Archive for febbraio 2004

Il tempo della scrit…

27 febbraio 2004

Il tempo della scrittura (2)


I RACCONTI NON NASCONO DAL NULLA


(Un’intervista con Raymond Carver)


http://www.sagarana.net/rivista/numero14/saggio1.html



 


CG: In The Idea metti insieme due cose che non sembrano andare insieme: la coppia che spia i loro vicini e le formiche sotto il lavello. Metti insieme cose che non sembrano avere nessuna connessione.



RC: Sì, ma tale connessione sembra non solo possibile ma anche inevitabile. Non so come spiegarlo. Ripeto, non ho un piano quando scrivo. Iniziai a scrivere senza sapere che ci avrei messo le formiche. Quando inizio non so dove vado a finire. Ma a tal riguardo ho predecessori illustri. Quando fu chiesto ad Hemingway se sapeva come avrebbe concluso un racconto quando lo stava iniziando, rispose: “No, non ne ho idea”. Flannery O’Connor ha detto che scrivere è scoprire. Non sapeva cosa accadeva tra una frase e un’altra. Ma come ho già detto, non arrivi al finale per miracolo. Devi avere un senso drammatico. E scopri il finale nella scrittura, o meglio, nella riscrittura, dal momento che io credo nella riscrittura. Nella riscrittura, il soggetto, o piuttosto, visto che la parola soggetto mi mette un po’ a disagio, diciamo è il senso della storia nella riscrittura, il senso della storia, quindi, a cambiare un po’ di volta in volta.



 


(Intervista concessa alla rivista La quinzaine littéraire, a Parigi, nella primavera del 1987. Traduzione dall’inglese di Giampaolo Mattiello)

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La poesia di Sylvia …

27 febbraio 2004

La poesia di Sylvia Plath


I manichini di Monaco




 


La perfezione è terribile, non può avere figli.


Fredda come alito di neve, comprime il ventre



dove i tassi soffiano come idre,


l’albero della vita e l’albero della vita



che sciolgono le loro lune, mese dopo mese, senza scopo.


La piena del sangue è piena d’amore,



sacrificio assoluto.


Significa: non più idoli, solo io,



io e te.


Così nella loro sulfurea bellezza, nei loro sorrisi



questi manichini posano sghembi stasera


a Monaco, obitorio tra Parigi e Roma,



nudi e calvi nelle loro pellicce,


lecca-lecca arancioni su bastoni d’argento,



insopportabili, senza intelletto.


La neve lascia cadere i suoi frammenti di buio,



in giro non c’è nessuno. Negli alberghi


mani apriranno porte e deporranno



a terra scarpe da lucidare col nerofumo


in cui domani entreranno piedi dalle grosse dita.



Oh l’aria casalinga di queste finestre,


i pizzi da neonato, i dolci ornati di foglie verdi,



i grevi teschi addormentati nel loro Stolz senza fondo.


E appesi ai ganci i telefoni neri



che luccicano


luccicano e digeriscono



l’assenza di voci. La neve non ha voce.




28 gennaio 1963


 




Sylvia Plath davanti a De Chirico


le forme della forma oltre i contorni e l’essenza


Il tempo della scr…

26 febbraio 2004


Il tempo della scrittura (1)


My favorite stories are those that were written in less than a  week and that were ofter composed aloud (John Cheever)


Il racconto non ha né inizio né fine: viene o non viene (G. García Marquez)



la vibrazione, l’idea …il tempo dell’ispirazione e della realizzazione


narrazione pensata-laborlimae o scrittura di getto


riscrittura si’ o no? l’editingcontinuo?

Gadda Quell’occhio …

26 febbraio 2004

Gadda


Quell’occhio laterale che cianno i polli che pare una trovata di Picasso,
un oblò del cesso, d’un cesso vuoto d’ogni intendimento e d’ogni attitudine
a spiare, babordo o tribordo. E invece te guardano

Parole che continuan…

22 febbraio 2004

Parole che continuano a urtare


Gli schiavi delle mode, delle tendenze e delle etichette


“Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi.


Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta.


Oggi l’adesione ai modelli imposti dal Centro è totale e incondizionata.


La ‘tolleranza’ della ideologia edonista voluta dal nuovo potere è la peggiore


delle repressioni della storia umana.”


Pier Paolo Pasolini

La poesia di Sylvia …

21 febbraio 2004

La poesia di Sylvia Plath


ARIEL


 


Stasi nel buio.


Poi l’insostanziale azzurro


riversarsi di altura e lontananze.


 


Leonessa di Dio,


come ci compenetriamo,


perno di talloni e ginocchia!—Il solco


 


si fende e passa, fratello


all’arco bruno


del collo che non posso afferrare,


 


bacche occhi-di-negro


gettano scuri


uncini—


 


nere boccate dolci di sangue,


ombre.


Qualcos’altro


 


mi solleva per l’aria—


Cosce, criniera;


scaglie dai miei talloni.


 


Bianca


Godiva, mi spoglio—


Morte mani, morte costrizioni.


 


E ora io


schiumo in grano, un luccichio di mari.


Il grido del bambino


 


si dissolve nel muro.


E io


sono la freccia,


 


la rugiada che vola


suicida, fatta una con lo slancio


dentro l’occhio


 


scarlatto, il crogiolo del mattino.


 


27 ottobre 1962

Da poche ore in libr…

20 febbraio 2004

Da poche ore in libreria


Girls di Nic Kelman, Lain


 


Come hanno fatto a diventare tanto giovani? Quelle ragazze che solo ieri ci sembravano così distanti da noi, quelle ragazze che sembravano un altro mondo. Ditemi, quand’è che sono diventate delle bambine?


Bambine che vogliamo compiacere, viziare. Bambine a cui daremo tutto, qualsiasi cosa. Tranne noi stessi. Perché, proprio come le bimbe, quella non è una cosa che desiderano.


Come le bambine, quella non è una cosa che capiranno.


Eppure, al contrario delle bambine, ci fanno tremare. Al contrario delle bambine, hanno il potere di annientarci con uno sguardo. Un semplice sguardo. O con la pelle così tesa e soda su ogni parte del corpo. Con le pance piatte e i seni privi di sostegno e le caviglie ossute. Con le labbra “in boccio”, bisogna dire, perché niente somiglia a un bocciolo quanto le labbra di una ragazzina, nemmeno i boccioli stessi.


E poi, quand’è che hanno smesso di ignorarci? Quando hanno cominciato ad adularci? Quand’è che abbiamo cominciato ad affascinarle? Coi nostri soldi, e le nostre aziende, e la sicurezza che emaniamo. Quand’è che siamo diventati gli uomini di cui una volta eravamo tanto gelosi?


Forse anche a te capiterà di rincontrarla. Forse su un lastrone di ghiaccio davanti a una chiesa medievale in pietra. Forse attraversando una piazzetta, del tutto vuota a parte voi due e un venditore ambulante di fette di cocco tenute a bagno. Forse su una metropolitana affollata, con la puzza di sudore e patatine e metallo che vi costringe entrambi a respirare dalla bocca, ad ansimare come animali. Ma non come facevate una volta.


E sarà lei a riconoscerti, non il contrario. Lei pronuncerà il tuo nome con esitazione e un punto di domanda. E tu continuerai a guardarla con aria idiota ancora per un istante, come stavi facendo già da qualche minuto, e poi penserai: «No, non può essere!». Eppure pronuncerai il suo nome con piacere. Ma non come facevi una volta. «Oddio», dirà lei, «non sei cambiato affatto!».


«Anche tu hai un aspetto fantastico», dirai tu. Ma non è quello che penserai. Penserai che non l’avresti mai riconosciuta. Non ha un brutto aspetto, dopo tutto ha solo – cosa? – una trentina d’anni. Anzi, ha un aspetto magnifico per la sua età. Se ci sono altri uomini, in quel momento ti accorgerai che la stanno fissando. Se vi trovate su una spiaggia a quel punto ti chiederai com’è possibile, se era giusta quella notizia, che dopo aver avuto tre figli riesca ancora a portare un bikini in modo convincente. Eppure, comunque, non l’avresti mai riconosciuta. «Ti sei messa dello Chanel?», ti scoprirai infine a dire, incapace di trattenerti. «Credevo odiassi lo Chanel: dicevi sempre che era… com’è che era?», e qui ti scoprirai a fare una pausa e poi, nel momento preciso in cui pronuncerai la parola, a sorridere, con palese scherno, la stessa sensazione


che provavi – ma non l’avresti mai rivelato – quando lei faceva un uso così prodigo e così serio di quella stessa parola, molto tempo fa: «Borghese?».


«Boh», dirà lei, facendo spallucce, «adesso mi piace». E sarà in imbarazzo perché avete parlato del fatto che una volta usava quella parola. E che una volta credeva che avesse un significato. In imbarazzo. Persino lei capisce che non è più la stessa. Ma crede che sia per via di qualcosa che ha guadagnato, non di qualcosa che ha perduto.


(tratto da http://www.lain-books.com/) 


 


La Lain non piu’ Fazi ha tirato fuori un altro libro… che ne pensate?

Solipsismi, catene…

20 febbraio 2004


Solipsismi, catene, copie ed egoismi: la sofferenza della letteratura italiana (5)


Il mondo letterario salvato dal noir

di Loredana Lipperini
[da Repubblica, 13.2.04]

Il mondo, almeno quello letterario, salvato dal noir: l’idea circola da un po’ tra gli scrittori italiani che, fortunatamente, si appassionano ancora alla discussione sul narrare. E in molti, alla domanda posta recentemente da Mauro Covacich su L’Espresso (si chiedeva, in sintesi, perché la narrativa italiana non riuscisse a «prendere il mondo per le corna») hanno risposto che sono proprio gli autori di noir e di giallo a raccontare con maggior frequenza il reale: basti elencare quante volte, per dire, il G8 di Genova è entrato in un romanzo di genere. Altri ribattono che il genere funziona fin troppo, che se ne pubblica in eccesso e che si rischia addirittura la crisi per overbooking.
Troppi onori e troppi oneri, per una narrativa fino a pochi anni fa considerata di basso rango: dunque, ci si incontra per fare il punto. Avviene il 18 febbraio, nel convegno “Roma noir, Autori, editori, testi di un genere metropolitano” convocato dalle 9.30 nell’aula Odeion della Facoltà di Scienze Umanistiche dell’Università di Roma.

A discutere, autori (Eraldo Baldini, Nicoletta Vallorani, Alda Teodorani, Elena Stancanelli fra gli altri), editori (Minimum Fax, DeriveApprodi, Addictions), direttori di riviste e webzine e, con misura, critici. «Perché non sarà un convegno accademico», avverte una degli organizzatori, la sociologa della letteratura Elisabetta Mondello. «Non vogliamo ragionamenti strutturati a posteriori sui modelli prefigurati dalla critica: ci interessa, invece, affrontare due questioni importante capire se esiste un canone dei noir contemporaneo e cercare di spiegare il perché della predilezione da parte del pubblico».
Si partirà, per quanto riguarda il chi è del giallo e del noir nostrano, dalle tre factory di autori da cui è iniziato il momento d’oro del genere: la Scuola dei Duri di Milano, fondata da Andrea G.Pinketts, il glorioso Gruppo 13 di Bologna (Cacucci, Lucarelli, Macchiavelli, Fois fra gli altri), il Neo noir romano di Scanner, Tentori, Teodorani. Si risalirà, anche, agli anni dell’antologia Gioventù cannibale e del cosiddetto pulp («che comunque- avverte la Mondello – influenza ancora moltissimo le scritture giovanili di oggi»).
Mentre la discussione sull’inarrestabile ascesa del gradimento da parte dei lettori toccherà inevitabilmente la questione di partenza: «perché – dice ancora la Mondello – il problema è comunque quello della funzione del romanzo. La sensazione è che il testo letterario tradizionale non soddisfi più in pieno le esigenze del pubblico, anche per quanto riguarda la narrazione del reale. Il noir funziona perché sta davvero esercitando questa funzione o perché continua a fare quello che ha sempre fatto, proponendo la rappresentazione mimetica dei nostri lati oscuri?».
L’altro punto di vista considera con qualche timore l’elezione del genere a salvagente della letteratura: «La produzione italiana ha buoni picchi, ma offre troppe cose che fanno mercato e non fanno noir», commenta Mattia Carratello, direttore editoriale Fanucci, presente al convegno romano come casa editrice che propone ormai i pezzi da novanta del noir mondiale (Jim Thompson, David Goodis, il Lansdale de In fondo alla palude, più le recentissime acquisizioni di Cornell Woolrich e Ruth Rendell): «lo ho la sensazione che il problema del noir di casa nostra stia proprio in quello che viene indicato come suo pregio: è sempre meno genere e sempre più letteratura realistica. Oppure, magari, è la cronaca nera che sta diventando, suo malgrado, sempre più simile alla fiction». Si vedrà: perché, dopo Roma, c’è già a chi sta pensando agli Stati generali del noir da convocarsi, forse, a Bologna.

La poesia di Sylvia …

15 febbraio 2004

La poesia di Sylvia Plath


OUIJA


 


È un dio gelido, un dio delle ombre


quello che sale al bicchiere dai suoi neri abissi.


Alla finestra i non nati, i disfatti


si adunano con fragile pallore di falena,


un’invidia fosforescente nelle ali.


Vermigli, bronzi, i colori del sole


nel fuoco di carbone non li consolano del tutto.


Immagina la loro profonda fame, profonda come il buio,


del calore del sangue che farebbe imporporare o ritornare.


La bocca del bicchiere succhia quel calore dal mio dito.


Il vecchio dio gocciola in cambio le sue parole.


 


Il vecchio dio scrive anche lui aurea poesia


in modi bruniti, vagabondando nei deserti,


onesto cronachista di ogni sconcia declinazione.


La vecchiaia e secoli di prosa hanno sciolto


il turbine della sua lingua, smorzato la sua indole eccessiva


quando le parole, come locuste, tambureggiavano nell’aria che scuriva


lasciandosi dietro torsoli nudi sbatacchianti.


I cieli che mostravano una divina alterezza azzurra


si avviluppano su noi, scendono caliginosi,


sempre più fitti di pulviscolo, a sposare il fango.


 


Lui leva inni alla putrida regina dai capelli di croco


che possiede afrodisiaci più salati


delle lacrime di vergini. Quella lasciva regina della morte,


i suoi messi verminosi gli divorano le ossa.


Ma lui continua a cantarne il succo, ardente nettarina.


Lo vedo, coriaceo e resistente, interpretare


i duri ciottoli smossi dall’aratro


come ponderabili pegni dell’amore di lei.


Divino, vacillante, compita


con queste lettere non un conciso Gabriele


ma fioritamene le proprie amorose nostalgie.


 


Di cosa ci sta parlando stavolta Sylvia Plath?