Archive for giugno 2004

29 giugno 2004

Pensavano di potercela fare. Cos’era diventato l’uomo scevro d’ogni metafisica? E il pragmatismo americano oggigiorno?


 



Possedere il meccanismo dei fenomeni umani, mettere in luce gli ingranaggi delle manifestazioni passionali e intellettuali quali li spiegherà la fisiologia, sotto le influenze dell’ereditarietà e delle circostanze ambientali, poi mostrare l’uomo mentre vive nell’ambiente sociale che lui stesso ha prodotto, che quotidianamente modifica e in seno al quale subisce a sua volta una continua trasformazione.



(Émile Zola, Il romanzo sperimentale)

29 giugno 2004

L’abbiamo mai letta con attenzione?


 


D’Annunzio, La sera fiesolana


 


 


Fresche le mie parole ne la sera


ti sien come il fruscìo che fan le foglie


del gelso ne la man di chi le coglie


silenzioso e ancor s’attarda a l’opra lenta


su l’alta scala che s’annera


contro il fusto che s’inargenta


con le sue rame spoglie


mentre la Luna è prossima a le soglie


cerule e par che innanzi a sè distenda un velo


ove il nostro sogno giace


e par che la campagna già si senta


da lei sommersa nel notturno gelo


e da lei beva la sperata pace


senza vederla.


 


 


Laudata sii pel tuo viso di perla,


o Sera, e pe’; tuoi grandi umidi occhi ove si tace


l’acqua del cielo!


 


 


Dolci le mie parole ne la sera


ti sien come la pioggia che bruiva


tepida e fuggitiva,


commiato lacrimoso de la primavera,


su i gelsi e su gli olmi e su le viti


e su i pinidai novelli rosei diti


che giocano con l’aura che si perde,


e su ‘l grano che non è biondo ancora


e non è verde,


e su ‘l fieno che già patì la falce


e trascolora,


e su gli olivi, su i fratelli olivi


che fan di santità pallidi i clivi


e sorridenti.


 


 


Laudata sii per le tue vesti aulenti,


o Sera, e pel cinto che ti cinge come il salce


il fien che odora!


 


 


Io ti dirò verso quali reami


d’amor ci chiami il fiume, le cui fonti


eterne a l’ombra de gli antichi rami


parlano nel mistero sacro dei monti;


e ti dirò per qual segreto


le colline su i limpidi orizzonti


s’incurvino come labbra che un divieto


chiuda, e perchè la volontà di dire


le faccia belle


oltre ogni uman desire


e nel silenzio lor sempre novelle


consolatrici, sì che pare


che ogni sera l’anima le possa amare


d’amor più forte.


 


 


Laudata sii per la tua pura morte,


o Sera, e per l’attesa che in te fa palpitare


le prime stelle!


 


(Capponcina di Settignano, 17 giugno 1899)

29 giugno 2004

Corri, corri, corri dama d’acciao


F.T. Marinetti 1908, All’automobile da corsa



Traduzione di A mon pegase dello stesso autore




Veemente dio d’una razza d’acciaio,


Automobile ebbra di spazio,


che scalpiti e fremi d’angoscia


rodendo il morso con striduli denti…


Formidabile mostro giapponese,


dagli occhi di fucina,


nutrito di fiamma


e d’oli minerali,


avido d’orizzonti, di prede siderali…


Io scateno il tuo cuore che tonfa diabolicamente,


scateno i tuoi giganteschi pneumatici,


per la danza che tu sai danzare


via per le bianche strade di tutto il mondo!…


Allento finalmente


le tue metalliche redini,


e tu con voluttà ti slanci


nell’Infinito liberatore!


All’abbaiare della tua grande voce


ecco il sol che tramonta inseguirti veloce


accelerando il suo sanguinolento


palpito, all’orizzonte…


Guarda, come galoppa, in fondo ai boschi, laggiù…



Che importa, mio démone bello?


Io sono in tua balìa!…Prendimi!… Prendimi!…


Sulla terra assordata, benché tutta vibri


d’echi loquaci;


sotto il cielo acciecato, benché folto di stelle,


io vado esasperando la mia febbre


ed il mio desiderio,


scudisciandoli a gran colpi di spada.


E a quando a quando alzo il capo


per sentirmi sul collo


in soffice stretta le braccia


folli del vento, vellutate e freschissime…



Sono tue quelle braccia ammalianti e lontane


che mi attirano, e il vento


non è che il tuo alito d’abisso,


o Infinito senza fondo che con gioia m’assorbi!…


Ah! ah! vedo a un tratto mulini


neri, dinoccolati,


che sembran correr su l’ali


di tela vertebrata


come su gambe prolisse…



Ora le montegne già stanno per gettare


sulla mia fuga mantelli di sonnolenta frescura,


là, a quel sinistro svolto…


Montagne! Mammut in mostruosa mandra,


che pesanti trottate, inarcando


le vostre immense groppe,


eccovi superate, eccovi avvolte


dalla grigia matassa delle nebbie!…


E odo il vago echeggiante rumore


che sulle strade stampano


i favolosi stivali da sette leghe


dei vostri piedi colossali…



O montagne dai freschi mantelli turchini!…


O bei fiumi che respirate


beatamente al chiaro di luna!


O tenebrose pianure!… Io vi sorpasso a galoppo!…


Su questo mio mostro impazzito!…


Stelle! mie stelle! l’udite


il precipitar dei suoi passi?…


Udite voi la sua voce, cui la collera spacca…


la sua voce scoppiante, che abbaia, che abbaia…


e il tuonar de’ suoi ferrei polmoni


crrrrollanti a prrrrecipizio


interrrrrminabilmente?…


Accetto la sfida, o mie stelle!…


Più presto!… Ancora più presto!…


E senza posa, né riposo!…


Molla i freni! Non puoi?


Schiàntali, dunque,


che il polso del motore centuplichi i suoi slanci!



Urrà! Non più contatti con questa terra immonda!


Io me ne stacco alfine, ed agilmente volo


sull’inebriante fiume degli astri


che si gonfia in piena nel gran letto celeste!

29 giugno 2004

Reazioni e catene


 


IX – 1568


 


To see her is a Picture –


To hear her is a Tune –


To know her an Intemperance


As innocent as June –


To know her not – Affliction


To own her for a Friend


A warmth as near as if the Sun


Were shining in your Hand.


 


Vederla è un quadro –


Ascoltarla è una musica –


Conoscerla un eccesso


Così innocente come giugno –


Non conoscerla – afflizione –


Averla come amica


è come se nella tua mano


ardesse un calore simile al sole.


 


Emily Dickinson


Trad. di Eugenio Montale e Annalisa Cima

27 giugno 2004

Qui non si canta al modo delle rane


Papini: “Ora, per intenderci, noi siamo […] per i selvaggi, per i bambini, per i delinquenti, per i pazzi e per i geni contro i civili, gli adulti, i vecchi, i morali, i moralisti, i saggi, i ragionevoli e i normali”.


Il numero 16 del 15 agosto di Lacerba presenta novità rilevanti tanto nei contenuti che nella veste grafica. Il grande titolo della rivista da nero diventa significativamente rosso minio, le pagine passano da 16 a 8 e in prima pagina appare un corsivo redazionale che recita: “Se la guerra presente fosse soltanto politica ed economica, noi, pur non restando indifferenti, ce ne saremmo occupati piuttosto alla lontana. Ma siccome questa è guerra non soltanto di fucili e di navi, ma anche di cultura e di civiltà ci teniamo a prender subito posizione e a seguire gli avvenimenti con tutta l’anima. Si tratta di salvaguardare e difendere tutto quello che c’è di più italiano nel mondo, anche se non tutto cresciuto in terra nostra. Non possiamo stare zitti. Forse questa è l’ora più decisiva della storia europea dopo la fine dell’impero romano. Noi ci proponiamo di esprimere in questo libero giornale di avanguardia, il nostro pensiero con tutta quella schiettezza che ci sarà possibile col rigore presente. Noi sentiamo che questo pensiero è quello di tutta la gioventù intelligente italiana e anche della maggior parte del popolo. Noi vorremmo incanalare queste aspirazioni e queste forze per la necessaria rivincita dell’Italia. A partire da questo numero Lacerba sarà soltanto politica e per ottenere maggior diffusione sarà venduta a due soldi. Riprenderemo la nostra attività teorica e artistica a cose finite”.

26 giugno 2004

diario di lettura 3: La misteriosa fiamma della regina Loana



“…il mio corpo aveva conservato solo la memoria di alcuni gesti più ripetuti, e basta.”


26 giugno 2004

L’incanto dei colori, la battaglia e le parole per i bambini


 


Incanta—


questa piccola Odissea


in rosa e lavanda


su una superficie di piastrelle


in delicate gradazioni di turchese


che rappresentano un mare


con le onde a scacchi e allegramente


sollevano il navigatore


allegramente, allegramente,


con il suo pennacchio rosa e l’armatura.


 


Una gondola di carta


fragile come un lampioncino


traghetta il Sindbad da peschiera


che leva la fiocina color pastello


verso i tre mostri


rosa-porpora che si rizzano


dal fondo dell’oceano


con teste zannute e spaventose.


Attento, attento


alla balena, allo squalo, al calamaro.


 


Ma le pinne e le squame


di ciascun mostro marino arricciato


non trascinano fango né alghe.


Sono lucidate per il torneo,


brillano come gusci d’uova pasquali,


rosa e ametista.


Achab, realizza ciò di cui ti vantasti:


porta a casa queste teste leggendarie.


Un colpo, un colpo,


un colpo e loro si allontanano a tutta velocità.


 


Così dicono le favole.


E così cantano tutti i bambini


le loro battaglie nella vasca da bagno


intense, pericolose e lunghe,


ma oh, i saggi adulti sanno


che il drago marino è un sofà, la zanna


è di cartapesta e il canto delle sirene


è febbre bel sonno.


Le risate, le risate


sotto la barba bianca degli anziani ci svegliano.


 


Sylvia Plath


21 marzo 1958


Scena di combattimento dall’opera comico-fantastica Il Navigatore


Ispirata al quadro omonimo di Paul Klee, Kampfszene aus der komisch-phantasischen Oper «Der Seefafhrer», 1923.


 

25 giugno 2004

22 giugno 2004

Recensire e gli strumenti per capire


Milano, 23.4.1913


Gentilissima amica,


le faccio mandare fotografie di quadri futuristi, con le indicazioni, ai lati o sul dorso, del verso per cui devono essere interpretati. Le faccio mandare inoltre Versi liberi di Buzzi e L’incendiario di Palazzeschi, con molti manifesti e riviste interessanti. Mi scriva se le occorre ancora qualche altro opuscolo o libro per l’articolo che Ella prepara […]


T.F. Marinetti a Sibilla Aleramo

21 giugno 2004

Donne e uomini sul cammino


 


«Ho contemplato l’agitato mistero del mio spirito e il lucido aspetto dell’universo. Uomini e donne sono sul mio cammino perch’io li ami. Li amo, li sento vivere, la loro vita si aggiunge alla mia. Che cosa io sarei senza questi incontri, senza le strade che ho percorso?».


 


Sibilla Aleramo, Il passaggio