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La poesia di Sylvia Plath


 


Bianco che ricordo



 


È il bianco che ricordo pensando


a Sam: il bianco e la gran corsa


che mi fece fare. Da quel giorno, ovunque vada,


l’andare è deviazione placida. Bianco,


non quello dei destrieri araldici, ma il bianchiccio


del cavallo di stalla dal passato


senza storia, ineccepibile, la cui


provata moderazione lo rendeva adatto


ai principianti e ai paurosi.


Ma la spruzzata di affidabile grigio che smorzava


il suo bianco non gli aveva ingrigito l’umore.


 


Lo rivedo, un cavallo bianco, tenace, ostinato,


il primo che cavalcavo, alto fino ai tetti,


il suo passo composto sollevava il mio equilibrio teso,


disturbando il verde radicato dei filari


di siepi e dei pascoli di vacche


fino a un trotto inebriante. Poi per cattiveria


o per mettermi alla prova d’un tratto trasformò


l’erba in piena verde, le case in un fiume


di pallide facciate, di tetti impagliati, la dura strada


un’incudine, gli zoccoli quattro martelli


per scaraventarmi nello spazio percosso,


 


abbandonate le staffe, e il decoro. E non servirono


a farlo rallentare gli strappi alle redini, il suo nome,


le grida dei passanti: al suo arrivo il traffico


agli incroci si bloccava da un lato,


il mondo era soggiogato dalla sua scorribanda.


Io gli ero aggrappata al collo. La risolutezza


mi semplificava: un cavaliere che galoppava


sporto sopra il pericolo, sopra zoccoli


fragorosi sulla roccia della terra. Quasi sbalzata, non


sbalzata: paura, conoscenza perfetta, unite: tutti i colori


in un vortice che si arrestava in uno, il bianco.


 


9 luglio 1958

Nessuna Risposta to “”

  1. martinblog Says:

    che figo… quando esce il libro di cheever? ma lo stai traducendo tu?… figata….

  2. anonimo Says:

    Da qui si doveva cominciare: il cielo.
    Finestra senza davanzale, telaio, vetri.
    Un’apertura e nulla più,
    ma spalancata.

    Non devo attendere una notte serena,
    né alzare la testa,
    per osservare il cielo.
    L’ho dietro a me, sottomano e sulle palpebre.
    Il cielo mi avvolge ermeticamente
    e mi solleva dal basso.

    Perfino le montagne più alte
    non sono più vicine al cielo
    delle valli più profonde.
    In nessun luogo ce n’è più
    che in un altro.
    La nuvola è schiacciata dal cielo
    inesorabilmente come la tomba.
    La talpa è al settimo cielo
    come il gufo che scuote le ali.
    La cosa che cade in un abisso
    cade da cielo a cielo.

    Friabili, fluenti, rocciosi,
    infuocati e aerei,
    distese di cielo, briciole di cielo,
    folate e cumuli di cielo.
    Il cielo è onnipresente
    perfino nel buio sotto alla pelle.

    Mangio cielo, evacuo cielo.
    Sono una trappola in trappola,
    un abitante abitato,
    un abbraccio abbracciato,
    una domanda in risposta a una domanda.

    La divisione in cielo e terra
    non è il modo appropriato
    di pensare a questa totalità.
    Permette solo di sopravvivere
    a un indirizzo più esatto,
    più facile da trovare,
    se dovessero cercarmi.

    Miei segni particolari:
    incanto e disperazione.

    IL CIELO, da “Vista con granello di sabbia”; pag. 181 in Wislawa Szymborska

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