza più rendersene conto. Non c’e nulla di più naturale, per un italiano, che dire «siamo a posto», «fare fiasco», «farsi vivo», «prendere un granchio», il sopra citato «non posso vederlo», e centinaia di altre espressioni simili: tuttavia esse sono prive di senso per lo straniero, e non tutte sono spiegate dai dizionari bilingui. Perfino «quanti anni hai?» è una frase idiomatica: un inglese o un tedesco dicono l’equivalente di «quanto vecchio sei? », che a noi suona ridicolo, specie se la domanda è rivolta a un bambino.