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12 agosto 2004

Il candore frescocaldo del bianco


le lenzuola appena cambiate che ti avvolgono


Poi uscimmo a lavare gli edifici. Gli edifici puliti riempiono gli occhi della luce del sole, e il cuore dell’idea che l’uomo sia perfettibile. Sono inoltre ideali luoghi d’osservazione per osservare le ragazze; dalle alte piattaforme girevoli di legno se ne ha una rara veduta, lo sguardo fisso al cocuzzolo delle ragazze, rosso, biondo o color susina. Osservate dall’alto somigliano a bersagli, la testa color susina il centro del bersaglio, la fluttuante sottana l’audace circonferenza. Le gambe, gambe bianche gambe nere, sono come uno che agiti le braccia sopra la sommità del bersaglio e gridi: “Hai mancato il bersaglio perché non hai calcolato sufficientemente il vento!” Grande è la nostra tentazione di scagliarvi le nostre frecce, dentro a quei bersagli. Il significato di ciò è chiaro a ognuno. Ma oltre che alle ragazze la nostra attenzione si rivolge anche agli edifici, grigi e nobili nella loro falsa architettura. (…)


Donald Bartheleme, Biancaneve

12 agosto 2004


Gli spazi e lo spasimo di Palermo


 


E poi il tempo apre immensi spazi, indifferenti, accresce le distanze, separa, costringe ai commiati – le braccia lungo i fianchi, l’ombra prolissa, procede nel silenzio, crede che un altro gli cammini accanto.
La dixième muse era il nome dell’albergo. L’angusto ingresso, il buio corridoio, e il mento i denti le dita inanellate del portiere nel cono della luce. Fece scorrere il talloncino nel solco della macchina, attese il gracidare, staccò la doppia striscia. S’anticipa ogni prezzo, si paga il passato e il futuro, la fede risiede nel numero del grande ordinatore.
Al banco, l’arabo elegante gli porse l’Evian. Intorno, i tavoli già pronti, le tazze rovesciate, i giacinti, i mughetti finti. Alle pareti, sotto fioche fluorescenze, le foto vaghe come seppie in convesse porcellane di Greta e di Marlene, di Swanson e von Stroheim, di Chaplin Keaton Marilyn… e l’uomo dal mantello nero?
Gli consegnò la chiave e il messaggio.
“Un impegno. Scusami. Verrò domattina. Aspettami in albergo.”
Scricchiolii, la guida scivolosa nella curva e il fiato di sempre venefico e pungente, mai tarme blatte, mai topi in quest’ammasso d’alberi e fasciami disarmati, forse madrepore, alghe secolari, fermenti sigillati di mari tropicali, lo sciabordio è nelle tubature verniciate, nel rigagnolo sotto il marciapiede. L’angustia è forzata dagli specchi, uguale gentilezza è impressa su carta tende copriletto, lo stridore è nel giallo degli eterni girasoli.
Dure, levigate erano le Poésies che leggeva e rileggeva dal viaggio, cercava di scalfire, e più le Proses. Capiva che sempre sul ciglio dell’abisso la parola si raggela, si fa suono fermo, forma compatta, simbolo sfuggente. Arriva mai la remissione, la fine d’ogni sisma, d’ogni fuga, l’ora di sciogliere il nodo marinaro, placare lo sgomento, immaginare ancora una cerchia confidente?
Stendono prose piane i professori, narrano storie tonde, scrivono aulici elzeviri, decorano le accademiche palandre di placche luccicanti. (Nul n’échappe décidément, au journalisme ou voudrait-il… in salotti, bassi schieramenti, redazioni eoliane s’ingrassa la musa acquietante.) I tristi imbonitori, trame, panie catturanti, gerghi scaduti o lingue invase, smemorate. Credette che dentro la spirale Igitur tentasse vanamente… e forse si sbagliava. Questo accanimento nel trovare il senso.
Chiuse il volume – il volume delle notti – ma nella notte riemerse l’uomo dal mantello nero.


 


Vincenzo Consolo, Lo spasimo di Palermo 


(dall’incipit)