Archive for gennaio 2005

30 gennaio 2005

La
felicità toccata dagli occhi, per caso

Vedo un uccello fermo sulla grondaia,
può sembrare un piccione ma è più snello
e ha un po’ di ciuffo o forse è il vento,
chi può saperlo, i vetri sono chiusi.
Se lo vedi anche tu, quando ti svegliano
i fuoribordo questo è tutto quanto
ci è dato di sapere sulla felicità.
Ha un prezzo troppo alto, non fa per noi e chi l’ha
non sa che farsene.

da Satura, Eugenio Montale

29 gennaio 2005

Gli occhi di Mafai

Mi piace lumeggiare il paesaggio al tramonto, un po’ fantasticamente e dare agli alberi, ai monti, alle valli, ad ogni cosa una loro propria vita sognante, quasi incorporea.

Mario Mafai, 1926

Imperdibile la mostra a Palazzo Venezia, Roma. Fino al 27 febbraio

29 gennaio 2005

Al mercato

Quanto mi piace girare per i mercatini! Quelli rionali storici sono mi miei preferiti. Oggi ho comprato un po’ di frutta e qualche spezia. Spazio alle immagini.

      

29 gennaio 2005

Cheever contro Carver. Quarant’anni dopo. Ma in Italia

Racconti italiani di Cheever. Lo scrittore sembra aver paura di sbagliare parola. Dopo averli letti viene voglia di Carver, che non sbagliò mai una parola.

Antonio D’Orrico, Corriere della Sera Magazine del 27.01.’05 pag. 82

Non comprendo pientamente il giudizio di D’Orrico. Di certo riapre un dibattito annoso. Naturalmente non è vero che Carver non abbia mai sbagliato una parola. Al di là dei giudizi, anche durissimi, espressi da alcuni intellettuali dopo il ritrovamento delle carte del suo editor Lish certo è che la figura di Carver grande scrittore minimalista e dell’essenza va per lo meno sfumata. Controaltare di Cheever poi… Mi piace però manterene un’immagine di questa recensione in venticinque parole, l’idea dello scrittore che ha paura di sbagliare parola. Forse ogni scrittore vive questa pena: c’è chi ne trae forza vitale, chi ne rimane strozzato.  

29 gennaio 2005

Lenti pulsanti

Nasce oggi una nuova rubrica per la quale è richiesta la vostra partecipazione. Si chiama lenti pulsantiUtilizzate le fotocamere dei vostri telefonini per catturare angoli della città particolari, personaggi, dettagli, facce, quello che vi pare. Vorrei vedere le voci con le immagini. Prendetevela comoda, quando siete pronti, con o senza guanti per ripararvi dal gran freddo, azzardate un click. Spedite a luccone.@luccone.it. Commento gradito. 

29 gennaio 2005

Altre scosse

Piero Gelli, una delle pietre miliari dell’editoria italiana, lascia, non completamente ma lascia, Baldini Castoldi Dalai per occuparsi dei diari di André Gide per Bompiani. 

27 gennaio 2005

Herder su Kant

Nulla che fosse degno di essere conosciuto gli era indifferente; nessuna cabala, nessuna setta, nessun pregiudizio, nessun nome superbo aveva per lui il minimo pregio di fronte all’incremento e al chiarimento della verità.

27 gennaio 2005

La neve a Roma si fa annunciare, attendere, si posa beffarda e cerimoniosa. Poi d’incanto c’è il sole e della neve un’altra ludica attesa o la prossima temperata illusione.

26 gennaio 2005

Sogni indirizzati al vuoto

 

Mi stanno rubando tutte le lettere, e

le buttano nel fuoco.

Vedo le fiamme, etc.

ma non me ne importa, etc.

Bruciano tutto quello che ho, o quel poco

che ho. Non me ne importa, etc.

La poesia suprema, indirizzata al

vuoto – questo è il coraggio

necessario. Questo è qualcosa

di completamente diverso.

 

Robert Creeley, I postini disonesti

 

La posta non arriva. È dal 1º ottobre che non mi accettano qualcosa. E dire che ho mandato in giro montagne di poesie e racconti. Per non parlare della mia raccolta di poesie. Non è arrivata ancora neanche la lettera del concorso che ha vinto Ted, con tutti i particolari sul premio, così mi è preclusa persino la gioia indiretta. I conti da pagare, quelli sì che arrivano.

 

Sylvia Plath, Diari

25 gennaio 2005

Non a tutti piace come traduco Cheever

A volte si dice che le parole non bastano, per descrivere sentimenti, stati d’animo, sfumature. Ebbene, John Cheever è uno di quei rari scrittori al quale le parole bastano. Di più: non sono i sentimenti a dettare le parole, ma le parole a dettare i sentimenti. C’è qualcosa di agghiacciante nello sguardo che Cheever mette sulle persone e sugli oggetti che lo circondano: una sorta di riflesso bianco, di luce pura, che non lascia all’ombra la possibilità di creare significati altri.

Per chi già conosce Il nuotatore – memorabile è l’interpretazione cinematografica di Burt Lancaster – non sarà difficile capire di cosa stiamo parlando. In quel caso, la storia scorre lungo il filo di una scommessa: raggiungere casa, passando di villa in villa. Per la precisione: di piscina in piscina. Per poi scoprire che l’agognato punto d’arrivo è qualcosa che non esiste più da tempo. Due gli elementi tipici dell’opera di Cheever: la scommessa col destino, quasi sempre coronata da una tragica beffa, e il viaggio, fisico o mentale che sia.

Anche Il rumore della pioggia a Roma parte da questi presupposti. Tre racconti – “The Bella Lingua”, “Clementina” e “Boy in Rome” – che descrivono la tragica sfida dell’erranza: lasciare il proprio paese e la propria lingua per entrare in un’altra vita e in un’altra lingua. Sempre con la consapevolezza che si tratta di una sfida persa in partenza, perché la lingua è una frontiera oltre la quale l’identità, propria o delle cose, va perduta. Di qui l’intimo bisogno, comune un po’ a tutti i personaggi di Cheever, di riguadagnare la strada di “casa”: una casa metaforica, più simile alla nostalgia di un paradiso perduto che a un luogo fisico.

Le osservazioni di Cheever, seppur chirurgiche, sono a tratti commoventi. Come il momento in cui guardando alla campagna e sentendo cantare una giovane contadina, con parole a lui sconosciute, l’autore ammette con se stesso che non potrà mai capire quel paesaggio. Che non lo potrà mai vedere come lo vede e lo canta la contadina, perché non possiede la chiave linguistica che dà alle cose il loro significato. È come dire che la campagna del Vermont e quella laziale sono diverse, non in virtù di una diversa geografia, ma per via di una diversa lingua.

È veramente un peccato che finora Cheever non sia riuscito a trovare un traduttore all’altezza della sua scrittura. Tra quelli che ci hanno provato – fra le migliori Oh città dei sogni infranti! e fra le peggiori Gli Wapshot – pochi sono riusciti a non scadere in una prosa piatta e puramente descrittiva, spoglia di quella dote che fa di Cheever un grande scrittore: la purezza abbagliante dello sguardo. 

Francesca Garofoli, Railibro