Uomini fatti sterpi …

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Uomini fatti sterpi


 



Eneide, libro III


[…] Era nel lito
un picciol monticello, a cui sorgea
di mirti in su la cima e di corniali
una folta selvetta. In questa entrando
per di fronde velare i sacri altari,
mentre de’ suoi piú teneri e piú verdi
arbusti or questo, or quel diramo e svelgo;
orribile a veder, stupendo a dire,
m’apparve un mostro: ché, divelto il primo
da le prime radici, uscîr di sangue
luride gocce, e ne fu ‘l suolo asperso.
Ghiado mi strinse il core; orror mi scosse
le membra tutte; e di paura il sangue
mi si rapprese. Io le cagioni ascose
di ciò cercando, un altro ne divelsi;
ed altro sangue uscinne: onde confuso
vie piú rimasi; e nel mio cor diversi
pensier volgendo, or de l’agresti ninfe,
or del scitico Marte i santi numi
adorando, porgea preghiere umíli,
che di sí fiera e portentosa vista
mi si togliesse, o si temprasse almeno
il diro annunzio. Ritentando ancora,
vengo al terzo virgulto, e con piú forza
mentre lo scerpo, e i piedi al suolo appunto,
e lo scuoto e lo sbarbo (il dico, o ‘l taccio?),
un sospiroso e lagrimabil suono
da l’imo poggio odo che grida e dice:
“Ahi! perché sí mi laceri e mi scempi?
Perché di cosí pio, cosí spietato,
Enea, vèr me ti mostri? A che molesti
un ch’è morto e sepolto? A che contamini
col sangue mio le consanguinee mani?
Ché né di patria, né di gente esterno
son io da te; né questo atro liquore
esce da sterpi, ma da membra umane.
Ah! fuggi, Enea, da questo empio paese:
fuggi da questo abbominevol lito:
ché Polidoro io sono, e qui confitto
m’ha nembo micidiale, e ria semenza
di ferri e d’aste che, dal corpo mio
umor preso e radici, han fatto selva”.
  A cotal suon, da dubbia téma oppresso,
stupii, mi raggricciai, muto divenni,
di Polidoro udendo…


 


 


 


 Divina Commedia, Inferno XIII (16-63) 


 


E ‘l buon maestro «Prima che più entre, 
sappi che se’ nel secondo girone», 
mi cominciò a dire, «e sarai mentre 
che tu verrai ne l’orribil sabbione. 
Per riguarda ben; sì vederai 
cose che torrien fede al mio sermone». 
Io sentia d’ogne parte trarre guai, 
e non vedea persona che ‘l facesse; 
per ch’io tutto smarrito m’arrestai. 
Cred’io ch’ei credette ch’io credesse 
che tante voci uscisser, tra quei bronchi 
da gente che per noi si nascondesse. 
Però disse ‘l maestro: «Se tu tronchi 
qualche fraschetta d’una d’este piante, 
li pensier c’hai si faran tutti monchi». 
Allor porsi la mano un poco avante, 
e colsi un ramicel da un gran pruno; 
e ‘l tronco suo gridò: «Perché mi schiante?». 
Da che fatto fu poi di sangue bruno, 
ricominciò a dir: «Perché mi scerpi? 
non hai tu spirto di pietade alcuno? 
Uomini fummo, e or siam fatti sterpi: 
ben dovrebb’esser la tua man più pia, 
se state fossimo anime di serpi». 
Come d’un stizzo verde ch’arso sia 
da l’un de’capi, che da l’altro geme 
e cigola per vento che va via, 
sì de la scheggia rotta usciva insieme 
parole e sangue; ond’io lasciai la cima 
cadere, e stetti come l’uom che teme. 
«S’elli avesse potuto creder prima», 
rispuose ‘l savio mio, «anima lesa, 
ciò c’ha veduto pur con la mia rima, 
non averebbe in te la man distesa; 
ma la cosa incredibile mi fece 
indurlo ad ovra ch’a me stesso pesa. 
Ma dilli chi tu fosti, sì che ‘n vece 
d’alcun’ammenda tua fama rinfreschi 
nel mondo sù, dove tornar li lece». 
E ‘l tronco: «Sì col dolce dir m’adeschi, 
ch’i’ non posso tacere; e voi non gravi 
perch’io un poco a ragionar m’inveschi. 
Io son colui che tenni ambo le chiavi 
del cor di Federigo, e che le volsi, 
serrando e diserrando, sì soavi, 
che dal secreto suo quasi ogn’uom tolsi: 
fede portai al glorioso offizio, 
tanto ch’i’ ne perde’ li sonni e ‘ polsi. 


 

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Nessuna Risposta to “Uomini fatti sterpi …”

  1. anonimo Says:

    a proposito di “lettera d’amore” della plath e di “il vento tra iroseti” di yeats, che ho letto in questo blog, qualcuno sa dirmi da che raccolte sono tratte??? cioè in che libri e pubblicati da quali case editrici??? grazie

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