by


Ben Marcus, Matthew Ritchie, Il costume di mio padre, Alet edizioni, traduzione dall’inglese di Rossella Bernascone


 


I costumi di mio padre erano grigi e lunghi e del miglior pelo, a volte così fini che ci potevamo vedere attraverso, anche se non c’era nessuna ragione per guardare troppo da vicino il corpo di quell’uomo. Preferiva non muoversi. Non era il tipo da escursioni. Mio fratello e io eseguivamo in sua vece quasi tutto il movimento necessario: raccoglievamo e descrivevamo il cibo quotidiano, oliavamo la Pistola del Costume, mietevamo le trame ogni mattina dopo una tempesta e devolvevamo ogni campione di stoffa rimasto nel pozzo mortale di nostra madre fuori sulla piattaforma sul retro.


Al massimo, mio padre gettava manciate dei tessuti di mia madre al mattino e studiava come cadevano, diagrammi di stoffa che potevano significare qualsiasi cosa. Il corpo di mio padre era ingobbito e straniero. A ogni gesto faceva una smorfia e la faccia era spesso parzialmente adorna di rinforzi di cotone. Quando il disordine lo sconcertava, coinvolgeva mio fratello in un consulto. Io sedevo sulla panchina e li osservavo accovacciarsi all’opera. Non ero in grado di leggere la stoffa. Avevo un problema di linguaggio. Mio fratello parlava una lingua chiamata Previsione. Consisteva di suoni che lui latrava in una scatola di cuoio retinato. Quando mio padre avvolgeva le mani di mio fratello in pappardelle di cotone, mio fratello era in grado di digitare sul pavimento un messaggio in una lingua di bassa-quota, brevi tonfi di discorso a cui mio padre tendeva il suo barattolo d’ascolto. Nelle brevi notti in cui il cielo era troppo teso e gli uccelli ci battevano contro come sassi sul nostro tetto, mio fratello smaltiva dormendo le sue espulsioni di Previsione in un’imbracatura sospesa alla porta. Piangeva sommessamente dentro alla sua sacca di rete mentre io disponevo gli utensili d’ascolto sui davanzali, nel caso arrivasse un messaggio nella notte.


Sarebbe così bello pensare che non ci fosse di mezzo una barca, che avessimo trasportato invece le cose via terra su dei carri bassi. Almeno via terra avremmo potuto essere avvistati dall’aria. Non avremmo almeno incontrato tante piattaforme vuote, che galleggiavano solitarie sul mare. Mio padre forse sarebbe stato meno tentato di eseguire tanti alleggi. Se potessi scegliere, immaginerei la mia famiglia che si ferma a fare piccoli cerchi di pane in un luogo sicuro vicino a un lago. Lì si sistemerebbero delle botole nella terra. Distenderemmo le coperte e ci inchineremmo al cibo. Manderei mio padre a fare una ricognizione e intanto mio fratello e io mangeremmo il pane. Lui tornerebbe da noi con una sacca di utensili taglienti, con la bocca piagata e sanguinante. Riferirebbe di montagne in lontananza, una strada possibile, promesse di elevazione. Se potessi controllare l’esito, non gli avremmo creduto mentre stava lì a raccontarci la sua storia. Ci saremmo tenuti vicino alla sicurezza del lago, eseguendo elaborate superstizioni sotto la stoffa. Mio fratello e io avremmo attaccato mio padre con movimenti trincianti fino a ridurlo al silenzio. Conservando forse un po’ dei suoi capelli, in caso di necessità. Conservando il suo costume, se avessimo bisogno di diventare lui un giorno. Quando fosse tempo. Quando lo spazio di mio padre fosse abbastanza vuoto perché un altro corpo, forse uno dei nostri, ci si sistemasse dentro.


(dall’incipit)


 

Nessuna Risposta to “”

  1. miciobello Says:

    ! complementi !

    complimenti per il tuo blog … …….

    visit my page !

    Cosa si farebbe su un’isola?

    …….a dopo…….

    bye bye

  2. anonimo Says:

    Delirante!

    Anna

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