Archive for luglio 2004

30 luglio 2004

ANTIGONE:
Non sai tu che Creonte, onor di tomba
concesse all’uno dei fratelli nostri,
l’altro mandò privo d’onore? Etèocle,
come la legge e la giustizia vogliono,
sotto la terra lo celò, ché onore
fra i morti avesse di laggiú; ma il corpo
di Poliníce, che perí di misera
morte, ha bandito ai cittadini, dicono,
che niun gli dia sepolcro, e niun lo gema,
ma, senza sepoltura e senza lagrime,
dolce tesoro alle pupille resti
degli uccelli, che a gaudio se ne cibino.
Questo col bando impose il buon Creonte
a te, dicono, e a me – lo intendi? a me! –
e che vien qui per proclamarlo chiaro
a chi l’ignora; e che non prenda l’ordine
alla leggera; e chi trasgredirà,
lapidato morir dovrà dal popolo
della città. Son questi i fatti. E presto
mostrar dovrai se tu sei generosa,
o se, da buoni uscita, sei degenere.


CREONTE (Ad Antigone):
Di’ tu, che il capo chini al suol: confessi
d’aver compiuta l’opera, o lo neghi?
ANTIGONE:
L’ho compiuta: confesso, e non lo nego.
CREONTE (Ad Antigone)
E in breve tu
di’, senza ambagi: il bando che vietava
di far ciò che facesti, era a te noto?
ANTIGONE:
Certo. E come ignorarlo? Esso era pubblico.
CREONTE:
E pur la legge vïolare osasti?
ANTIGONE:
Non Giove a me lanciò simile bando,
né la Giustizia, che dimora insieme
coi Dèmoni d’Averno, onde altre leggi
furono imposte agli uomini; e i tuoi bandi
io non credei che tanta forza avessero
da far sí che le leggi dei Celesti,
non scritte, ed incrollabili, potesse
soverchiare un mortal: ché non adesso
furon sancite, o ieri: eterne vivono
esse; e niuno conosce il dí che nacquero.
E vïolarle e renderne ragione
ai Numi, non potevo io, per timore
d’alcun superbo. Ch’io morir dovessi,
ben lo sapevo, e come no? pur senza
l’annuncio tuo.
Ma se l’uomo nato
dalla mia madre abbandonato avessi,
salma insepolta, allor sí, mi sarei
accorata: del resto non m’accoro.
Tu dirai che da folle io mi comporto;
ma forse di follia m’accusa un folle.

 

Antigone di Sofocle

 

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29 luglio 2004

Il libro che cerco da due anni


29 luglio 2004

Insisto con il costume di mio padre


 

Vorrei poter dire che mio padre aveva una misura costante, una forma stabile. Che la sua persona aveva qualcosa di circoscritto. Che non diventava più grande quando le lenti lo permettevano, una mongolfiera d’uomo a prua di una lunga barca. Che usava la sua misura come segno che il tempo era passato. Un corpo da non toccare, da vedere solo attraverso il vetro.
[…]
Vorrei non dover ripetere la parola ‘lenti’. O ‘barca’ o ‘acqua. Preferirei uno scenario oceanico dove certe parole fossero proibite per via delle condizioni climatiche. Dove intere grammatiche fossero messe al bando per via della penuria di stoffa. Uno scenario dove la bocca operasse sotto quota. Dove ci fosse anche una quota d’acqua, per impedirle di ripetersi, di non finire mai.


 

Ben Marcus, Matthew Ritchie, Il costume di mio padre, Alet edizioni

29 luglio 2004

Le voci sono oltre


“Cosa fai ancora qui?”. La sua voce non era cattiva, ma non era neppure gentile; Sylvie si stava irritando.
“E dove dovrei essere?” chiese Irena.
“A casa tua!”.
“Vuoi dire che qui non sono più a casa mia?”.
Naturalmente non voleva cacciarla dalla Francia, né farla sentire una straniera indesiderabile: “Sai benissimo cosa voglio dire”.
“Sì, lo so, ma ti sei dimenticata che qui ho il mio lavoro? la mia casa? i miei figli?”.
“Senti, conosco Gustaf. Farà di tutto perché tu possa tornare nel tuo paese. E le tue figlie… Non raccontarmi storie! Ormai hanno la loro vita! Dio Santo, Irena, quel che sta succedendo da voi è così affascinante! In una situazione del genere le cose si sistemano sempre”.
“Ma Sylvie! Non ci sono solo gli aspetti pratici, il lavoro, la casa. Vivo qui da vent’anni. La mia vita è qui!”.
“C’è una rivoluzione da voi!”. Lo disse in un tono che non ammetteva repliche. Poi rimase zitta. Con quel silenzio, voleva dire a Irena che quando accadono grandi cose non si deve disertare.
“Ma se torno nel mio paese non ci vedremo più” disse Irena per mettere l’amica in imbarazzo.
Questa demagogia dei sentimenti andò a vuoto. La voce di Sylvie si fece calorosa: “Ma cara, verrò a trovarti! Te lo prometto, davvero!”.
Erano sedute l’una accanto all’altra davanti a due tazze di caffè vuote da un pezzo. Irena vide lacrime di emozione negli occhi di Sylvie, che si chinò verso di lei e le strinse la mano: “Sarà il tuo grande ritorno”. E di nuovo: “Il tuo grande ritorno”.
Ripetute, le parole acquistarono una tale forza che, dentro di sé, Irena le vide scritte con la maiuscola: Grande Ritorno. Smise di ribellarsi: fu stregata da immagini che d’improvviso affiorarono da vecchie letture, da film, dalla sua memoria e forse da quella dei suoi antenati: il figlio perduto che ritrova la vecchia madre; l’uomo che si ricongiunge all’amata cui l’aveva strappato una sorte feroce; la casa natale che ciascuno porta dentro di sé; il sentiero riscoperto dov’è rimasta l’impronta dei passi perduti dell’infanzia; Ulisse che rivede la sua isola dopo anni di vagabondaggio; il ritorno, il ritorno, la grande magia del ritorno.


L’ignoranza di Milan Kundera, Adelphi

29 luglio 2004

le righe pesano se la mano calca (anche il foglio rimane inciso, segnato)



Disegni a inchiostro



nero nero su bianco bianco


non oscurità vaga


nero definito, nero concentrato


bianco cristallino



suono, una linea di terra


chiodi fili metallici


linee vive, atti di linguaggio


costellazioni di nero



di contro a “vite non vissute” (che passano,


ripassano, languiscono,


rinvigoriscono insensatamente)



energia, gioiosa, terribile, rara,


una speranza, tracciata dall’uomo.



 


Denise Levertov

27 luglio 2004

Io sono le stagioni, sono gennaio, maggio, novembre; il fango, la nebbiolina, l’aurora.

Non posso galleggiare né mescolarmi con altra gente. Preferisco lo sguardo fisso delle zingare accanto al loro carro che in un fosso allattano i loro bambini, proprio come farò io. Avrò dei bambini, una cucina dove penderanno prosciutti e luccicheranno le cipolle.


Sarò come mia madre che silenziosa, con il suo grembiule azzurro, chiudeva a chiave la credenza.



 


Virginia Woolf


24 luglio 2004

Luglio 1950, 44 anni fa

 


Forse non sarò mai felice, ma stasera sono contenta. Mi basta la casa vuota, un caldo, vago senso di stanchezza fisica per aver lavorato tutto il giorno al sole a piantare fragole rampicanti, un bicchiere di latte freddo zuccherato, una ciotola di mirtilli affogati nella panna. Ora capisco come la gente possa vivere senza leggere, senza studiare. Quando uno è così stanco, alla fine della giornata ha bisogno di dormire e il mattino dopo, all’alba, lo aspettano altre fragole da piantare, e così si va avanti a vivere, vicino alla terra. In momenti come questi sarei una stupida a chiedere di più…

Stamattina, nel campo di fragole, Ilo mi ha chiesto: “Ti piacciono i pittori del Rinascimento? Raffaello, Michelangelo? Una volta ho copiato qualcosa di Michelangelo. E che ne pensi di Picasso?… Di quei pittori che fanno un cerchio e un rettangolino che scende al posto di una gamba?”. Stavamo lavorando fianco a fianco tra i filari e lui, che era stato zitto per un po’, di colpo si era tirato su e ha cominciato a chiacchierare con quel suo fortissimo accento tedesco, la faccia abbronzata, intelligente, increspata in un sorriso. Anche il suo corpo robusto e muscoloso era abbronzato e i capelli erano raccolti in un fazzoletto bianco intorno alla testa. Mi ha detto: “Ti piace Frank Sinatra? Così sendimendale, romandico, chiardiluna, ja?”.

Un’improvvisa lama di luce bluastra sul pavimento di una stanza vuota. E mi sono resa conto che non era un lampione ma la luna. Che cosa c’è di più bello, in una notte come questa, che essere vergine, pura, sana e giovane?… (Essere violentata).

Serata tremenda. È stato tutto l’insieme. La commedia Good-bye My Fancy, io che, un po’ puerilmente, volevo fare la corrispondente di guerra come la protagonista ed essere amata da un uomo che mi ammirasse e capisse quanto io capivo me stessa. E poi Jack, che si sforzava di essere gentile e si è offeso quando gli ho detto che voleva solo provarci. Poi ancora la cena al circolo, col solito sfoggio di quattrini. E infine il disco… quello così perfetto per ballare. Me lo ero dimenticato finché Louis Armstrong non ha cominciato a cantare con la sua voce resa roca dal rimpianto [“I Can’t Get Started”]… Jack ha detto: “L’hai mai sentita?”, così ho sorriso. “Sì, certo”. L’avevo sentita (con) Bob [un altro corteggiatore]. È bastato questo… un disco assurdo, le nostre interminabili chiacchiere, lui che mi ascoltava, mi capiva. E mi sono resa conto di volergli bene.
Oggi è il primo di agosto. Si soffoca, è umido, piove. Sono tentata di scrivere una poesia. Ma mi viene in mente la frase che ho letto su uno di quegli stampati con cui respingono i manoscritti: Dopo ogni acquazzone, da tutto il paese piovono poesie intitolate “Pioggia”.

Per me il presente è l’eternità e l’eternità è sempre in movimento, scorre, si dissolve. Questo attimo è vita. E quando passa, muore. Ma non si può ricominciare a ogni nuovo attimo, ci si deve basare su quelli già morti. È un po’ come le sabbie mobili… senza scampo fin dall’inizio. Un racconto, un quadro possono far rivivere un poco la sensazione, ma mai abbastanza, mai abbastanza. Niente è reale, eccetto il presente, e io mi sento già soffocare sotto il peso dei secoli. Un centinaio di anni fa una ragazza ha vissuto come vivo io. Poi è morta. Io sono il presente, ma so che anch’io me ne andrò. L’istante sublime, la fiamma che consuma arriva e subito scompare: sabbie mobili, sempre. E io non voglio morire.

Certe cose sono difficili da descrivere. Quando ti succede qualcosa e vuoi annotarlo, o lo rendi troppo drammatico o lo alleggerisci troppo, esagerando i particolari sbagliati e tralasciando quelli importanti. E comunque non lo scrivi quasi mai come vorresti. Io voglio semplicemente mettere sulla carta quello che mi è capitato oggi pomeriggio. Non posso raccontarlo alla mamma, per lo meno non ancora. Era in camera mia indaffarata con dei vestiti quando sono tornata a casa, e non si è nemmeno accorta che mi era successo qualcosa. Ha continuato a sgridarmi e a parlare senza posa. Così non sono riuscita a farla smettere per dirglielo. Comunque venga, devo scriverlo.
Alla fattoria era piovuto tutto il pomeriggio e io ero infreddolita e bagnata, in testa avevo il foulard di seta stampata e sopra la felpa mi ero infilata la giacca a vento rossa. Avevo lavorato sodo tutto il pomeriggio nel campo di fagioli e ne avevo raccolti tre sacchi. Dato che erano le cinque, tutti stavano andandosene e io aspettavo vicino alle macchine che mi portassero a casa. In quel momento è arrivata Kathy e senza scendere dalla bicicletta ha gridato: “Guarda, c’è Ilo”.
Ho alzato gli occhi e infatti eccolo lì, con la sua vecchia camicia cachi e il solito fazzoletto bianco annodato intorno alla testa. Da quando abbiamo lavorato insieme nel campo di fragole ogni tanto ci scambiamo qualche parola. Mi aveva dato uno schizzo a penna della fattoria, particolareggiato e disegnato con mano sicura. Adesso stava lavorando al ritratto di uno dei ragazzi.
Così gli ho chiesto: “Hai finito il ritratto di John?”. “Oh, ja, ja”. Mi ha sorriso: “Vieni a vederlo. Adesso o mai più”.
Mi aveva promesso di mostrarmelo una volta finito, così sono corsa fuori e mi sono incamminata con lui verso il capannone. È lì che abita.

Diari di Sylvia Plath, Adelphi Edizioni

23 luglio 2004


Ben Marcus, Matthew Ritchie, Il costume di mio padre, Alet edizioni, traduzione dall’inglese di Rossella Bernascone


 


I costumi di mio padre erano grigi e lunghi e del miglior pelo, a volte così fini che ci potevamo vedere attraverso, anche se non c’era nessuna ragione per guardare troppo da vicino il corpo di quell’uomo. Preferiva non muoversi. Non era il tipo da escursioni. Mio fratello e io eseguivamo in sua vece quasi tutto il movimento necessario: raccoglievamo e descrivevamo il cibo quotidiano, oliavamo la Pistola del Costume, mietevamo le trame ogni mattina dopo una tempesta e devolvevamo ogni campione di stoffa rimasto nel pozzo mortale di nostra madre fuori sulla piattaforma sul retro.


Al massimo, mio padre gettava manciate dei tessuti di mia madre al mattino e studiava come cadevano, diagrammi di stoffa che potevano significare qualsiasi cosa. Il corpo di mio padre era ingobbito e straniero. A ogni gesto faceva una smorfia e la faccia era spesso parzialmente adorna di rinforzi di cotone. Quando il disordine lo sconcertava, coinvolgeva mio fratello in un consulto. Io sedevo sulla panchina e li osservavo accovacciarsi all’opera. Non ero in grado di leggere la stoffa. Avevo un problema di linguaggio. Mio fratello parlava una lingua chiamata Previsione. Consisteva di suoni che lui latrava in una scatola di cuoio retinato. Quando mio padre avvolgeva le mani di mio fratello in pappardelle di cotone, mio fratello era in grado di digitare sul pavimento un messaggio in una lingua di bassa-quota, brevi tonfi di discorso a cui mio padre tendeva il suo barattolo d’ascolto. Nelle brevi notti in cui il cielo era troppo teso e gli uccelli ci battevano contro come sassi sul nostro tetto, mio fratello smaltiva dormendo le sue espulsioni di Previsione in un’imbracatura sospesa alla porta. Piangeva sommessamente dentro alla sua sacca di rete mentre io disponevo gli utensili d’ascolto sui davanzali, nel caso arrivasse un messaggio nella notte.


Sarebbe così bello pensare che non ci fosse di mezzo una barca, che avessimo trasportato invece le cose via terra su dei carri bassi. Almeno via terra avremmo potuto essere avvistati dall’aria. Non avremmo almeno incontrato tante piattaforme vuote, che galleggiavano solitarie sul mare. Mio padre forse sarebbe stato meno tentato di eseguire tanti alleggi. Se potessi scegliere, immaginerei la mia famiglia che si ferma a fare piccoli cerchi di pane in un luogo sicuro vicino a un lago. Lì si sistemerebbero delle botole nella terra. Distenderemmo le coperte e ci inchineremmo al cibo. Manderei mio padre a fare una ricognizione e intanto mio fratello e io mangeremmo il pane. Lui tornerebbe da noi con una sacca di utensili taglienti, con la bocca piagata e sanguinante. Riferirebbe di montagne in lontananza, una strada possibile, promesse di elevazione. Se potessi controllare l’esito, non gli avremmo creduto mentre stava lì a raccontarci la sua storia. Ci saremmo tenuti vicino alla sicurezza del lago, eseguendo elaborate superstizioni sotto la stoffa. Mio fratello e io avremmo attaccato mio padre con movimenti trincianti fino a ridurlo al silenzio. Conservando forse un po’ dei suoi capelli, in caso di necessità. Conservando il suo costume, se avessimo bisogno di diventare lui un giorno. Quando fosse tempo. Quando lo spazio di mio padre fosse abbastanza vuoto perché un altro corpo, forse uno dei nostri, ci si sistemasse dentro.


(dall’incipit)


 

22 luglio 2004

Essere dentro o fuori, all’interno o al limite, essere nel ricordo e nella percezione, fantasma o immagine, palpabile o no, sono fredde e calde le superfici, gelide le parole senza volto, né parole né volto

21 luglio 2004

A cosa devo aggrapparmi?


 


Fuori pioveva, ed egli ritrovò con un senso di terrore il pesante fogliame rugginoso e stomachevole che batteva contro la sua finestra. Alain aveva paura della campagna e novembre, in questo umido parco circondato da cupi sobborghi, non poteva che accrescere il suo timore. Eppure amava la sua stanza che, nonostante il grigiore della giornata, era più accogliente di tutte le stanze d’albergo che avesse abitato da quando aveva abbandonato la famiglia. Accese una sigaretta e si guardò intorno.


Gli oggetti sulla tavola e sul camino erano disposti in bell’ordine. Nell’ambiente sempre più ristretto in cui viveva tutto contava. Sulla tavola c’erano delle lettere e dei conti disposti ordinatamente in due pacchetti. Vicino, una pila di scatole di sigarette e una pila di scatole di fiammiferi. Una penna. Una grossa cartella con la chiusura a chiave. Sul comodino, romanzi polizieschi o pornografici, giornali americani illustrati e riviste d’avanguardia. Sul caminetto, due oggetti: uno, un cronometro di platino completamente piatto, dal meccanismo molto complicato; l’altro, un’orrenda statuetta di gesso colorato, comprata ad una fiera, che rappresentava una donna nuda d’una volgarità atroce e che egli si portava dietro dappertutto dicendo che era bella, ma era contento che la sua esistenza ne fosse in qualche modo involgarita. Sullo specchio erano incollate delle foto e qualche ritaglio di giornale. Una bella donna, ripresa di fronte, rovesciava la testa all’indietro mostrando i tendini tra il mento e il collo tesi fin quasi a rompersi, una bocca sfuggente a destra e a sinistra, la doppia fossa del naso, l’ineguale orizzonte delle sopracciglia. Un uomo, invece, con la testa rovesciata anche lui all’indietro ma preso di schiena, offriva la piatta regione della fronte, limitata in secondo piano da un confine cespuglioso cui sovrastava il promontorio accorciato del naso. Tra queste due foto una notizia di cronaca incollata con quattro francobolli riduceva lo spirito umano a due sole dimensioni, senza lasciargli vie d’uscita.


Anche questa camera era senza vie d’uscita, era l’eterna camera in cui viveva. Lui che da anni non aveva domicilio, aveva tuttavia il suo posto in questa prigione ideale che si ricostruiva per sé ogni sera, dappertutto. C’era la sua emozione, svuotata, come una scatola più piccola in una più grande. Uno specchio, una finestra, una porta. La porta e la finestra non si aprivano su nulla; lo specchio si apriva su di lui.


 

Drieu La Rochelle, Fuoco fatuo.