La proliferazione delle emoticon

17 luglio 2018 by

È curioso notare come nel Novecento e nei primi anni di questo secolo una certa stasi normativa e una scarsa permeabilità a possibili evoluzioni (da aggiungere, a mio parere, a un insufficiente ruolo della didattica nelle scuole secondarie e all’università) abbiano dato adito allo sviluppo rocambolesco di stili interpuntivi improntati su una semplificazione radicale come, per esempio, l’egemonia del punto fermo e la virgola multifunzione. Ciò che potrebbe sembrare una legittima scelta stilistica è piuttosto il risultato di ignoranza e pigrizia.
Un discorso a parte andrebbe fatto per l’estensione e la proliferazione iconica dei segni paragrafematici. Siamo più bravi a scegliere la faccina giusta che a deciderci tra punto o punto e virgola. E poi, va detto, una emoticon risolve in un attimo un sacco di guai.

Leonardo G. Luccone, Questione di virgole. Punteggiare rapido e accorto, Laterza

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Robert Giroux, the Catcher

16 luglio 2018 by

 

Il 16 luglio del 1951 usciva “The Catcher in the Rye”, uno degli esordi più dirompenti della letteratura moderna, con un tono indimenticabile: “If you really want to hear about it, the first thing you’ll probably want to know is where I was born and what my lousy childhood was like, and how my parents were occupied and all before they had me, and all that David Copperfield kind of crap, but I don’t feel like going into it, if you want to know the truth”.

Salinger lavorò al romanzo durante la guerra, in Normandia, dove non c’era propriamente da starsene con le mani in mano. Era partito con sei racconti che ruotavano attorno a questo Holden Caulfield. Quando ritenne di aver completato la stesura, Salinger mandò il manoscritto a Robert Giroux della Harcourt. Giroux rimane molto colpito e lo passa al direttore editoriale, Eugene Reynal. Non sappiamo se Reynal l’abbia sfogliato o meno, di certo lo dà a un editor che si occupava di scolastica, dal momento che riguardava le vicende di uno studente. Questo genio di cui non sappiamo il nome rimane piuttosto indifferente al libro e alla fine la Harcourt lo rifiuta. Salinger va dai diretti rivali, quelli di Little, Brown, che lo prendono e lo pubblicano in quattro e quattrotto.
Dopo il fattaccio, Robert Giroux, che ha tutta la mia ammirazione, si è licenziato ed è stato subito assunto dalla Farrar, Strauss alla quale, come potete intuire, negli anni ha aggiunto il suo nome.

Orologi rossi ticchettanti

22 maggio 2018 by

I bambini un tempo erano astrazioni. Erano Forse sì, ma non adesso. La biografa prima assumeva un’aria di scherno quando sentiva parlare di scadenze biologiche, credendo che l’argomento dell’ossessione della maternità fosse robaccia per le riviste di stile. Le donne che si preoccupavano di orologi ticchettanti erano le stesse che si scambiavano ricette del polpettone al salmone e chiedevano ai loro mariti di pulire le grondaie. Lei non era e non sarebbe mai stata una di loro.
Poi, all’improvviso, era una di loro. Non per le grondaie ma per l’orologio.

Leni Zumas, Orologi rossi, Bompiani, traduzione di Milena Zemira Ciccimarra

Povertà è una ideologia

8 marzo 2018 by

Povertà non è miseria, come credono i miei obiettori di sinistra. Povertà non è “comunismo”, come credono i miei rozzi obiettori di destra.
Povertà è una ideologia, politica ed economica. Povertà è godere di beni minimi e necessari, quali il cibo necessario e non superfluo, il vestiario necessario, la casa necessaria e non superflua. Povertà e necessità nazionale sono i mezzi pubblici di locomozione, necessaria è la salute delle proprie gambe per andare a piedi, superflua è l’automobile, le motociclette, le famose e cretinissime “barche”.

Goffredo Parise, Dobbiamo disobbedire, Adelphi

Tuono che tutto scuoti

6 marzo 2018 by

Soffiate, venti, fino a che vi squarcino le guance!
Infuriate, soffiate! Sputate, voi, uragani e cateratte,
finché sommergerete i campanili
affogando anche i galli sopra i tetti!
Fuochi di zolfo, lesti come i pensieri,
avanguardie di folgori che fendono le querce,
scotennate questa mia testa bianca!
Tuono che tutto scuoti,
spiana a furia di colpi il tondo ventre
di questo mondo,
e schianta le matrici di natura.
Disperdi insieme tutti quanti i semi
che fanno l’uomo ingrato!

William Shakespeare, Re Lear, traduzione di Guido Bulla

 

The strongest bond I have ever had

16 gennaio 2018 by

I’ve never made a career of anything, you know, not even of writing. I started out with nothing in the world but a kind of passion, a driving desire. I don’t know where it came from, and I don’t know why—or why I have been so stubborn about it that nothing could deflect me. But this thing between me and my writing is the strongest bond I have ever had—stronger than any bond or any engagement with any human being or with any other work I’ve ever done. I really started writing when I was six or seven years old. But I had such a multiplicity of half-talents, too: I wanted to dance, I wanted to play the piano, I sang, I drew. It wasn’t really dabbling—I was investigating everything, experimenting in everything. And then, for one thing, there weren’t very many amusements in those days. If you wanted music, you had to play the piano and sing yourself. Oh, we saw all the great things that came during the season, but after all, there would only be a dozen or so of those occasions a year. The rest of the time we depended upon our own resources: our own music and books. All the old houses that I knew when I was a child were full of books, bought generation after generation by members of the family. Everyone was literate as a matter of course. Nobody told you to read this or not to read that. It was there to read, and we read.

Katherine Anne Porter, intervista di «the Paris Review», 1963

Il lavoro redime

13 gennaio 2018 by

Il lavoro redime. Il lavoro salva. Preparata una torta di limone e meringa, fatta raffreddare la crema e la sfoglia sul freddo davanzale del bagno, mescolandoci dentro la notte nera e le stelle. Preparata la tavola, le candele, i bicchieri che gettavano scintille di cristallo sulla tovaglia gialla. Rassettato, ripulito con cura i tappetini, lustrato i tavoli di acero e i tavoli scuri. A preparare un pranzo, la gente, mi è tornata l’allegria. Servo a qualcosa.

Sylvia Plath, Diari, 12 gennaio 1958

Fuori

9 dicembre 2017 by

Fuori c’è la vita, la gioventù, la bellezza, la gioia che ride; e qui mille matti rinchiusi, prigionieri dei loro deliri, sudati, sporchi, poveri.

Mario Tobino, Le libere donne di Magliano

Tra i tesori di The Word

10 novembre 2017 by

Mi piace andare a casa delle persone e comprare grosse collezioni. È sempre  un’avventura. Quando ti trovi di fronte buste e buste piene di libri saltano sempre fuori storie interessanti. E io sto lì a pensare alla felicità che provo quando arrivo a casa e metto a posto i miei nuovi tesori.

Intervista a Adrian King-Edwards, libraio di The Word, Montreal

Scott e Zelda

31 ottobre 2017 by

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Ah, Fitzgerald!
Da ragazzo, Scott (perché nessuno all’infuori di sua madre lo chiamò mai Francis) scriveva di Zelda: “Mi sono innamorato di un turbine di vento, e devo tessere una rete grande abbastanza da imprigionarlo e cacciarlo via dalla mia testa, una testa piena del tintinnio di monete che sfuggono via, l’incessante carillon del povero…”. E Zelda sembrava rispondergli, molti anni dopo, in una lettera dalla clinica psichiatrica svizzera in cui era finita: “Scott, ti amo più d’ogni altra cosa sulla terra e, se ti sei offeso, io sono disperata. Ti prego, amamai. La vita è molto confusa. Io ti amo”.

Edoardo Nesi, Storia della mia gente, Bompiani

 
Il momento in cui sono arrivato più vicino a lasciarti è stato quando in rue Palatine mi hai detto che ero un frocio, ma a quel punto qualunque cosa dicessi suscitava in me una sorta di pena spassionata nei tuoi confronti. Nonostante la tua brillante capacità d’osservazione e la tua intelligenza superiore, riesco a indovinare, senza prove e persino con un certo stupore, perché e da dove è nata quella scorciatoia mentale. Vorrei che Belli e dannati fosse un libro scritto con maturità, perché è tutto vero. Ognuno ha distrutto se stesso, ma non ho mai pensato che ci siamo distrutti a vicenda.

Sarà un capolavoro. Lettere all’agente, all’editor e agli amici scrittori, minimum fax, a cura di Leonardo Luccone, traduzione di Vincenzo Perna