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25 gennaio 2005

Non a tutti piace come traduco Cheever

A volte si dice che le parole non bastano, per descrivere sentimenti, stati d’animo, sfumature. Ebbene, John Cheever è uno di quei rari scrittori al quale le parole bastano. Di più: non sono i sentimenti a dettare le parole, ma le parole a dettare i sentimenti. C’è qualcosa di agghiacciante nello sguardo che Cheever mette sulle persone e sugli oggetti che lo circondano: una sorta di riflesso bianco, di luce pura, che non lascia all’ombra la possibilità di creare significati altri.

Per chi già conosce Il nuotatore – memorabile è l’interpretazione cinematografica di Burt Lancaster – non sarà difficile capire di cosa stiamo parlando. In quel caso, la storia scorre lungo il filo di una scommessa: raggiungere casa, passando di villa in villa. Per la precisione: di piscina in piscina. Per poi scoprire che l’agognato punto d’arrivo è qualcosa che non esiste più da tempo. Due gli elementi tipici dell’opera di Cheever: la scommessa col destino, quasi sempre coronata da una tragica beffa, e il viaggio, fisico o mentale che sia.

Anche Il rumore della pioggia a Roma parte da questi presupposti. Tre racconti – “The Bella Lingua”, “Clementina” e “Boy in Rome” – che descrivono la tragica sfida dell’erranza: lasciare il proprio paese e la propria lingua per entrare in un’altra vita e in un’altra lingua. Sempre con la consapevolezza che si tratta di una sfida persa in partenza, perché la lingua è una frontiera oltre la quale l’identità, propria o delle cose, va perduta. Di qui l’intimo bisogno, comune un po’ a tutti i personaggi di Cheever, di riguadagnare la strada di “casa”: una casa metaforica, più simile alla nostalgia di un paradiso perduto che a un luogo fisico.

Le osservazioni di Cheever, seppur chirurgiche, sono a tratti commoventi. Come il momento in cui guardando alla campagna e sentendo cantare una giovane contadina, con parole a lui sconosciute, l’autore ammette con se stesso che non potrà mai capire quel paesaggio. Che non lo potrà mai vedere come lo vede e lo canta la contadina, perché non possiede la chiave linguistica che dà alle cose il loro significato. È come dire che la campagna del Vermont e quella laziale sono diverse, non in virtù di una diversa geografia, ma per via di una diversa lingua.

È veramente un peccato che finora Cheever non sia riuscito a trovare un traduttore all’altezza della sua scrittura. Tra quelli che ci hanno provato – fra le migliori Oh città dei sogni infranti! e fra le peggiori Gli Wapshot – pochi sono riusciti a non scadere in una prosa piatta e puramente descrittiva, spoglia di quella dote che fa di Cheever un grande scrittore: la purezza abbagliante dello sguardo. 

Francesca Garofoli, Railibro

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