Le librerie vanno dissacrate

25 giugno 2017 by

Soltanto rinnovando completamente la fisionomia della libreria si riuscirà a conservarle il ruolo importantissimo che sino ad oggi essa ha giocato nel mondo editoriale. E la libreria si rinnova innanzi tutto compiendo un coraggioso atto di dissacrazione. Sì, le librerie vanno dissacrate, vanno aperte al passante, vanno rese accoglienti come i più moderni negozi di vendita, senza timore che perdano il loro antico prestigio. Al contrario il prestigio sarà molto maggiore di quello che mai hanno avuto in passato, perché lì dentro operano organizzatori della cultura dal basso, librai che non attendono più il cliente ma promuovono la formazione di un mercato nuovo, la formazione di nuovi lettori non più di seconda bensì di prima categoria e di essi si fanno legittimi ed autorevoli rappresentanti.

Vito Laterza, Quale editore. Note di lavoro, Laterza

La lama di Fritz Leiber

20 giugno 2017 by

 

FritzLeiber

Se non altro, quel giorno il cielo era più limpido e soleggiato. Il forte vento dell’ovest stava spazzando l’aria. Le piccole vette lontane oltre le città dell’East Bay e a nord, verso Marin County, spiccavano nitide. I ponti risplendevano. Persino il mare di tetti oggi sembrava calmo e amichevole.
A occhio nudo, Franz localizzò la fessura dove pensava dovesse trovarsi la sua finestra – il sole la stava illuminando in pieno – e poi tirò fuori il binocolo. Non perse tempo a metterselo al collo: sentiva di avere la presa salda. Sì, il rosso fluorescente si vedeva benissimo, spiccava tanto che sembrava riempire l’intera finestra, ma occupava solo la parte in basso a sinistra. Accidenti, si poteva distinguere quasi il disegno… No, non si poteva arrivare a tanto, le linee nere erano troppo sottili.
Ecco la risposta ai dubbi di Gun (e suoi) sulla finestra giusta!
La visibilità era proprio eccezionale, quel giorno. Il giallo chiaro della Coit Tower su Telegraph Hill (un tempo la struttura più alta di “Frisco” mentre oggi una bazzecola tra le tante) risaltava contro l’azzurro della baia. E l’Hobart Building, a forma di nave, la poppa con le sue finestre ricurve come la cabina dell’ammiraglio di un galeone, maestosa e carica di decorazioni, contro le austere striature d’alluminio del nuovo Wells Fargo Building che torreggiava su di esso come un cargo interstellare in attesa del decollo. Franz continuò a guardarsi intorno col binocolo, aggiustando senza sforzo la messa a fuoco. Lo puntò un’altra volta verso la fessura della sua finestra, prima che l’ombra l’inghiottisse. Magari sarebbe riuscito a vedere il disegno, calibrando bene l’obiettivo…
Proprio mentre guardava, il rettangolo di cartone rosso fu strappato via. Dalla sua finestra sbucò una cosa chiara che cominciò ad agitare freneticamente nella sua direzione le lunghe braccia alzate. Più in basso, Franz poté vedere il volto teso della cosa sporgersi verso di lui, una maschera stretta come quella di un furetto, un triangolo marrone chiaro senza lineamenti, con due puntini che potevano essere occhi o orecchie, e la parte inferiore come un mento affusolato… no, un muso… nemmeno; una proboscide molto corta, una bocca inquisitrice che sembrava fatta per succhiare il midollo. Poi l’entità paramentale attraversò le lenti e gli saltò agli occhi.
Nel successivo istante di consapevolezza Franz udì un rumore sordo e un debole tintinnio e cominciò a scrutare a occhio nudo tra l’oscuro mare di tetti, per individuare una cosa marrone chiaro velocissima che lo perseguitava, al riparo dietro ogni possibile copertura: un comignolo con la calotta, una cupola, una cisterna d’acqua, un vasto attico o uno piccolo, qualche grosso tubo, un bocchettone dell’aria, uno scivolo per i rifiuti, un lucernario, un cornicione, il parapetto di un condotto di aerazione. Sentiva il cuore martellargli il petto e aveva il respiro affannoso.
I suoi pensieri frenetici presero una nuova direzione: cominciò a esplorare con lo sguardo i pendii davanti a sé, e i nascondigli che offrivano le rocce e i cespugli secchi. Quanto poteva essere veloce un’entità paramentale? Come un ghepardo? Come il suono? Come la luce? Poteva benissimo essere già lì sulla collina. Vide il binocolo sotto la roccia contro cui l’aveva scagliato quando aveva convulsamente buttato le mani avanti per allontanare la cosa dai suoi occhi.
Si inerpicò fino in cima. Nei campi verdi sottostanti le bambine non c’erano più, e nemmeno la loro accompagnatrice, l’altra coppia o i tre animali. Mentre si rendeva conto di ciò, un grosso cane (uno dei dobermann? O qualcos’altro?) scattò in avanti verso di lui e scomparve dietro un blocco di rocce alla base del pendio. Franz aveva pensato di correre giù da quella parte, ma con quel cane (o cos’altro?) in agguato non volle più. C’erano troppi nascondigli lungo quel versante di Corona Heights.
Scese rapidamente più in basso e si fermò in piedi sul suo sedile di roccia. Si costrinse a rimanere immobile e, socchiudendo gli occhi, ritrovò la fenditura dove si trovava la sua finestra. Era troppo buia. Nemmeno col binocolo sarebbe riuscito a vedere qualcosa.
Balzò giù lungo il sentiero, sfruttando gli appigli, e mentre lanciava rapide occhiate attorno, raccolse il binocolo rotto e se lo infilò in tasca, anche se non gli piaceva affatto il modo in cui i pezzi di vetro rimasti all’interno tintinnavano, e neppure lo scricchiolio della ghiaia sotto il suo passo cauto, a dirla proprio tutta. Piccoli suoni come quelli potevano rivelare la sua posizione.
Un singolo istante di consapevolezza non poteva cambiare la vita fino a quel punto, no? Eppure era successo.

Fritz Leiber, Da “La cosa marrone chiaro” in La cosa marrone chiaro e altre storie dell’orrore, Cliquot 2017, traduzione di Federico Cenci

 

Non mi sono più riaddormentata

8 giugno 2017 by

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L’incubo è stato il culmine delle mie angosce notturne. Dopo brevi cedimenti al sonno i risvegli erano sussulti improvvisi, e la certezza di una disgrazia imminente, ma quale? Brancolavo in quelle assenze della memoria finché la malattia di mia madre tornava a galla di colpo, e si ingigantiva, si aggravava nel buio. Di giorno potevo governarla, credere a una guarigione, un mio ritorno a casa, poi. Di notte lei peggiorava fino a morire in sogno.
Più tardi sono scesa io da Adriana, per una volta. Non si è svegliata, ha spostato i piedi per accogliermi nella consueta posizione reciproca, ma ho voluto appoggiare la testa accanto alla sua, sul cuscino. L’ho abbracciata, per consolarmi. Era così piccola e ossuta, odorava di capelli grassi.

Donatella Di Pietrantonio, Arminuta, Einaudi

La contemplazione disinteressata dell’arte

7 giugno 2017 by

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L’attribuzione fu il fondamento della carriera di Berenson. All’inizio degli anni Novanta, bisognoso di credibilità professionale e liquidità finanziaria, con Mary e Senda che lo esortavano a scrivere e guadagnare, cominciò i tre progetti ai quali avrebbe lavorato per il resto della vita: scrivere di pittura e dei pittori per il pubblico generalista e per gli esperti; comporre vasti cataloghi enciclopedici degli autori e dei loro dipinti; autenticare dipinti per il mercato dell’arte. Ognuna di queste attività era per lui causa di tensione. Le considerava tutte in conflitto reciproco e, ancor peggio, ciascuna gli pareva minacciare la contemplazione disinteressata dell’arte, ovvero la cosa che più di tutte lo faceva sentire vicino al sublime.

Rachel Cohen, Bernard Berenson. Da Boston a Firenze, Adelphi, traduzione di Mariagrazia Gini

È in una solitudine che lei non sente affatto

22 maggio 2017 by

Stamani visita liscia. La Viola si è un po’ calmata. Sembra una libellula. Magra, spiritata, agile. È ancora tutta canti di chiesa ma di umore sereno. È ancora in cella. Nuda, un materasso per terra. È in una solitudine che lei non sente affatto.
(Le donne magre con l’andare degli anni mantengono di più il respiro giovanile.)

Mario Tobino, Le libere donne di Magliano, Oscar Mondadori

È bello quassù

17 maggio 2017 by

Quando la collina si raddolcì, cominciammo a vedere dall’alto le colline, la valle, la pianura di Torino. Non ero mai stata a Superga. Non sapevo che fosse così alto. Certe sere, dai ponti di Po, la si vedeva nera e ingioiellata di una corona di luci, una collana gettata per storto sulle spalle di una bella signora. Ma adesso era mattino, era fresco e c’era un solo d’aprile che riempiva tutto il cielo.
Momina disse: – Non ce la faccio più. – Venne a fermarsi contro un mucchio di ghiaia. Il radiatore fumava. Allora scendemmo e guardammo le colline.
– È bello quassù, – disse Rosetta.
– Il mondo è bello, – disse Momina, venendoci dietro, – se non ci fossimo noi.

Cesare Pavese, Tra donne sole, Einaudi

 

Il Fat Charlie’s è ovunque

9 maggio 2017 by

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Bastava aver frequentato Oceanside per un po’ per sapere che quel cibo fresco era in realtà il fish & chips del giorno prima fatto rinvenire sotto la lampada a infrarossi, e che la musica dal vivo, quando c’era, di solito era suonata da teenager raffazzonati, jeans a brandelli e una spilla da balia a trapassargli le labbra. Nadia Turner sapeva altre cose del Fat Charlie’s che non potevano figurare su una pubblicità, per esempio il fatto che una porzione di Charlie’s Cheesy Nachos era lo snack perfetto dopo una sbornia o che il capocuoco vendeva il fumo migliore a nord del confine.  Sapeva che dentro al locale c’erano dei salvagenti gialli appesi sopra al bancone e per questo, dopo i turni più faticosi, i tre camerieri neri lo soprannominavano “la nave degli schiavi”. Sapeva i segreti del Fat Charlie’s perché glieli aveva raccontati Luke.
“Che mi dici dei bastoncini di pesce?” gli aveva chiesto.
“Intrisi di unto.”
“La pasta ai frutti di mare?”
“Pericolosa.”
“Cosa ci può essere di tanto pericoloso in una pasta?”
“Sai come fanno quella merda? Prendono gli avanti del pesce e li ficcano nei ravioli.”
“Va bene, ma almeno il pane?”
“Se non finisci il tuo pane, lo portiamo a un altro tavolo. Magari ti ritrovi a toccare lo stesso pane di uno che si è grattato le palle tutto il giorno.”

Brit Bennett, Le madri, Giunti, traduzione di Giovanna Scocchera

Cucina di famiglia

25 aprile 2017 by

Una cucina particolarissima, non giudicabile col solito metro, che si potrebbe definire l’opposto della mensa aziendale è la cucina di famiglia: la cucina della mamma (o della zia). Può anche essere, per gli invitati, una cattiva cucina, ma per quelli di casa è una cucina speciale, che non fa male, che protegge, che, quando non c’è più, si ricorda con le lacrime agli occhi. Dice Flaiano: «Quando mia madre insisteva: “Prendi un altro po’ di fettuccine” (le sue fettuccine) mi sentivo infastidito. Ora quanto pagherei per risentire quell’invito e aver davanti quelle fettuccine».

Aldo Buzzi, L’uovo alla kok, Adelphi

Eccentrica

17 aprile 2017 by

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Greta Lovisa Gustafsson quando recitò in Ninotchka aveva già trentatré anni, eppure al regista Lubitsch parve la più inibita attrice che avesse mai diretto. Ella arrossiva, imbarazzata di apparire ubriaca in una scena del film al ristorante. Lubitsch se ne compiacque: Ninotchka, fanatica marxista, doveva essere malata di moralismo. Altro pregio: la fronte della Garbo era sì bellissima; ma vasta in un viso oblungo: perfetta fisiognomica dell’anima malinconica. E l’enigma del suo carattere era tutto nell’inclinazione alla noia triste, proprio come quella che il comunismo generava. Ma almeno Greta Garbo, se rideva, era incantevole. Il ripiegarsi delle guance ingenuo, la bocca, i vasti occhi rassicuravano la vita come un sole che sorge dalle nubi.

Geminello Alvi, Eccentrici, Adelphi

Intervista a Emanuele Giammarco e Stefano Friani di Racconti edizioni (8×8, quinta serata)

14 aprile 2017 by

Ve l’avranno chiesto mille volte: perché fare una casa editrice di soli racconti?
Emanuele Giammarco
: Innanzitutto il mercato editoriale presentava una grossa lacuna. Sia per quanto riguarda la possibilità di vedere pubblicato il proprio manoscritto di racconti – dato che gli editor in sostanza spesso tendono a trasformarlo in un romanzo – sia dal punto di vista dell’offerta. Di fatto erano rimasti fuori mercato molti libri di grande valore, come Una coltre di verde di Eudora Welty, che uscirà a maggio ed era assente dagli scaffali dagli anni Ottanta. Facendo uno studio accurato ci siamo accorti che c’erano grandissimi libri che a causa di un pregiudizio riferito alla forma breve non sarebbero mai potuti uscire. Si pensa che non siano in grado di vendere e di mantenere una casa editrice.
Stefano Friani: Sì, di sicuro i racconti meritavano una casa editrice. Poi che si meritassero noi è un altro discorso…
Giammarco: Sono stati così tanto bistrattati, evidentemente, che gli siamo dovuti capitare proprio noi in sorte. Ovviamente c’era anche la passione per il racconto in sé che accomuna me e Stefano. In questo senso è stato semplice imboccare questa via.
Friani: E dobbiamo ammettere che prima è nata l’idea di fare una casa editrice e poi quella di Racconti nello specifico. Volevamo fare un progetto editoriale assieme. Poi, cercando e spiluccando quello che mancava negli scaffali e nell’offerta delle librerie, ci siamo accorti che i racconti erano effettivamente la risposta. Tra l’altro, mentre noi stavamo creando la casa editrice, c’era già un certo fermento attorno alla forma racconto: c’era «Cattedrale», «Watt», «effe», «Carie», una serie di riviste e attività parallele; senza contare i blog come «Nazione Indiana». Mi ricordo che Maria Di Biase di scratchbook.net, mentre noi avevamo già scelto Eudora Welty, aveva a suo tempo comprato un libro dell’autrice a una bancarella dell’usato chiedendosi poi su facebook come mai nessuno non la ripubblicasse. E la stessa cosa era successa con James Baldwin. Mi ricordo che eravamo insieme e ci siamo detti: che facciamo, lo diciamo o ce lo teniamo ancora per noi?
Giammarco: Avevamo paura di rovinare la sorpresa… senza sapere che in Italia nessuno compra libri.

Qual è il limite tecnico che vi siete dati per definire uno scritto un racconto?
Giammarco
: «Definire» non è proprio nelle nostre corde. Ci siamo accorti di questo: tutti i confini sono sfumati, sono tutti orizzonti. Ci sono alcuni parametri, certo, la lunghezza canonica delle cento pagine calviniane, a livello strutturale e propriamente editoriale, sembra il massimo consentito per un racconto. Ci siamo interrogati spesso su quale fosse il principio letterario più adatto per identificare la forma, ma è davvero difficile e siamo quasi arrivati alla conclusione che la lunghezza standard, intorno alle trenta pagine, fino a quella un po’ più lunga che gli americani e gli inglesi chiamano «novella», è l’unico vero principio adatto a identificare cosa sia una short story. Poi esistono milioni di interpretazioni letterarie su quale sia il tipo di scrittura che renda un racconto quello che è, a prescindere dalla lunghezza. Sono discorsi interessanti – per me quelli di Trilogia di New York sono racconti, per esempio – e molte di queste interpretazioni dicono il vero. Ma porre dei limiti troppo stringenti non è mai prudente. Preferisco usufruire di un rasoio critico e perdermi in una tautologia: i racconti sono scritti brevi.
Friani: Ci sono anche i racconti di una sola riga come quello famoso di Ernest Hemingway sulle scarpe da neonato. Esistono i racconti lunghi che storicamente hanno una tradizione anche importante nell’editoria italiana. Se uno va a spulciarsi la Piccola Biblioteca Adelphi può trovare delle perle meravigliose: Stefan Zweig ha scritto delle novella, anche Bennett, e insieme a loro penso a Le due zittelle di Landolfi. Diciamo che noi come casa editrice, assumendoci l’impegno di chiamarci Racconti e quindi avocando a noi un nome «pesante», ci siamo detti che quello era il massimo del nostro orizzonte: i racconti lunghi. L’unica cosa su cui possiamo mettere la mano sul fuoco è che non pubblicheremo mai romanzi, saggi o poesia.
Giammarco: Forse arriverà il momento in cui sforeremo le cento pagine e ci diranno «ma è un romanzo breve!»; però credo che a quel punto la discussione sarà così sterile che forse sarà inutile parlarne.

Nel vostro catalogo ci sono autori di nicchia ma che hanno ricevuto il favore della critica e alcuni riconoscimenti letterari (James Baldwin, Virginia Woolf, Philip Ó Ceallaigh, Rohinton Mistry, Éric Faye, Stephen Graham Jones). Dopo un inizio improntato su queste scelte editoriali, cosa possiamo aspettarci da Racconti? Potete anticiparci qualcosa sui progetti futuri della casa editrice?
Giammarco
: Direi che esiste una biforcazione nel catalogo di Racconti, andiamo verso due direzioni, e l’abbiamo capito anche con il senno di poi. La prima è il repêchage dei classici che non venivano pubblicati per motivi a noi oscuri. Ad esempio James Baldwin – che è o comunque si sta affermando come un classico della letteratura americana – ma anche Virginia Woolf. Non so se posso anticipare qualcosa, ma andremo ancora in quella direzione: a maggio uscirà la già citata Eudora Welty, un grande classico non solo della short story – è inclusa nell’albero di Atlantide, per dire. Poi esiste un’altra direzione che è quella più in fieri: quella che coinvolge maggiormente i nostri gusti e le nostre opinioni personali riguardo la letteratura internazionale e – non ancora, ma presto – italiana… È questo il filone in cui si inserisce Mia Alvar – che uscirà a maggio-, quello delle letterature poco calcate, come quella filippina…
Friani: …ma anche quella americana e latinoamericana, dato che Mia è saldamente inserita nell’universo culturale statunitense: ha vinto il Bingham Prize per l’opera prima, ed è finita nella lista dei migliori libri dell’anno per Amazon, per il «San Francisco Chronicle», per «The New York Times». È un’autrice di tutto rispetto. Però quello che ci interessa, l’ho detto più volte, è lo sguardo dell’autore o dell’autrice. Nel suo caso è molto interessante perché è il prototipo della sradicata, visto che è nata nelle Filippine, dove ha vissuto fino ai nove anni, e poi si è trasferita in Bahrain per lavorare lì e poi ha vissuto fino a oggi negli Stati Uniti, a New York, dove è inserita nel circolo letterario degli autori stranieri e no.
Giammarco: Abbiamo pubblicato molti autori di lingua inglese, non tanto perché è la lingua che mastichiamo meglio, ma anche perché l’inglese, in quanto lingua internazionale per eccellenza, ci ha permesso di visitare paesi diversi, come i nostri autori, che per un verso o per un altro possono essere ritenuti dei migranti. La cosa interessante è che scrivono in una lingua che non è la loro, cosa che secondo noi si dovrebbe notare nella lingua, in uno sguardo che è sempre altro, a metà tra due mondi, per varie ragioni ogni volta diverse.

A questo proposito, in un’intervista dell’anno scorso avete dichiarato di voler proporre una raccolta di racconti italiana per ottobre 2017. Ora che sono passati diversi mesi potete dirci qualcosa di più?
Giammarco: Incredibilmente è la prima volta che in vita nostra forse riusciremo a mantenere una promessa. Non dirò il nome, ma è un esordiente, giovane, che si inserisce perfettamente nel nostro catalogo; questa era la cosa che più ci faceva tremare: l’idea di trovare un italiano che stesse bene con questa pletora di migranti e classici. Ci siamo riusciti… chi lo sa!
Friani: Una cosa che ci premeva era che stesse in armonia con il resto del catalogo e quindi che potesse stare accanto a Philip Ó Ceallaigh, James Baldwin, e che avesse quel tipo di sguardo e di sensazione che è quella dello straniero in patria. È un libro su cui abbiamo puntato in modo particolare.

L’avete scoperto insieme oppure uno di voi l’ha portato in redazione?
Giammarco: Questo è abbastanza importante perché quando ho letto quest’autore sono andato da Stefano a dirgli di aver letto in una rivista letteraria una cosa molto interessante, la più interessante di quelle che mi erano capitate fin lì; incredibilmente Stefano si era già preoccupato di leggere un altro racconto di questo autore e mi ha confidato di aver avuto la stessa impressione. È uno di quei segnali, per gli appassionati di destino, che…
Friani: …che indicano quanto ci sbagliamo entrambi, congiuntamente, così nessuno dei due potrà dire all’altro «te l’avevo detto!». No, sul serio, siamo entrambi innamorati del libro, è stato un bel momento quando ci siamo ritrovati a parlarne. Effettivamente non capita di frequente di fare una scoperta assieme, generalmente è uno dei due che trova l’autore e poi l’altro quasi sempre, immancabilmente, se ne innamora; anche se avviene in un momento successivo. Questa volta invece c’è stata una sinergia astrale.
Giammarco: Sì, l’ha letto anche Leonardo Neri e ha avuto impressioni contigue. Ci siamo confrontati in maniera più matura. Dopo la prima lettura…
Friani: Dillo che hai voluto fare la riunione.
Giammarco: Sì, abbiamo fatto la riunione del mercoledì. Comunque abbiamo molte cose in lettura, alcune idee stanno venendo fuori da sole. C’è un dibattito interno su un manoscritto canonico, su qualcosa che è arrivato direttamente da fuori, senza mediazioni da parte del mondo editoriale.

Qual è per voi il tipo di «filosofia» che deve trasmettere una raccolta di racconti? Avete un testo o un autore di riferimento che consigliereste come modello agli esordienti nel racconto?
Giammarco: Dal punto di vista della narrazione tipica, cioè quello che viene in mente quando si pensa a un racconto, ce ne sono tanti ovviamente. Ci sono i grandi classici, è quasi inutile nominarli. Gli scrittori di racconti sanno benissimo che leggendo attentamente Carver impareranno a togliersi qualche vizio, avvicinandosi a ciò che viene solitamente riassunto con l’espressione «non detto». Quello che faceva Lish era tagliare il più possibile, quasi a far partecipare il lettore alla stesura stessa del racconto. La verità è che la forma breve ha dato esempio di sé, e ce ne rendiamo conto ogni giorno, in maniere completamente diverse l’una dall’altra. Un esempio che faccio spesso ultimamente, perché l’ho letto di recente, è Goethe muore. Quelli di Thomas Bernhard sono certamente racconti, eppure ragionando sulla scrittura in sé è certamente l’ultima maniera che ti viene in mente per approcciare la forma breve: Bernhard è ridondante, il suo una specie di flusso di coscienza – espressione orrenda mi rendo conto –, un monologo interiore, ossessivo, basato molto sulle ripetizioni. Dov’è la famosa epifania?
Friani: La stessa Mia Alvar, come abbiamo scritto nella quarta di copertina, fa dei romanzi in miniatura, che sono talmente densi che si fatica a dire che siano racconti perché hanno talmente tanti livelli di lettura e c’è talmente tanto dentro che minaccia di esondare, di esplodere, al punto che è difficile definirla una scrittrice canonica di racconti.
Giammarco: Certo, se qualcuno vuole scrivere racconti horror è meglio che si legga Poe o magari passi per Hawthorne, i primi classici americani. È chiaro che se vuoi affrontare il grottesco, devi leggere appunto Eudora Welty, i racconti di Faulkner; tra i russi Čechov è citato da tutti i più grandi scrittori di racconti come il migliore. Per quanto riguarda la filosofia, invece, è importante sentire la filosofia dell’autore non dall’autore ma nella storia. In Philip Ó Ceallaigh una certa filosofia si evince non solo perché filosofo lo è di formazione, ma perché per vie traverse, in maniera intelligente, con questa prosa alla Flaubert, si concede nei suoi racconti qualche riflessione sul mondo. In quel caso è molto bello che si senta la voce dell’autore attraverso i personaggi.
Friani: In altri casi invece è la storia a dare incisività alla voce dell’autore. A noi non dispiace che ci sia anche una certa disomogeneità nei nostri libri, al contrario di altri editori che invece privilegiano un’unità piuttosto lapalissiana all’interno del catalogo; a noi non dispiace ad esempio che in Mia Alvar i racconti possano essere ambientati negli Stati Uniti, in Bahrain e nelle Filippine, o in Philip Ó Ceallaigh a Bucarest e negli Stati Uniti. L’importante è che si percepisca un filo rosso, un tratto che guidi la lettura e che corrisponda alla voce dell’autore.
Giammarco: Vorrei aggiungere che appunto, come la filosofia, secondo me la letteratura più che dare risposte deve suscitare una serie di problematiche. Credo che i nostri libri siano adatti a fare questo, o almeno spero che lo siano: a suscitare grandi e piccole domande. Lo dimostra il fatto che ognuno di noi dà una diversa interpretazione dello stesso libro. È uno dei fattori più divertenti del lavoro editoriale: ti puoi confrontare con gli altri sull’interpretazione e la lettura di un determinato racconto. Il fatto che sia aperto, secondo me, aggiunge qualcosa in più alla narrazione. Il classico show, don’t tell: una vecchia legge che però secondo me funziona. Quando nelle descrizioni si sente troppo la voce dello scrittore il lettore un po’ storce il naso. Non si tratta tanto di dire le cose in faccia o meno. Credo che essere uno scrittore significhi comprendere la distanza fra l’uomo che batte i tasti sul computer e il narratore della storia.

Dal punto di vista della comunicazione che difficoltà avete riscontrato? Che soddisfazioni avete avuto? Si dice tanto che viviamo nell’epoca della brevità (nel senso della lettura) ma alla fine i racconti – per motivi incomprensibili – sono vituperati dal mercato.
Giammarco: Com’è d’uopo oggigiorno, la comunicazione è un gran problema. Se possibile, il problema nel comunicare una raccolta di racconti è lo stesso che impedisce a lettori poco motivati di comprarla. Tenere a mente un’intera raccolta, «comprenderla» nel vero senso etimologico della parola, è infatti più difficile, richiede uno sforzo mnemonico maggiore, più elasticità mentale e disponibilità a uscire dal torpore tipico del puro intrattenimento passivo a cui ci siamo abituati e forse arresi. Non è semplice raccontare un libro di racconti, proprio perché è sempre una costellazione di racconti, ed è diverso dal raccontare una stella.
Friani: Storicamente è il motivo per cui faticano i racconti con i librai.
Giammarco: Se non sappiamo tenere a mente una raccolta non sappiamo raccontarla: anche i cosiddetti mediatori culturali soffrono questo scoglio, e spesso ci si trova di fronte allo stesso problema del gioco in cui ci si bisbiglia all’orecchio una frase e alla fine l’ultimo del cerchio ne tira fuori una totalmente diversa da quella di partenza. La prima difficoltà di comunicazione a cui penso è quindi questa: la capacità di dare una sintesi di quello che succede all’interno di una raccolta di racconti. In più noi tentiamo sempre di crearla questa cosa o di scovarla, di cercare una voce unitaria per tutti i racconti affinché sia un libro e non solo una specie di collezione estemporanea.
Friani: Lì subentra anche la voce dell’editore nelle bandelle; cerchiamo un po’ di tirare le somme e di individuare qual è il cuore dei racconti e del libro. Riallacciandomi alla domanda iniziale, dei limiti ci sono sicuramente su internet. Quest’anno abbiamo inaugurato il blog Altri animali, gestito e curato da Leonardo Neri, in cui viene pubblicato un racconto a settimana, il racconto del martedì, ed è onestamente molto difficile mantenere un’attenzione costante su tutti i racconti, e farli leggere on line; il supporto forse non aiuta. Sebbene ci siano stati anche racconti importanti c’è una certa ritrosia che mi fa credere che non si legge poi così volentieri sul web. E però tempo fa era uscito un articolo riguardo il fatto che Adelphi avesse di fatto inventato il long form, il che è in effetti significativo di come si parli, si scriva e si legga on line. Siamo in una situazione di stallo in cui il cartaceo, a quanto pare, regge.
Giammarco: Delle soddisfazioni ci sono state però. Siamo riusciti a far digerire – in sostanza rimbambendo di slogan i malcapitati ascoltatori – il fatto che Philip Ó Ceallaigh e Virginia Woolf potessero stare nello stesso catalogo. Spesso ci siamo riusciti comunicando i nostri stessi dubbi, assieme a quelle poche certezze acquisite. Ci capiamo sul non capirci, diciamo.

Come vedete un’iniziativa come 8×8 che dà voce a potenziali esordienti?
Giammarco: Ogni volta che se ne presenta l’occasione, e ci ricordiamo di farlo, non lesiniamo complimenti per 8×8, così come per le altre realtà attente alla forma racconto e al brulicante mondo dei manoscritti e degli esordienti. Si tratta di un lavoro faticoso e non dico utile, ma necessario. La letteratura – vado con i termini forti – non vive soltanto di libri buttati giù su carta o addirittura stampati, ma anche in quei libri che ancora devono essere scritti, vagheggiati nella testa di scrittori che ancora non sanno di esserlo, nascosti in un’idea appena abbozzata. La cosa più difficile per uno scrittore esordiente, in questo brodo primordiale, è riuscire a sentire, mentre scrive, il lettore che è in lui: per questo è fondamentale che questa figura del «lettore» si palesi e faccia valere le sue ragioni. Si scrive per essere letti, del resto, no? Ed essere letti non è solo qualcosa di meccanico, presuppone che lo scrittore si sia preso in qualche modo cura del lettore. E questa cosa che io chiamo «prendersi cura del lettore» all’inizio sembra dover fare a botte con un’altra cosa che sintetizzo malamente con l’espressione «ricerca di uno stile». È fondamentale quindi che qualcuno dia una mano dall’esterno, in questa lotta con sé stessi, che si butti con lui nella mischia – una mischia davvero emotiva, fatta di speranze, insoddisfazioni, frustrazioni eccetera. Perciò chi si carica le spalle di questo compito, come chi si occupa di far funzionare 8×8, avrà sempre il nostro appoggio, se non altro morale.

Può essere per voi un’occasione di scouting?
Giammarco, Friani: Certo, perché no?

Nei racconti in gara di questa sera avete riscontrato delle peculiarità stilistiche, linguistiche, tematiche?
Giammarco: Beh, innanzitutto abbiamo riscoperto la troppo spesso dimenticata nobiltà letteraria del piscio… Ragionandoci su a mente fredda bisogna riconoscere il coraggio di tutti i concorrenti: siamo capitati in una tornata sicuramente originale per quanto riguarda i temi trattati. Da un lato c’è la ricerca dell’attimo, del momento di svolta, dell’epifania finale che è tipica della forma racconto. Dall’altro si nota invece una discreta voglia di dilungarsi nelle descrizioni, di introdurre alla narrazione, che è invece sconsigliabile con sole ottomila battute a disposizione. Mi pare che l’efficacia dei racconti sia spesso dipesa da come l’autore si è divincolato nelle varie questioni di adattamento al tema scelto; adattamento del registro linguistico, adattamento della struttura, adattamento dello stile con cui l’autore si trova più a suo agio rispetto all’intuizione avuta all’inizio. Se dicessi che sono errori tipici sembrerei ancora più spocchioso di quanto potrei sembrare sul palco. Diciamo che sono errori obbligati. Ognuno dei concorrenti ha tentato con tutte le forze di costruirsi una voce che fosse solo la sua, questo va riconosciuto e vanno fatti i complimenti a tutti.

Investireste su qualcuno di questi esordienti per un’eventuale raccolta di racconti?
Giammarco: Non bisogna avere fretta, la fretta è il male assoluto. Tanto più oggi, che di libri se ne vendono pochi. Noi ci consideriamo teorici del libro di racconti pensato per essere tale – poi la pratica è tutto un altro discorso e siamo aperti alle critiche. Non di raccolte estemporanee quindi. Esiste una narrazione interna tra i racconti, in questo senso davvero metanarrativa, a cui va dato il giusto peso. Un racconto singolo non basta. Però è vero, da alcuni di questi racconti si potrebbe cominciare a impostare un discorso, fatto soprattutto di confronto e lettura continua con l’autore, ammesso che a lui vada bene.

Intervista a cura di Martina Mincinesi e Sara Valente