by

Augusten Burroughs, Correndo con le forbici in mano, Alet edizioni,


tradotto da Giovanna Scocchera


 


Mia madre è sull’attenti davanti allo specchio del bagno e odora di lucido e pronto; un misto di Jean Naté, gel Dippity Do, e della dolcezza cerosa del rossetto. La pistola bianca del suo fon è appoggiata sul cesto della biancheria sporca e ticchetta mentre si raffredda. Ora fa un passo indietro e con le mani si liscia il vestito, un Pucci psichedelico, da capogiro, mordendosi l’interno della guancia.


«Dannazione» dice. «C’è qualcosa che non va.»


Ieri è andata da «Il Tagliere», il salone trendy di Ahmerst, con i suoi lucernari a bolla e piante di ficus benjamin in fioriere cromate. Sebastian le ha dato una bella ripassata.


«Quella odiosa di Jane Fonda» dice, arruffandosi i capelli castano scuro. «Fa sembrare tutto così facile.» Si liscia i tirabaci fino a dar forma a delle punte che le mettono in risalto gli zigomi. La gente le ha sempre detto che somiglia a Lauren Bacall da giovane, soprattutto per gli occhi.


Non riesco a staccarle lo sguardo dai piedi, che ha infilato in un paio di insidiosissime décolleté di vernice rossa a tacco alto. Siccome di solito vive in sandali, sembra che abbia preso in prestito i piedi di un’altra. Forse quelli della sua amica Lydia. Lydia ha i capelli neri cotonati, uomini e una piscina a gradoni. Porta sempre tacchi a spillo, anche quando se ne sta seduta in piscina nel suo bikini bianco, fumando sigarette al mentolo e parlando a un telefono verde oliva modello Princess. Mia madre porta scarpe eleganti solo quando deve uscire, quindi ormai le associo a una sensazione di abbandono e terrore.


Non voglio che vada via. Ho il cordone ombelicale ancora attaccato e lei lo sta strattonando. Sento che mi sta prendendo il panico.


Io sono in bagno vicino a lei, perché ho bisogno di starle vicino il più possibile. Forse va a Hartford, nel Connecticut. O forse al Bradley Field International Airport. Adoro l’aeroporto, l’odore di carburante per jet e volare giù dai nonni.


Adoro volare.


Da grande voglio fare l’omino che apre gli scompartimenti sopra i sedili, quello che può andare nella cucina dove tutto si incastra alla perfezione come un luccicante puzzle d’argento. E poi mi piacciono le uniformi e me ne farebbero indossare una, con tanto di camicia bianca e cravatta e persino un fermacravatta a forma di ali d’aeroplano. Servirei noccioline in pacchettini d’alluminio e offrirei da bere ai passeggeri in bicchierini di plastica. «Vuole tutta la lattina?» direi. Adoro volare giù dai nonni e ho già imparato a memoria quasi tutto quello che dicono gli assistenti di volo. «I passeggeri sono pregati di verificare l’avvenuto spegnimento di ogni articolo da fumo e che il tavolinetto reclinabile sia chiuso in posizione verticale.» Vorrei tanto avere un tavolinetto reclinabile in camera mia e vorrei tanto fumare. Così potrei verificare che i miei articoli da fumo siano spenti.


«Okay, ho capito dov’è il problema» dice mia madre. Si volta verso di me e sorride. «Augusten, ti spiace passarmi quella scatola?»


L’unghia ad artiglio, smaltata di beige traslucido, indica la confezione di maxi assorbenti Kotex sul pavimento accanto al water. Afferro la scatola e gliela passo.


Tira fuori dalla scatola due assorbenti e poi la appoggia sul pavimento, vicino ai piedi. Mi accorgo che la scatola si riflette sul lato della scarpa, come una tv in miniatura. Facendo la massima attenzione toglie la striscia di carta dal retro di uno degli assorbenti e se lo infila su per la scollatura del vestito, sistemandolo sulla spalla sinistra. Liscia la seta sopra l’assorbente e si infila l’altro a destra. Fa un passo indietro.


«Che te ne pare?» chiede. È soddisfatta di sé stessa. Come se avesse fatto un gran bel disegno e lo stesse appiccicando con orgoglio alla lavagnetta del suo cuore.


«Perfetto» faccio io.


 


(dall’incipit)

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