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talenti da importare: Failbetter intervista Heidi Julavits


failbetter:  Much was made of your debut onto the literary scene landing with a legendary publishing house editor and lucrative two book deal by the ripe old age of thirty. But perhaps many readers do not know of the decade spent paying your dues: the years of waitressing, the MFA classes at Columbia University, and the several summers at the Bread Loaf Writers Conference. Care to comment on the dues of the debut author?


Julavits:  Yes, indeed, let us unpack the cult of the “debut author.” But first, let me say that I did spend a decade paying my dues, and thank god—I imagine if I had been around during the current willingness to sign up and publish twenty-something year olds, I might have been unfortunate enough to be one of those people, and I would have published a deeply, deeply mediocre book (I’m somewhat of a late bloomer) that would have rendered me, at the ripe age of 27, a tragic has-been. I guess I bridle a bit at being constantly reminded of my “six figure two book deal,” because from what I’ve seen of the publishing industry since I signed my contract, my situation is hardly unique. I guess it IS fair to say that my books were sold at the beginning of this excellent, if possibly perilous trend of paying unknown, young literary writers a tidy sum for their works-in-progress. I do worry, however, about future opportunities for all these young “debut” writers, around whom so much fuss is made.  When I attended, as a finalist, the First Annual Literary Lions Awards Ceremony ($10,000 awarded by the New York Public Library Young Lions to a writer under 35 who has published a book in the last year), I was made a wee bit uneasy by their charitable mission statement due to my own well-publicized financial windfall. Admirable and generous though it is to award money to a young novelist (who, according to the mission statement, unlike more established authors, is confronting the point of greatest strife and struggle in his or her career), I looked around at my terribly accomplished co-finalists and realized that, while we might have desperately needed this money a few years ago, now we were all in fairly nice shape, for fiction writers, at least. I am not criticizing the Young Lions for giving away money to young writers–nothing could be less assailable. However, the experience made me really think about the weird distribution of wealth in this industry, and the fact that young debut writers are among the MOST fortunate and viable members of the publishing world, rather than the least. Practically any young, talented and, yes, photogenic writer can get a decent, if not obscenely decent, debut opportunity because he or she is an unknown quantity, while some very established, critically-acclaimed, New Yorker-celebrated literary writers who do not have wildly impressive sales records, struggle to sell their third or fourth books for more than a paltry sum. I very much hope the publishing world is taking note of people like Chabon and Franzen, just to take two very recent and very obvious examples, writers who performed decently as youngsters but were clearly NOT at the peak of their powers when they debuted all those years ago. I hope we will return to a publishing milieu where accomplished writers are valued and paid commensurably, because, frankly, not a lot of twenty-something or even thirty-somethings will be operating at their maximum potential when their first books appear, which is all simply to say that it would be shame if the publishing industry suffers as the stock market did by overvaluing feisty start-ups (someone could probably make a fairly direct cultural link between these two phenomenons; I’m not sure I’m the critic to do it). I imagine the books I’ll be writing in my forties will my debut book look like the badly translated novelization of a kung-fu movie. 


That is my sincere hope, at least.


In Italia sono usciti Il palazzo di cristallo e L’effetto di vivere al contrario per Baldini Castoldi Dalai

Nessuna Risposta to “”

  1. anonimo Says:

    Ohi, buon pomeriggio luccons. Ti segnalo queste due interviste, rispettivamente a Julia Kristeva, http://archivio.corriere.it/archivio/buildresults.jsp che sono costretta a copiare qui sotto perché c’è qualche problema a linkare questa URL del Corriere, e a W.T. Vollmann, http://www.educational.rai.it/railibro/interviste.asp?id=74, diverse e complementari se vuoi come lo sono gli stessi protagonisti, ma che in maniera impeccabile, ognuna a suo modo, propongono una sintesi della complessità della psiche femminile (K) e l’approccio alla vita e all’arte da parte di colui che da molti viene considerato come lo scrittore più geniale, senz’altro uno dei più dotati e sorprendenti, degli ultimi anni. Da notare l’ironia della coincidenza tra le tematiche presenti nelle interviste e quelle da me trattate su questa specie di blog nei mesi scorsi. Non volendo anticipare nulla, riporto solo gli estremi concettuali: titolo della trilogia ad opera della K e, appunto, lo status effettivo di V come autore; la premessa all’atto creativo nell’immaginario psichico dell’artista (K) e l’esito imprescindibile cui perviene il genio nel processo conclusivo di preparazione dell’opera, immediatamente prima della stesura (V) – “la scrittura è curiosità, compassione ed e……” Sì, proprio quella! Vollmann è davvero incredibile, incredibile. E’ il paradigma del talento letterario Contemporaneo: il genio immerso nella vita che pulsa perché, al contrario del passivo voyeur, umile partecipa di essa.
    Non so se troverai interessanti queste interviste, qui non ci sono dritte né in direzione di facili opportunismi né in direzione di mediocri utilitarismi, però, se arriverai alla fine di ciascuna di esse, c’è la possibilità che ti chiariscano alcune “sfumature” della psiche femminile e magari anche dell’arte. Le sfumature luccons, delle sfumature hai capito poco! Lascia stare inoltre il colore e la consistenza delle risme di carta, così come il prestigio implicito che spetterebbe all’uomo di lettere! Il tuo problema infatti è una questione di modelli di riferimento – etici, artistici e professionali, anche se alla fin fine il modello è uno perché i tre citati si integrano in quello Umano. L’importanza del modello di riferimento Umano.
    Spero che tutto ciò risulti leggibile, come al solito scrivo in corsa senza rileggere, il tempo ad inseguirmi famelico come lingue di fuoco avide di carne fresca.

    Ciao. Anzi, addio
     

    CORRIERE DELLA SERA domenica, 22 agosto, 2004

    Kristeva: oltre il femminismo per capire il Novecento
    I MODELLI Le tre grandi donne del XX secolo: Arendt, Melanie Klein e Colette

    Hannah Arendt, Melanie Klein e Colette viste dalla semiologa che ha appena pubblicato il suo nuovo libro in Francia

    Rossani Ottavio

    Lei ha scritto la trilogia di Le génie féminin (il genio femminile), tre libri su tre grandi donne di cultura del XX secolo: Hannah Arendt, Melanie Klein e Colette. Qual è il filo che le unisce e che valore hanno per lei? «Mi considero una francese di origine bulgara, di cittadinanza europea e di adozione americana. Da anni insegno anche negli Usa e soprattutto lì, spesso, mi chiedono perché non ho scritto un libro dedicato al femminismo, benché io abbia avuto una grande parte nel movimento femminista. Visto che spesso sono stata fraintesa, voglio rispondere con chiarezza». Perché, quindi? «Non voglio dare sentenze, ma mi sono dissociata dal femminismo di massa. Il femminismo ha generato grandi movimenti provvidenziali per le donne. Abbiamo avuto la rivoluzione borghese, poi quella proletaria, ora è in corso quella del terzo mondo: queste diverse correnti hanno avuto l’ obiettivo di realizzare il paradiso sulla terra. Anche nelle culture più lontane si è arrivati a pensare che la libertà è singolare e che non c’ è libertà se ogni uomo e ogni donna non riescono a condividerla con gli altri». Julia Kristeva , nata nel 1941, dalla Bulgaria arrivò a Parigi con una borsa di studio per il dottorato in semiologia. Diventata ricercatrice, cofondatrice della rivista strutturalista Tel Quel, pupilla di Roland Barthes già nel 1965, raggiunti i più alti livelli accademici, si alterna oggi tra Francia, Stati Uniti, Canada. Semiologa, psicoanalista, critica letteraria, romanziera. Da poco è uscito in Francia Morte a Bisanzio, romanzo storico, in cui l’ autrice utilizza tutti i generi, i temi e i saperi prediletti. Un testo palpitante, ma anche una riflessione sulla situazione del mondo. Passato e presente si intrecciano in modo affascinante. Non è partita da troppo lontano? Le tre grandi donne del XX secolo? «La premessa era necessaria. Il titolo provocatore del Génie féminin mi è servito per dissociarmi dal femminismo di massa, che aveva il merito di voler genericamente liberare tutte le donne. Ma la libertà va conquistata nei diversi campi specifici in cui vivono le donne. Perciò, la questione che mi ero posta è: quale potrebbe essere il contributo delle donne alla cultura. Ci sono ambiti in cui la battaglia delle donne è stata ed è importante: lavoro, libertà personale, diritti, contraccezione. Ma penso che nel campo della cultura, nell’ epoca attuale delle democrazie, la questione posta sia reale». Quindi? «Ho cominciato a ricercare nell’ epoca che conosco meglio, il XX secolo, e ho trovato tre donne che mi hanno permesso di affrontare l’ argomento da visuali differenti. Hannah Arendt, per parlare della storia e della politica, cioè della tragedia del secolo scorso, la Shoah e i gulag frutti dei totalitarismi; Melanie Klein, per parlare della grande invenzione del Novecento, la psicanalisi, in qualche modo l’ antidoto della follia. Dopo loro due cercavo una donna che sapesse parlare della felicità di vivere. Ho trovato Colette: vita difficile, grandi dolori, ma scrivendo è diventata un modello, si è battuta per riconoscersi sul piano familiare, personale e sociale, in un modo nuovo e diverso, come poeta della felicità di vivere». La vita intima di una persona condiziona la sua attività intellettuale, la sua creatività? Come e perché? «Famiglia, scuola, lavoro, lingua materna, nazione e perfino il mondo: sono le situazioni in cui si consuma il dramma intellettuale, che poi è un modo di tradurre gli stati intimi e allo stesso tempo di trasformarli. Insomma una reinvenzione». Scusi, ma non si contraddice? Non era lei a sostenere strenuamente, nel periodo del predominio dello strutturalismo, la superiorità del testo? «In qualche modo sì. L’ esperienza ora mi fa dire che non si può comprendere completamente la tecnica di un testo, un quadro, un romanzo, senza mettere in relazione la struttura dell’ opera con l’ esperienza biografica». Giusto quindi andare alla scoperta di diari segreti, lettere, documenti personali e intimi degli artisti? «Io parlo di un’ esperienza biografica non di superficie, ma di quell’ esperienza che in linguaggio freudiano è il soggetto. Si tratta di scoprire gli strati più complessi della personalità di un artista che il critico deve interpretare. All’ opera da comprendere va aggiunta quindi la parte nascosta della personalità, che dà la vera misura della complessità del soggetto». È vero che le donne artiste spesso si rivelano lesbiche? «Se si riferisce a Colette quando si autodefinì “ermafrodita”, penso che il passaggio all’ atto omosessuale non sia obbligatorio per chi si dedica a un’ attività creativa. Ma credo che la bisessualità psichica, come la chiama Freud, sia indispensabile – e ricordiamoci che è presente in ciascuno di noi – per l’ atto di creazione. Comunque la bisessualità psichica è più accentuata nelle donne». Le sue riflessioni su le génie féminin comportano una svalutazione degli uomini sul piano culturale? «No, assolutamente. Mi sono limitata a parlare di personalità donne. In altri miei libri ho parlato di molti uomini eminenti come Confucio, Joyce, Proust, Dostojevskj. Ho praticamente allestito una galleria del génie masculin. Ma dopo questo, avevo bisogno di parlare delle donne». Ottavio Rossani

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