Archive for settembre 2004

29 settembre 2004


La poesia di Sylvia Plath





 


[…] Abbiamo fatto la nostra prima seduta spiritica in America e il nostro spirito è stato straordinariamente divertente – umoristico, pronto a collaborare e a rispondere. Sembra che sia cresciuto in America dove proclama di stare benissimo, di amare «la vita in libertà», di usare questa libertà per «far poesia» e che la poesia migliora con la «pratica». Pensando di trarne vantaggio, gli abbiamo chiesto (si firma Pan) di darci dei soggetti di poesia (è sempre il solito problema: una buona poesia necessita di un buon soggetto, «profondo»). Pan mi ha detto di scrivere sulle «Lorelei». Quando gli ho chiesto «perché le Lorelei» mi ha risposto che erano «le mie anime gemelle». Ero abbastanza sorpresa. Non mi era mai venuto in mente, a livello conscio, come soggetto e mi sembrava buono: la leggendaria tradizione germanica, i simboli acquatici, l’augurio di morte ecc. Perciò il giorno dopo ho iniziato una poesia su di loro e Pan aveva ragione; è una delle mie preferite. Qual è quella bella canzone che suonavi sempre al piano e ci cantavi sulle Lorelei? […] Lo spirito ha detto anche a Ted di scrivere sulle «Lontre», ciò che lui sta facendo, e l’inizio non suona mica male. Pan proclama che è il suo dio di famiglia, «kolossus», a riferirgli molte delle sue informazioni. […]


5 luglio 1958,


da Quanto lontano siamo giunti. Lettere alla madre










 


Lorelei




Non è notte per annegare:


la luna piena, il fiume che scivola


nero sotto una lucentezza pallida di specchio,





i vapori azzurri che calano


un fondale di garza dietro l’altro come reti


benché i pescatori siano addormentati,





le torri massicce del castello


che si raddoppiano in uno specchio


immoto. Eppure queste forme si levano





verso di me, disturbando il volto


della quiete. Dal profondo


salgono, le membra grevi





di ricchezza, i capelli più pesanti


del marmo scolpito. Cantano


di un mondo più pieno e limpido





di quanto sia possibile. Sorelle, il vostro canto


reca un peso troppo grande


per la voluta dell’orecchio





qui, in un paese ben governato


sotto un saggio regnante.


Sconvolgenti con un’armonia





oltre l’ordine mondano


le vostre voci cingono d’assedio. Sedete


sugli scogli ripidi dell’incubo,





promettendo un porto sicuro;


di giorno, modulate il canto dai confini


del letargo e anche dal davanzale





di alte finestre. Perfino peggiore


del vostro canto che toglie il senno,


il vostro silenzio. Alla fonte





del vostro richiamo dal cuore di ghiaccio—


l’ebbrezza degli abissi.


O fiume, vedo trasportate dalla corrente





nel fondo del tuo flusso d’argento


quelle grandi dee della pace.


Pietra, pietra, traghettami laggiù.

28 settembre 2004


Vesna Krmpotic, poetessa croata





Za tatu


 


Ovje je sjedio tata.


Pepeljare


još ćute miris cigarete.


Mama


nećemo više


otvarati prozor


ni vrata:


u kutovima


ima


dima.


 


 


Per papà


 


Qui sedeva papà.


I posacenere


sentono ancora l’odore della sigaretta.


Mamma,


non apriremo più


la finestra


né la porta:


c’è


fumo


negli angoli.




Vesna Krmpotic è nata a Dubrovnik nel 1932, laureatasi nel 1962 partì per l’India con una borsa di studio offerta dal governo indiano. Croata, sposata a un diplomatico serbo, ha vissuto in Egitto e negli Stati Uniti. Tra le sue principali raccolte poetiche: La fiamma e la candela (1962), La fossa dell’essere (1965), Meravigliose dissonanze (1970), Colata di lacrime per Igor (1978), Unità e dualità (1981), Orfelia (1987).


 

27 settembre 2004

ancora dai Balcani


 


La guerra mondiale ebbe inizio a Sarajevo, in un caldo giorno d’estate del 1914. Era domenica, io ero allora studente. Nel pomeriggio venne una ragazza, si portavano le trecce. Teneva in mano un gran cappello di paglia giallo, un segno d’estate che richiamava alla memoria fieno, grilli e papaveri. Nel cappello un telegramma, la prima edizione straordinaria che io avessi mai visto, stropicciato, terribile, un lampo sulla carta. “Sapete”, disse la ragazza, “hanno sparato all’erede al trono. Mio padre è rincasato dal caffè. Noi non restiamo qui, vero?”. Io non colsi la serietà del padre che era rientrato a casa dal caffè. Viaggiavamo sulla piattaforma di un tranvai.
Lì fuori, per un tratto, il tram sfiorava il gelsomino e gli alberi stavano rasenti alle rotaie. Si viaggiava, cling-clang, era una specie di gita in slitta per giornate estive. La ragazza era azzurra, morbida, vicina, con il respiro fresco, un soffio mattutino in pieno pomeriggio. Mi aveva portato la notizia, da Sarajevo: il nome stava sospeso su di lei, fatto di un fumo rosso scuro, come un incendio sulla testa di un bimbo ignaro. Un anno e mezzo più tardi – com’era durevole l’amore al tempo della pace! – stava già anche lei in quella nuvola di fumo, alla stazione merci II; incessante martellio della musica, stridio di vagoni, fischio di locomotive, piccole donne tremanti stavano appese agli uomini in verde come ghirlande appassite, le nuove uniformi odoravano d’appretto, noi eravamo una compagnia in marcia, meta del viaggio oscura, con un presentimento: Serbia. Probabilmente pensavano entrambi a quella domenica, al telegramma, a Sarajevo. Suo padre non andò più al caffè, era già sepolto in una fossa comune.
Oggi, a tredici anni di distanza dal primo sparo, io vedo Sarajevo. Innocente ma maledetta città! Esiste ancora! Triste involucro delle più orrende catastrofi! Non si muove dal suo posto! Non vi è discesa alcuna pioggia di fuoco, le case sono intatte, le ragazze escono dalle scuole, non si portano più le trecce. Il cielo è di un azzurro satin. La stazione dov’era arrivato l’arciduca, la morte alle spalle, si trova molto al di fuori della città. A sinistra una strada larga, polverosa, parte asfaltata, parte acciottolata, conduce in città. Alberi frondosi, scuri e polverosi, avanzi di un’epoca in cui la strada era ancora un viale, stanno sparsi irregolarmente sul suo ciglio. Stiamo seduti in uno spazioso autobus dell’hotel.
Percorriamo le strade lungo il fiume –  lì, all’angolo, ebbe inizio la guerra mondiale. Nulla è cambiato. Cerco tracce di sangue. Sono state lavate via. Tredici anni, innumerevoli piogge, milioni di uomini hanno cancellato il sangue. La gioventù esce dalle scuole: vi si studia lì la guerra mondiale? La via principale è molto silenziosa. Ad un capo vi si trova un piccolo cimitero turco, fiori di pietra in un piccolo giardino di morti. All’altro capo inizia il bazar orientale. A circa metà si trovano, non perfettamente vis-a-vis, due grandi hotel con caffè all’aperto.
Il vento solleva ora i vecchi giornali come l’anno scorso sollevava il fogliame. Camerieri stanno in attesa alle porte, simboli, più che impiegati, dell’attività alberghiera. Vecchi fattorini se ne stanno appoggiati ai muri, riportano alla pace, al periodo anteriore alla guerra. Uno di loro ha una folta barba: un fantasma della monarchia austro-ungarica. Uomini vecchissimi, probabilmente, notai, a riposo, parlano il tedesco erariale della vecchia Austria. Un libraio vende carta e libri e riviste letterarie – ma più a scopo rappresentativo. Acquisto da lui un Maupassant (sebbene abbia in magazzino già un Dekobra) per una notte in treno senza vagone letto. Una parola tira l’altra. Vengo a sapere che l’interesse letterario a Sarajevo è diminuito. Soltanto un insegnante è abbonato a due settimanali letterari (che conforto, sapere che esistono insegnanti simili!).
Di sera ha luogo il passeggio di belle donne, austere. È il passeggio di una piccola città. Le belle donne vanno a due e a tre, come collegiali. I signori si levano con deferenza e di continuo i cappelli, le persone si conoscono così bene fra di loro che io mi sento tre volte più estraneo. Sto per vedere un film, un film storico di costume, dove gli uomini non si conoscono affatto fra loro, le scene in cui si salutano sono tagliate, si è estranei fra estranei, la sala è buia, ho paura delle terribili pause piene di luce. Anche la lettura dei giornali è salutare, si viene a sapere qualcosa di quel mondo che si è appena lasciato per vedere il mondo.
Alle dieci tutto è silenzioso, un locale notturno luccica in lontananza; da una strada buia una festa di famiglia attira l’attenzione. Di là dal fiume, nella città turca, le case s’innalzano in terrazze, le loro luci si confondono nella nebbia, ricordano ceri lontani sulle larghe scale di un alto e ampio altare.
C’è un teatro, si rappresenta un’opera, c’è un museo, ci sono ospedali, un’autorità comunale, poliziotti, tutto ciò di cui una città può aver bisogno. Una città! Come se Sarajevo fosse una città come un’altra! Come se a Sarajevo non avesse avuto inizio la più grande di tutte le guerre! Tutte le tombe di eroi, tutte le fosse comuni, tutti i campi di battaglia, tutti i gas tossici, tutti gli storpi, tutte le vedove di guerra, tutti i militi ignoti: qui hanno avuto inizio. Non auguro a questa città la rovina, e come potrei! Vi vivono buone, care persone, belle donne, bambini meravigliosamente innocenti, animali felici di vivere, farfalle sulle lapidi del cimitero turco. Ciò nondimeno, è qui che ha avuto inizio la guerra, il mondo è distrutto e Sarajevo sta ancora in piedi. Non dovrebbe essere una città, dovrebbe essere un monumento a terribile monito per tutti.


 


Joseph Roth,


articolo pubblicato nel 1927 sul Frankfurter Zeitung


 

27 settembre 2004

Nella terra dell’odio e del dolore, nella terra di Ivo Andric


 




Si, la Bosnia è la terra dell’odio. Questa è la Bosnia. E per uno strano contrasto, che forse non è nemmeno tanto strano e che con un’analisi attenta si potrebbe facilmente spiegare, si può affermare che ci sono pochi paesi che hanno una fede così forte, caratteri così sublimi, una così grande tenerezza e tanta passione, tanta profondità di sentimenti, tanta incrollabile fede, tanta sete di giustizia. […] i vizi dovunque generano l’odio, perché consumano e non creano, ma nei paesi come la Bosnia anche le virtù spesso parlano e si esprimono attraverso l’odio.
da Racconti di Sarajevo


 




Di tutto ciò che l’uomo, spinto dal suo istinto vitale, costruisce ed erige, nulla è più bello e più prezioso per me dei ponti. I ponti sono più importanti delle case, più sacri, perché più utili dei templi. Appartengono a tutti e sono uguali per tutti, […], più duraturi di tutte le altre costruzioni, mai asserviti al segreto o al malvagio. […] ovunque nel mondo, in qualsiasi posto, il mio pensiero vada e si arresti, trova fedeli e operosi ponti, come eterno e mai soddisfatto desiderio dell’uomo di collegare, pacificare e unire insieme tutto ciò che appare davanti al nostro spirito, ai nostri occhi, ai nostri piedi, perché non ci siano divisioni, contrasti, distacchi…


da I ponti


 




Come condannato, ma integro e intatto , il ponte, ergeva il suo profilo tra due mondi in guerra.
da Il ponte sulla Drina


 










Ivo Andric (1892-1975), croato di nascita, patriota bosniaco, portavoce dell’irredentismo serbo, subì la prigione e il confino (1915-18). Seguì la carriera diplomatica fino allo scoppio della seconda guerra mondiale. Tra le sue opere tre volumi di Racconti (1924, 1931, 1936), Nuovi racconti (1948), Volti (1960) e tre romanzi pubblicati tutti nel 1945: La signorina, La cronaca di Travnik, Il ponte sulla Drina.


Nel 1961 ricevette il premio nobel per la letteratura “for the epic force with which he has traced themes and depicted human destinies drawn from the history of his country”.


26 settembre 2004

Augusten Burroughs, Correndo con le forbici in mano, Alet edizioni,


tradotto da Giovanna Scocchera


 


Mia madre è sull’attenti davanti allo specchio del bagno e odora di lucido e pronto; un misto di Jean Naté, gel Dippity Do, e della dolcezza cerosa del rossetto. La pistola bianca del suo fon è appoggiata sul cesto della biancheria sporca e ticchetta mentre si raffredda. Ora fa un passo indietro e con le mani si liscia il vestito, un Pucci psichedelico, da capogiro, mordendosi l’interno della guancia.


«Dannazione» dice. «C’è qualcosa che non va.»


Ieri è andata da «Il Tagliere», il salone trendy di Ahmerst, con i suoi lucernari a bolla e piante di ficus benjamin in fioriere cromate. Sebastian le ha dato una bella ripassata.


«Quella odiosa di Jane Fonda» dice, arruffandosi i capelli castano scuro. «Fa sembrare tutto così facile.» Si liscia i tirabaci fino a dar forma a delle punte che le mettono in risalto gli zigomi. La gente le ha sempre detto che somiglia a Lauren Bacall da giovane, soprattutto per gli occhi.


Non riesco a staccarle lo sguardo dai piedi, che ha infilato in un paio di insidiosissime décolleté di vernice rossa a tacco alto. Siccome di solito vive in sandali, sembra che abbia preso in prestito i piedi di un’altra. Forse quelli della sua amica Lydia. Lydia ha i capelli neri cotonati, uomini e una piscina a gradoni. Porta sempre tacchi a spillo, anche quando se ne sta seduta in piscina nel suo bikini bianco, fumando sigarette al mentolo e parlando a un telefono verde oliva modello Princess. Mia madre porta scarpe eleganti solo quando deve uscire, quindi ormai le associo a una sensazione di abbandono e terrore.


Non voglio che vada via. Ho il cordone ombelicale ancora attaccato e lei lo sta strattonando. Sento che mi sta prendendo il panico.


Io sono in bagno vicino a lei, perché ho bisogno di starle vicino il più possibile. Forse va a Hartford, nel Connecticut. O forse al Bradley Field International Airport. Adoro l’aeroporto, l’odore di carburante per jet e volare giù dai nonni.


Adoro volare.


Da grande voglio fare l’omino che apre gli scompartimenti sopra i sedili, quello che può andare nella cucina dove tutto si incastra alla perfezione come un luccicante puzzle d’argento. E poi mi piacciono le uniformi e me ne farebbero indossare una, con tanto di camicia bianca e cravatta e persino un fermacravatta a forma di ali d’aeroplano. Servirei noccioline in pacchettini d’alluminio e offrirei da bere ai passeggeri in bicchierini di plastica. «Vuole tutta la lattina?» direi. Adoro volare giù dai nonni e ho già imparato a memoria quasi tutto quello che dicono gli assistenti di volo. «I passeggeri sono pregati di verificare l’avvenuto spegnimento di ogni articolo da fumo e che il tavolinetto reclinabile sia chiuso in posizione verticale.» Vorrei tanto avere un tavolinetto reclinabile in camera mia e vorrei tanto fumare. Così potrei verificare che i miei articoli da fumo siano spenti.


«Okay, ho capito dov’è il problema» dice mia madre. Si volta verso di me e sorride. «Augusten, ti spiace passarmi quella scatola?»


L’unghia ad artiglio, smaltata di beige traslucido, indica la confezione di maxi assorbenti Kotex sul pavimento accanto al water. Afferro la scatola e gliela passo.


Tira fuori dalla scatola due assorbenti e poi la appoggia sul pavimento, vicino ai piedi. Mi accorgo che la scatola si riflette sul lato della scarpa, come una tv in miniatura. Facendo la massima attenzione toglie la striscia di carta dal retro di uno degli assorbenti e se lo infila su per la scollatura del vestito, sistemandolo sulla spalla sinistra. Liscia la seta sopra l’assorbente e si infila l’altro a destra. Fa un passo indietro.


«Che te ne pare?» chiede. È soddisfatta di sé stessa. Come se avesse fatto un gran bel disegno e lo stesse appiccicando con orgoglio alla lavagnetta del suo cuore.


«Perfetto» faccio io.


 


(dall’incipit)

25 settembre 2004


Guardo la vita dall’alto


 



Gli uomini, bisogna vederli dall’alto. Spegnevo la luce e mi mettevo alla finestra: essi neppure sospettavano che si potesse osservarli dal disopra. Curano la facciata, qualche volta la parte posteriore ma tutti i loro effetti son calcolati per spettatori d’un metro e settanta. Chi ha mai riflettuto sulla forma d’un cappello duro visto da un sesto piano? Gli uomini dimenticano di difendere le spalle e i crani con colori vivi e stoffe vistose, non sanno combattere questo grande nemico dell’umanità: la prospettiva dall’alto. Mi sporgevo e mi mettevo a ridere: dov’era andato a finire quel famoso “portamento eretto” di cui andavano così orgogliosi? Erano spiaccicati sul marciapiede e due lunghe gambe mezzo rampicanti uscivano da sotto le loro spalle.


Sul balcone d’un sesto piano: è qui che avrei dovuto passare tutta la vita. Bisogna puntellare le superiorità morali mediante simboli materiali, altrimenti quelle si afflosciano. Ora, di preciso, qual è la mia superiorità sugli uomini? Nient’altro che una superiorità di posizione: io mi sono piazzato al disopra dell’umano che è in me e lo contemplo. Ecco perché mi piacevano le torri di Notre Dame, le piattaforme della torre Eiffel, il Sacro Cuore, il mio sesto piano di via Delambre. Sono simboli eccellenti.


Bisognava scendere in strada, talvolta. Per andare all’ufficio per esempio. Soffocavo. Quando si è sullo stesso piano degli uomini è molto più difficile considerarli come formiche: ci toccano.



da Erostrato, Jean-Paul Sartre

22 settembre 2004


Se sparisco di colpo nel mezzo di una frase non mi soprenderò troppo e chissà che non ne guadagnamo tutti.


Julio Cortázar, Alcuni aspetti del racconto

21 settembre 2004

Il coraggio d’enunciar tesi

 

Il mezzo di cui la natura si serve per portare a compimento lo sviluppo di tutte le sue disposizioni è il loro antagonismo nella società, in quanto esso divenga infine la causa di un ordine legittimo.

Il massimo problema per il genere umano, alla cui soluzione la natura lo costringe, è il raggiungimento di una società civile che faccia valere universalmente il diritto.

Questo problema è insieme il più difficile e quello che verrà risolto più tardi dal genere umano.

I. Kant, IV, V, VI tesi, Idea per una storia universale dal punto di vista cosmopolitico

21 settembre 2004

Funes o della memoria, che memoria!

 

Noi, con un’occhiata, percepiamo tre bicchieri sopra un tavolo, Funes tutti i virgulti e i grappoli e i frutti di tutta una pergola. Sapeva le forme delle nubi astrali del 30 Aprile 1882 e poteva paragonarle nel ricordo con le venature di un libro… che aveva guardato una volta sola o con le linee della spuma sollevata da un remo nel Rio Negro… egli era quasi incapace di concetti generali, platonici. Non soltanto era una sforzo per lui comprendere che il simbolo “cane” abbracciasse tanti esseri individuali diversi, di diverse misure e forme; gli dava anche fastidio che il cane delle tre e quattordici avesse lo stesso nome del cane delle tre e un quarto; Funes scorgeva senza interruzione i quieti progressi della corruzione, della carie, della fatica… era il solitario e lucido spettatore di un mondo multiforme, istantaneo, e quasi insopportabilmente esatto.

 

J.L. Borges, Funes, la memoria in persona, Finzioni

21 settembre 2004

Marterdì 21 settembre ore 19


Festa di Liberazione, via Ostiense, Roma


Silvio Pons (professore di Storia dell’Europa Orientale all’università Romadue, direttore Fondazione istituto Gramsci)


presenta


Fidel di Volker Skierka, l’imponente biografia su Castro edita da Fandango