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A cosa devo aggrapparmi?


 


Fuori pioveva, ed egli ritrovò con un senso di terrore il pesante fogliame rugginoso e stomachevole che batteva contro la sua finestra. Alain aveva paura della campagna e novembre, in questo umido parco circondato da cupi sobborghi, non poteva che accrescere il suo timore. Eppure amava la sua stanza che, nonostante il grigiore della giornata, era più accogliente di tutte le stanze d’albergo che avesse abitato da quando aveva abbandonato la famiglia. Accese una sigaretta e si guardò intorno.


Gli oggetti sulla tavola e sul camino erano disposti in bell’ordine. Nell’ambiente sempre più ristretto in cui viveva tutto contava. Sulla tavola c’erano delle lettere e dei conti disposti ordinatamente in due pacchetti. Vicino, una pila di scatole di sigarette e una pila di scatole di fiammiferi. Una penna. Una grossa cartella con la chiusura a chiave. Sul comodino, romanzi polizieschi o pornografici, giornali americani illustrati e riviste d’avanguardia. Sul caminetto, due oggetti: uno, un cronometro di platino completamente piatto, dal meccanismo molto complicato; l’altro, un’orrenda statuetta di gesso colorato, comprata ad una fiera, che rappresentava una donna nuda d’una volgarità atroce e che egli si portava dietro dappertutto dicendo che era bella, ma era contento che la sua esistenza ne fosse in qualche modo involgarita. Sullo specchio erano incollate delle foto e qualche ritaglio di giornale. Una bella donna, ripresa di fronte, rovesciava la testa all’indietro mostrando i tendini tra il mento e il collo tesi fin quasi a rompersi, una bocca sfuggente a destra e a sinistra, la doppia fossa del naso, l’ineguale orizzonte delle sopracciglia. Un uomo, invece, con la testa rovesciata anche lui all’indietro ma preso di schiena, offriva la piatta regione della fronte, limitata in secondo piano da un confine cespuglioso cui sovrastava il promontorio accorciato del naso. Tra queste due foto una notizia di cronaca incollata con quattro francobolli riduceva lo spirito umano a due sole dimensioni, senza lasciargli vie d’uscita.


Anche questa camera era senza vie d’uscita, era l’eterna camera in cui viveva. Lui che da anni non aveva domicilio, aveva tuttavia il suo posto in questa prigione ideale che si ricostruiva per sé ogni sera, dappertutto. C’era la sua emozione, svuotata, come una scatola più piccola in una più grande. Uno specchio, una finestra, una porta. La porta e la finestra non si aprivano su nulla; lo specchio si apriva su di lui.


 

Drieu La Rochelle, Fuoco fatuo.

Nessuna Risposta to “”

  1. anonimo Says:

    …nel deserto c’era una clessidra
    alta come una chiesa,
    ma la sabbia è solo fuori…

    Non aggrapparti, scappa!
    Anna

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