Distruttiva

11 maggio 2019 by

“Scusami, sono odiosa. È tutta la settimana che mi sento così distruttiva. È tremendo. Sono orribile.”

J.D. Salinger, Franny e Zooey, Einaudi

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Tradurre è un balletto

22 gennaio 2019 by

[…] come il balletto classico, la traduzione letteraria è un’attività guidata da modelli irrealistici, vale a dire da modelli tanto rigorosi che generano fatalmente in chi vi si dedica con maggiore ambizione un certo appagamento, o la sensazione di non essere quasi mai all’altezza. E, al pari del balletto classico, la traduzione letteraria è un’arte di repertorio. Le opere ritenute più importanti vengono regolarmente ritradotte: perché la resa appare ormai troppo libera, o non sufficientemente accurata; perché si pensa che le vecchie traduzioni contengano troppi errori; o perché la lingua, che all’epoca sembrava trasparente, ora appare datata.
I ballerini si esercitano nello sforzo di raggiungere l’obiettivo non del tutto chimerico della perfezione: un’espressività esemplare e priva di errori. Nel caso della traduzione letteraria, invece, considerati i molteplici obblighi cui essa deve rispondere, la resa può essere eccellente, ma mai perfetta. La traduzione comporta sempre, e per definizione, una perdita della sostanza originale. Tutte le traduzioni si rivelano, prima o poi, imperfette, e alla fine, anche nel caso delle rese più esemplari, finiscono per essere considerate provvisorie.
Susan Sontag, Tradurre letteratura, Archinto, traduzione di Paolo Dilonardo

Le meravigliose virgole di Aldo Buzzi

17 agosto 2018 by

Un giorno, negli Stati Uniti, mentre, seduto in cucina davanti al forno elettrico illuminato, guardavo, in mancanza di un vitello ruminante, delle capesante che, spolverate di pan grattato e pepe nero, cuocevano su un ripiano leggermente imburrato, dissi… cioè il mio ospite disse: «Il forno è la tua televisione». Era uno spettacolo, infatti, perché i poveri molluschi, a causa del fortissimo calore, facevano piccoli movimenti di assestamento come se, al momento di assumere la forma gastronomicamente più perfetta, riacquistassero, per un attimo, la vita.

Aldo Buzzi, Un debole per quasi tutto, Ponte alle Grazie

Virgola prima delle congiunzioni

28 luglio 2018 by

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Qui si fa a botte. A quanti di voi frulla ancora per la mente la regoletta sulla virgola prima della e che ci inculcavano alle elementari? (Dico «ci», ma devo confessarvi che a me non è successo. Più che altro perché credo che l’ottima maestra Tucci non abbia mai spiegato le virgole, o io ero assente, o altrove, o non me lo ricordo, ma facciamo conto – visti gli schiamazzi sull’argomento – che anche io sia stato traviato come la maggior parte di voi.) Sono sicuro, intendo, che vi abbiano imposto un comportamento per l’ultimo elemento di un elenco. Ecco: il mondo si divide in quelli che non metterebbero mai e poi mai la virgola davanti a e congiunzione ma, cascasse il mondo, ne francobollano una davanti ai ma, e quelli che la mettono sempre e comunque davanti a e e davanti a ma. Poi ci sono, sparuti, i pensatori silenziosi. Una minoranza senza volto che si chiede: «Ma qui ci va la virgola?». Do subito la conclusione così stiamo tutti più tranquilli:
La virgola prima di e e prima di ma ci va solo se è necessaria.

Leonardo G. Luccone, Questione di virgole. Punteggiare rapido e accorto, Laterza

L’amore secondo Samara Meyer

27 luglio 2018 by

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Ho preso la gru di carta con l’indirizzo di Kyle («se ti senti sola» mi aveva scritto Jenny, non ricordavo nemmeno più quante settimane fa) e sono uscita in fretta e furia. Ma nell’istante in cui ho varcato la porta sapevo che non ne avevo bisogno. Sapevo perfettamente in che modo Jenny se ne era andata. Aveva lasciato tracce di sé ovunque, grondavano dai rami, sfavillavano dai lampioni, scorrevano lungo i canali di scolo. Quell’idrante antincendio non era di un rosso naturale, e sapevo che lei ci era passata accanto. L’albero all’angolo tra la Saint-Laurent e la Pine era di un verde impossibile, e sapevo che lei lo aveva toccato. Vicino a una macchina parcheggiata c’era una pozzanghera piena di arcobaleni – amaranto, cadmio, ceruleo, eliotropo, tangerino –, e sapevo che in quel punto lei si era arresa alle lacrime, le gocce erano cadute a terra finché i suoi occhi non erano diventati grigi come marmo. Ovunque era andata aveva versato colore, aveva macchiato il mondo attorno a lei. Questo era il sentiero di briciole di pane che aveva lasciato per me.
L’ho seguito attraversando diciannove isolati. Il tragitto non era sempre dritto; Jenny aveva girovagato, camminato in cerchi stretti, era tornata sui propri passi. In quei punti, lo sapevo, aveva avuto parecchi dubbi. Ma c’erano anche strisce di colore denso, ininterrotto, quando si era sentita sicura di aver preso la decisione giusta, l’unica possibile. All’angolo tra la Milton e Parc ho individuato una macchiolina vermiglia, e così ho capito che per un secondo si era perfino messa a ridere.
Mentre seguivo i suoi colori mi chiedevo se quello fosse amore. La capacità di scoprire l’umore della persona amata in ogni cosa, in un gatto randagio o in una molecola vagante, settimane dopo che lei ci era entrata in contatto. Mi domandavo come avrebbe reagito quando mi sarei presentata davanti alla porta di casa. Quando le avrei detto che ero dispiaciuta, che ero stata una stupida, che avevo sbagliato tutto. Quando mi sarei messa in ginocchio e l’avrei implorata di perdonarmi.

Sigal Samuel, I mistici di Mile End, Keller

 

La proliferazione delle emoticon

17 luglio 2018 by

È curioso notare come nel Novecento e nei primi anni di questo secolo una certa stasi normativa e una scarsa permeabilità a possibili evoluzioni (da aggiungere, a mio parere, a un insufficiente ruolo della didattica nelle scuole secondarie e all’università) abbiano dato adito allo sviluppo rocambolesco di stili interpuntivi improntati su una semplificazione radicale come, per esempio, l’egemonia del punto fermo e la virgola multifunzione. Ciò che potrebbe sembrare una legittima scelta stilistica è piuttosto il risultato di ignoranza e pigrizia.
Un discorso a parte andrebbe fatto per l’estensione e la proliferazione iconica dei segni paragrafematici. Siamo più bravi a scegliere la faccina giusta che a deciderci tra punto o punto e virgola. E poi, va detto, una emoticon risolve in un attimo un sacco di guai.

Leonardo G. Luccone, Questione di virgole. Punteggiare rapido e accorto, Laterza

Robert Giroux, the Catcher

16 luglio 2018 by

 

Il 16 luglio del 1951 usciva “The Catcher in the Rye”, uno degli esordi più dirompenti della letteratura moderna, con un tono indimenticabile: “If you really want to hear about it, the first thing you’ll probably want to know is where I was born and what my lousy childhood was like, and how my parents were occupied and all before they had me, and all that David Copperfield kind of crap, but I don’t feel like going into it, if you want to know the truth”.

Salinger lavorò al romanzo durante la guerra, in Normandia, dove non c’era propriamente da starsene con le mani in mano. Era partito con sei racconti che ruotavano attorno a questo Holden Caulfield. Quando ritenne di aver completato la stesura, Salinger mandò il manoscritto a Robert Giroux della Harcourt. Giroux rimane molto colpito e lo passa al direttore editoriale, Eugene Reynal. Non sappiamo se Reynal l’abbia sfogliato o meno, di certo lo dà a un editor che si occupava di scolastica, dal momento che riguardava le vicende di uno studente. Questo genio di cui non sappiamo il nome rimane piuttosto indifferente al libro e alla fine la Harcourt lo rifiuta. Salinger va dai diretti rivali, quelli di Little, Brown, che lo prendono e lo pubblicano in quattro e quattrotto.
Dopo il fattaccio, Robert Giroux, che ha tutta la mia ammirazione, si è licenziato ed è stato subito assunto dalla Farrar, Strauss alla quale, come potete intuire, negli anni ha aggiunto il suo nome.

Orologi rossi ticchettanti

22 maggio 2018 by

I bambini un tempo erano astrazioni. Erano Forse sì, ma non adesso. La biografa prima assumeva un’aria di scherno quando sentiva parlare di scadenze biologiche, credendo che l’argomento dell’ossessione della maternità fosse robaccia per le riviste di stile. Le donne che si preoccupavano di orologi ticchettanti erano le stesse che si scambiavano ricette del polpettone al salmone e chiedevano ai loro mariti di pulire le grondaie. Lei non era e non sarebbe mai stata una di loro.
Poi, all’improvviso, era una di loro. Non per le grondaie ma per l’orologio.

Leni Zumas, Orologi rossi, Bompiani, traduzione di Milena Zemira Ciccimarra

Povertà è una ideologia

8 marzo 2018 by

Povertà non è miseria, come credono i miei obiettori di sinistra. Povertà non è “comunismo”, come credono i miei rozzi obiettori di destra.
Povertà è una ideologia, politica ed economica. Povertà è godere di beni minimi e necessari, quali il cibo necessario e non superfluo, il vestiario necessario, la casa necessaria e non superflua. Povertà e necessità nazionale sono i mezzi pubblici di locomozione, necessaria è la salute delle proprie gambe per andare a piedi, superflua è l’automobile, le motociclette, le famose e cretinissime “barche”.

Goffredo Parise, Dobbiamo disobbedire, Adelphi

Tuono che tutto scuoti

6 marzo 2018 by

Soffiate, venti, fino a che vi squarcino le guance!
Infuriate, soffiate! Sputate, voi, uragani e cateratte,
finché sommergerete i campanili
affogando anche i galli sopra i tetti!
Fuochi di zolfo, lesti come i pensieri,
avanguardie di folgori che fendono le querce,
scotennate questa mia testa bianca!
Tuono che tutto scuoti,
spiana a furia di colpi il tondo ventre
di questo mondo,
e schianta le matrici di natura.
Disperdi insieme tutti quanti i semi
che fanno l’uomo ingrato!

William Shakespeare, Re Lear, traduzione di Guido Bulla