Archive for maggio 2004

31 maggio 2004


Il peso della voce


 


 


Che sfinge di cemento e alluminio sfondò loro il cranio divorandogli cervello


e fantasia?


 


Moloch! Solitudine! Schifo! Sozzura! Pattumiere e dollari inacquistabili!


Bambini urlanti nei sottoscala! Ragazzi singhiozzanti nell’esercito! Vecchi


piangenti nei parchi!


 


Moloch! Moloch! Incubo del Moloch! Moloch il senzamore! Moloch mentale!


Moloch l’implacabile giustiziere degli uomini!


 


Moloch l’incomprensibile prigione! Moloch la gattabuia teschiotibie senzanima


e il Congresso dei dolori! Moloch i cui edifici sono condanna! Moloch la


vasta pietra della guerra! Moloch i governi imbalorditi!


 


Moloch la cui mente è soltanto macchina! Moloch dal sangue che è denaro


scorrente! Moloch le cui dita sono dieci eserciti!


 


Moloch dal petto dinamo cannibale! Moloch il cui orecchio è una tomba fumante!


 


Moloch dagli occhi mille finestre cieche! Moloch i cui grattacieli sorgono


su lunghe strade come Geova infiniti! Moloch le cui fabbriche sognano e


gracchiano nella nebbia! Moloch dai fumaioli e antenne che incoronano le


città!


 


Moloch di cui l’amore è olio e sasso infinito Moloch dall’anima che è banche


ed elettricità! Moloch la cui povertà è lo spettro del genio! Moloch dal


fato che è una nuvola di idrogeoo asessuato! Moloch dal nome che è la Mente!


 


Moloch in cui io siedo solitario! Moloch in cui io sogno Angeli!


 


Pazzo nel Moloch! Succhiacazzi nel Moloch! Amorprivo e senzuomo nel Moloch!


 


Moloch che presto mi è entrato oell’anima! Moloch in cui sono coscienza


senza corpo! Moloch che a forza di terrore mi ha tolto dalla mia estasi


naturale! Moloch che io abbandono!


 


Sveglia nel Moloch! Luce a festoni scende dal cielo!


 


Moloch! Moloch! Appartamenti robot! sobborghi invisibili! tesori scheletro!


capitali ciechi! industrie demoniache! nazioni spettri! manicomi invincibili!


cazzi di granito! bombe mostruose !


 


Si sono spezzati la schiena sollevando il Moloch al Cielo! Marciapiedi,


alberi, radio, tonnellate! sollevando la città a1 Cielo che esiste e ci


circonda dappertutto!


 


Visioni! vaticini! allucinazioni! miracoli! estasi! che discendono il fiume


americano!


 


Sogni! Adorazioni! Illuminazioni! religioni! un bastimento carico di merdate


sensitive!


 


Progressi! a1 di là del fiume! volteggi e crocifissioni! il diluvio disceso!


Altezze! Epifanie! Disperazioni! Urla e suicidi di animali di dieci anni!


Intelletti! Nuovi amori! Generazione folle! giù sulle rocce del Tempo!


 


Ilarità autenticamente santa nel fiume! Hanno visto tutto! gli occhi selvaggi!


le sante grida! Hanno detto addio! Sono saltati giù dal tetto! nella solitudine!


con cenni di saluto! recando fiori! Lungo il fiume! nella strada!


 


tratto da


Allen Ginsberg, Urlo


 

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29 maggio 2004

La poesia di Sylvia Plath


 


 


Continua il tributo a Sylvia Plath.


Stavolta la donna è perfetta. E complicata. Illusione di necessità greca.


Riepilogo: uomo, casa-stanza-guscio, labirinto, donna. Per ora.


Pochi i vostri contributi, per lo più anonimi.


 


Limite


  


La donna ora è perfetta.


Il suo corpo


 


morto ha il sorriso della compiutezza,


l’illusione di una necessità greca


 


fluisce nei volumi della sua toga,


i suoi piedi


 


nudi sembrano dire:


Siamo arrivati fin qui, è finita.


 


I bambini morti si sono acciambellati,


ciascuno, bianco serpente,


 


presso la sua piccola brocca di latte, ora vuota.


Lei li ha raccolti


 


di nuovo nel suo corpo come i petali


di una rosa si chiudono quando il giardino


 


s’irrigidisce e sanguinano i profumi


dalle dolci gole profonde del fiore notturno.


 


La luna, spettatrice nel suo cappuccio d’osso,


non ha motivo di esser triste.


 


È abituata a queste cose.


I suoi neri crepitano e tirano.


 


 


5 febbraio 1963


 

27 maggio 2004

dire quello che bisogna dire quando bisogna dirlo


“Prendi la parola, Coverly, di’ le cose che voleva fossero dette.” E allora Coverly si avvicinò al bordo della tomba del padre e, pur tra le lacrime, parlò in maniera chiara. “Gli svaghi sono terminati”, disse. “Questi nostri attori, come vi avevo già detto, erano tutti spiriti e ora si sono dissolti nell’aria, nell’aria sottile. Siamo fatti della stessa materia dei sogni e la nostra piccola esistenza è racchiusa in un sonno.”


(John Cheever, Gli Wapshot, 22 giugno in libreria)


26 maggio 2004

Se

Se riesci a non perdere la testa, quando tutti intorno
La perdono, e se la prendono con te;
Se riesci a non dubitare di te stesso, quando tutti ne dubitano,
Ma anche a cogliere in modo costruttivo i loro dubbi;
Se sai attendere, e non ti stanchi di attendere;
Se sai non ricambiare menzogna con menzogna,
Odio con odio, e tuttavia riesci a non sembrare troppo buono,
E a evitare di far discorsi troppo saggi;
Se sai sognare – ma dai sogni sai non farti dominare;
Se sai pensare – ma dei pensieri sa non farne il fine;
Se sai trattare nello stesso modo due impostori
– Trionfo e Disastro – quando ti capitano innanzi;
Se sai resistere a udire la verità che hai detto
Dai farabutti travisata per ingannar gli sciocchi;
Se sai piegarti a ricostruire, con gli utensili ormai tutti consumati,
Le cose a cui hai dato la vita, ormai infrante;
Se di tutto ciò che hai vinto sai fare un solo mucchio
E te lo giochi, all’azzardo, un’altra volta,
E se perdi, sai ricominciare
Senza dire una parola di sconfitta;
Se sai forzare cuore, nervi e tendini
Dritti allo scopo, ben oltre la stanchezza,
A tener duro, quando in te nient’altro
Esiste, tranne il comando della volontà;
Se sai parlare alle folle senza sentirti re,
O intrattenere i re parlando francamente,
Se né amici né nemici riescono a ferirti,
Pur tutti contando per te, ma troppo mai nessuno;
Se riesci ad occupare il tempo inesorabile
Dando valore a ogni istante della vita,
Il mondo è tuo, con tutto ciò che ha dentro,
E, ancor di più, ragazzo mio, sei uomo!

Rudyard Kipling

24 maggio 2004

Le case nella letteratura, le vostre case. Una stanza. Anche solo un letto.


Quali?

24 maggio 2004

Come pulsa il cuore della casa?


Il cuore della casa degli Wapshot era stato costruito prima della guerra di Indipendenza e da allora aveva subito numerose aggiunte che nel corso degli anni avevano finito per conferire all’edificio l’ampiezza e l’altezza tipiche delle case di quei sogni ricorrenti in cui, aprendo un armadio, scopriamo che al suo interno è spuntato un corridoio e una rampa di scale. Poi le scale salgono e si trasformano in una sala in cui, tra le librerie, si aprono numerose porte, ciascuna delle quali ti conduce da un’ampia stanza a un’altra. Possiamo così vagare senza sosta e senza scopo per un luogo che, persino nel sogno, si riconosce non come una vera casa ma come una costruzione messa insieme senza criterio per qualche oscura necessità dalla mente addormentata.


(John Cheever, Gli Wapshot)


21 maggio 2004


(Riguardati, Silvia Levenson)

20 maggio 2004

Laboratorio di traduzione e di editing: Anteprima


 


Da Gli Wapshot di John Cheever


 


Arrivate, come fece Moses, a Washington, città che non avete mai visto, alle nove di sera. Aspettate il vostro turno per scendere dalla carrozza ferroviaria, avete una valigia con voi, e camminate lungo la banchina fino alla sala d’aspetto. Qui posate la valigia, guardatevi intorno chiedendovi cosa avesse in mente l’architetto. Sopra di voi, nella luce velata, ci sono gli dèi; e a meno che non avessero previsto percorsi speciali il pavimento dove camminate è stato calpestato da re e presidenti. Seguendo il flusso della folla e il rumore di una fontana abbandonate quel crepuscolo per ritrovarvi nel buio della notte. Posate di nuovo la valigia a terra e restate a bocca aperta. A sinistra ecco il Campidoglio inondato di luci. Lo avete visto talmente tante volte su medaglioni e cartoline che è come se fosse scolpito nella vostra mente. Adesso c’è una differenza: questo è quello vero!


Avete in tasca diciotto dollari e trentasette centesimi. I soldi non li tenete spillati alla biancheria come vi aveva suggerito vostro padre, però vi andate continuamente tastando il portafoglio per assicurarvi che un ladruncolo non ve lo abbia sfilato. Avete bisogno di un posto dove alloggiare ma, immaginando che non ve ne siano dalle parti del Campidoglio, vi incamminate nella direzione opposta. Vi sentite giovane e pieno di energia, indossate scarpe comode. I calzini di lana che avete ai piedi sono stati lavorati a maglia dalla vostra adorata madre. Avete addosso biancheria pulita, nel caso doveste essere travolti da un taxi e degli sconosciuti vi debbano svestire.


Camminate e camminate e camminate passando la valigia da una mano all’altra. Oltrepassate vetrine illuminate, monumenti, teatri e locali notturni. Musica da ballo e lo scrosciare dei birilli proveniente da una sala da bowling al primo piano: vi chiedete quanto tempo passerà prima che anche voi recitiate un ruolo su questo nuovo palcoscenico.

15 maggio 2004

La poesia di Sylvia Plath


 


Bianco che ricordo



 


È il bianco che ricordo pensando


a Sam: il bianco e la gran corsa


che mi fece fare. Da quel giorno, ovunque vada,


l’andare è deviazione placida. Bianco,


non quello dei destrieri araldici, ma il bianchiccio


del cavallo di stalla dal passato


senza storia, ineccepibile, la cui


provata moderazione lo rendeva adatto


ai principianti e ai paurosi.


Ma la spruzzata di affidabile grigio che smorzava


il suo bianco non gli aveva ingrigito l’umore.


 


Lo rivedo, un cavallo bianco, tenace, ostinato,


il primo che cavalcavo, alto fino ai tetti,


il suo passo composto sollevava il mio equilibrio teso,


disturbando il verde radicato dei filari


di siepi e dei pascoli di vacche


fino a un trotto inebriante. Poi per cattiveria


o per mettermi alla prova d’un tratto trasformò


l’erba in piena verde, le case in un fiume


di pallide facciate, di tetti impagliati, la dura strada


un’incudine, gli zoccoli quattro martelli


per scaraventarmi nello spazio percosso,


 


abbandonate le staffe, e il decoro. E non servirono


a farlo rallentare gli strappi alle redini, il suo nome,


le grida dei passanti: al suo arrivo il traffico


agli incroci si bloccava da un lato,


il mondo era soggiogato dalla sua scorribanda.


Io gli ero aggrappata al collo. La risolutezza


mi semplificava: un cavaliere che galoppava


sporto sopra il pericolo, sopra zoccoli


fragorosi sulla roccia della terra. Quasi sbalzata, non


sbalzata: paura, conoscenza perfetta, unite: tutti i colori


in un vortice che si arrestava in uno, il bianco.


 


9 luglio 1958

14 maggio 2004

L’uomo è complicato.