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Recensioni: Quello che rimane, Paula Fox, Fazi Editore




…e sospirò per la forza di una memoria che era in grado, nello spazio di un respiro, di cancellare la distanza fra una bambina mezza addormentata e l’adulta esausta, come se, pensò, fossero occorsi tutti quegli anni per salire le scale fino ad arrivare al letto




Da misteriosi oblii editoriali rispunta il romanzo Quello che rimane, uscito per la prima volta negli Stati Uniti nel 1970 (titolo originale: Desperate Charachters), rimasto fuori catalogo per decenni e finora mai tradotto in Italia. Le malelingue borbottano che, come al solito, il caso letterario è stato costruito ad arte: una volta scoperto che Paula Fox sarebbe la nonna naturale di Courtney Love, Jonathan Franzen la definisce la più grande scrittrice americana contemporanea e J.T. Leroy la intervista per un mensile patinato. Mai come stavolta il consiglio è tapparsi le orecchie e ignorare gli schiamazzi pubblicitari: immergersi in questo libro richiede silenzio.
È l’ambigua Brooklyn degli anni Sessanta. Da una parte, ci sono i pionieri della borghesia benestante, tra cui Sophie e Otto Bentwood. Dall’altra, un sottoproletariato sudicio e arrogante che vomita contro i muri delle case di chi, come i Bentwood, non conosce la povertà. Non è un caso che proprio un homeless del mondo animale, un gatto randagio, morda una mano a Sophie. Durante i giorni successivi, la donna non smette di pensare a quel morso. Sente la mano gonfia e dolorante ma non si decide a curarla. Alterna terrore e indolenza, rassegnazione e fuga. La ferita diventa una feritoia sull’anima, uno sguardo dentro l’ovattato mondo di una quarantenne silenziosa, apparentemente fredda e lontana da tutto. Sophie soffoca in sé stessa e nei valori a cui si aggrappa senza convinzione. Attraversa, senza viverla, la rarefazione del suo matrimonio. Nessuna scelta le dà sollievo, nessun luogo la accoglie. Impotenza e autodistruzione la sopraffanno, diventando la metafora politica della classe sociale a cui appartiene.
Più ancora della trama, si incide nell’anima lo stile di Paula Fox. Come scrive Franzen nell’introduzione, le sue frasi “sono piccoli miracoli di concisione e precisione, minuscoli romanzi loro stesse”. Rigorosa, essenziale, implacabilmente sensibile, la scrittrice indaga l’ottusità di dialoghi senza soggetto, la malinconia di eventi senza parole. Calibra i termini con una maestria propria solo dei grandi autori. Ogni gesto è significativo, nessuna descrizione è ridondante. La delusione, la vulnerabilità di Sophie e del suo mondo vengono fuori da particolari mai casuali.
Sono pagine di suspence, introspezione, analisi sociale e appunti sul fallimento di un matrimonio. Si arriva alla fine del libro pieni di una tristezza sorda, travolti da spietata rassegnazione. Ma con la consapevolezza di avere letto un romanzo che racconta la vita nella sua autenticità, mai edulcorata, mai falsata. E non è solo inquietudine o malinconia. Quello che rimane, dopo avere girato l’ultima pagina, è la sensazione di essere stati storditi dalla bellezza del vero.


(Nadia Terranova)

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