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Solipsismi, catene, …

2 marzo 2004

Solipsismi, catene, copie ed egoismi: la sofferenza della letteratura italiana (6)






 


Sui limiti (?) della letteratura italiana


ossia sul suo futuro…


di Salvatore di Taranto


 


Quando venne pubblicato “Le ceneri di Gramsci” Calvino inviò una lettera al Contemporaneo per criticarne i redattori i quali avevano ignorato Pasolini  e così scriveva “mesi or sono avveniva uno dei più importanti fatti della letteratura italiana del dopoguerra e certo il più importante nel campo della poesia: la pubblicazione della lirica di Pasolini “le ceneri di Gramsci”. È la prima volta da chissà quanti anni, che in un vasto componimento poetico viene espresso con una straordinaria riuscita nell’invenzione e nell’impiego dei mezzi formali, un conflitto di idee, una problematica culturale e morale di fronte a una concezione del mondo socialista”. Alla fine delle lettera Calvino aggiunge una sua personale opinione sul fatto che nonostante in Italia c’era una scarsa produzione di novità letterarie anche quando magari si affacciavano timidi tentativi di rottura, venivano completamente ignorati.


Come si legge non siamo nuovi a questo vizio di piangerci sempre addosso sul fatto che magari mancano novità letterarie e poi quando vengono pubblicate le si ignora completamente. Non so se esiste un meccanismo che regola questo comportamento eppure a quanto pare è una cosa già collaudata. Persino ora si continua a dibattere in proposito. In rete e su alcuni giornali stanno venendo al pettine alcuni nodi circa i limiti(?) della letteratura italiana. Dibattere non fa mai male, certo, ma alla lunga tutto può diventare inutile e noioso. Sterile.


Partendo da Covacich fino ad arrivare agli ultimi giorni mi è sembrato di cogliere alcune domande interessanti che aprono ulteriori questioni. 


Ci si chiede se esistono delle novità letterarie, ci si chiede se è possibile dire cose nuove o se magari già si è detto tutto. Alcuni si sono domandati come scrivere cose nuove e quali sono queste cose nuove, che cosa si intende per “novità” in letteratura. Ma procediamo in ordine.


 


Esistono delle novità letterarie? È possibile dire cose nuove?


 


Vittorio Spinazzola nell’ultimo Tirature 2004 così conclude il suo intervento “direi che l’efficacia della sua ambizione (del post-moderno n.d.a.) va misurata soprattutto nella liberazione del campo letterario dalle pastoie di un novecentismo esausto e nell’aver aperto un orizzonte più spregiudicato pluralista e multiforme. Chi vi si inoltrerà meglio, non è ancora chiaro. Intanto però la situazione è stata rimessa in movimento. E scusate se è poco.”


Avete letto bene! Con questa semplice frase Spinazzola non solo annuncia la fine del post-moderno ma la vera notizia è che la letteratura si è rimessa in movimento.


Ma come (prima domanda) non avevano detto che il romanzo era morto? Non avevano profetizzato (seconda domanda) che tutto era stato fatto, espresso, scoperto e che la poesia, il teatro e l’arte in generale nel futuro dovevano essere soltanto descrizioni di descrizioni, citazioni di citazioni, insomma roba vecchia?. Volete mettere: nel paese delle mille resurrezioni, dei lifting, dei trasformisti per eccellenza anche all’arte si è data la possibilità di rialzarsi e di rimettersi in cammino.


Flavio Santi ultimamente ha scritto un pezzo dal titolo emblematico “Il romanzo italiano che verrà” e scrive “l’opera focale italiana, quella che ci dirà finalmente chi siamo stati e chi siamo, dove arriveremo e quanto dureremo è prossima…”.


Sul Finacial Times nel pezzo firmato da Genna si parla del 2004 come “l’annus mirabilis” della letteratura italiana, perfino di “un nuovo rinascimento”.  La letteratura italiana non sta poi così male. Forse va chiarito il problema del post-moderno in Italia (è finito? è stato superato?) tuttavia non si può decretare la morte della letteratura. Se tutti dicono che il mondo sta cambiando ne consegue che la letteratura non è morta… sta solo interrogandosi sulla sua funzione e sul suo rapporto col mondo.   


 


Come scrivere cose nuove?


 


Tempo fa era iniziato un dibattito inaugurato sull’Espresso da Covacich in cui confessava la sua vertigine da fiction. Sembra, e ripeto sembra, che Covacich chieda a se stesso e ai suoi amici e nemici scrittori quand’è che prendiamo (letteralmente)in mano la realtà e iniziamo a narrarla? Ma come si narra la realtà? Le opinioni a proposito divergono. Covacich intende la realtà nuda e cruda così come la si vede, anche se sarei più propenso a parlare di percezione della realtà, mentre Carla Benedetti, il critico più criticato d’Italia, gli risponde sempre sull’Espresso citando Pasolini (il neorealista) “solo chi è nel mito è realistico”. In conclusione raccontare la realtà non solo è difficile ma necessita anche di diversi approcci i quali, credo,  non si escludono a vicenda. A suo modo Covacich ha  esternato una sua personale idea su presunti limiti della letteratura italiana. Parafrasando Wittegestein potremmo affermare che i limiti della letteratura italiana sono i limiti dell’Italia. Ma di quale Italia? L’Italia degli editori? L’Italia degli scrittori? L’Italia dei critici? L’Italia dei lettori e di tutti quelli che ruotano attorno a questa cosa chiamata letteratura italiana? Covacich chiama a raccolta gli scrittori, Carla Benedetti col suo libro “il tradimento dei critici” invitava alla discussione i critici. Dibattere sui limiti, di qualsiasi natura essi siano, ci permette di proiettarci sul futuro. Il che non è male.                 


 


Sul futuro


 


Una nuova letteratura è una letteratura all’altezza dei tempi. Le domande che mi assalgono ora sono domande radicali! Perché uno scrittore fa letteratura? Cosa vuole comunicare? E il lettore? Perché legge? Cosa cerca nei libri? Se volessimo applicare la teoria degli usi e delle gratificazioni (mutuandola dagli studiosi dei media) diremmo che la lettura serve a sciogliere la tensioni che ci sono nella realtà creando delle innocenti evasioni. Per me la letteratura e la lettura sono altro. Sono un modo per incendiare la tensione che c’è nella realtà per provocare un colpevole cambiamento.    


E a proposito di lettori: cosa stanno percependo di questo dibattito? Anzi lo stanno percependo?  


 




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