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La poesia di Sylvia …

4 marzo 2004

La poesia di Sylvia Plath


 


ROGO DI STREGA


 


Nella piazza del mercato stanno ammucchiando le fascine.


Un folto d’ombra è un misero mantello. Io abito


l’immagine di cera di me stessa, un corpo di bambola.


Comincia qui la malattia: sono un bersaglio per streghe.


Solo il diavolo può divorare il diavolo.


Nel mese delle foglie rosse salgo su un letto di fuoco.


 


È facile dare la colpa al buio: la bocca di una porta,


il ventre della cantina. Hanno spento la mia stellina filante.


Una signora dalle elitre nere mi tiene in una gabbia di pappagallo.


Che occhi grandi hanno i morti!


Sono intima di uno spirito peloso.


Volute di fumo escono dal becco di questa brocca vuota.


 


Se sono piccina, non posso fare alcun male.


Se non mi muovo, non farò cadere niente. Così ho detto,


seduta sotto il coperchio di una pentola, minima e inerte come un chicco di riso.


Ora girano le manopole, un fornello dopo l’altro.


Siamo pieni di amido, piccoli amici bianchi. Cresciamo.


All’inizio fa male. Le rosse lingue insegneranno la verità.


 


Madre degli scarabei, disserra solo un poco la tua mano:


volerò attraverso la bocca della candela come falena illesa.


Ridammi la mia forma. Sono pronta a interpretare i giorni


in cui mi accoppiavo con la polvere all’ombra di una pietra.


Le mie caviglie si accendono. Il fulgore sale lungo le cosce.


Sono perduta, perduta, nelle vesti di tutta questa luce.

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