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Non a tutti piace come traduco Cheever

A volte si dice che le parole non bastano, per descrivere sentimenti, stati d’animo, sfumature. Ebbene, John Cheever è uno di quei rari scrittori al quale le parole bastano. Di più: non sono i sentimenti a dettare le parole, ma le parole a dettare i sentimenti. C’è qualcosa di agghiacciante nello sguardo che Cheever mette sulle persone e sugli oggetti che lo circondano: una sorta di riflesso bianco, di luce pura, che non lascia all’ombra la possibilità di creare significati altri.

Per chi già conosce Il nuotatore – memorabile è l’interpretazione cinematografica di Burt Lancaster – non sarà difficile capire di cosa stiamo parlando. In quel caso, la storia scorre lungo il filo di una scommessa: raggiungere casa, passando di villa in villa. Per la precisione: di piscina in piscina. Per poi scoprire che l’agognato punto d’arrivo è qualcosa che non esiste più da tempo. Due gli elementi tipici dell’opera di Cheever: la scommessa col destino, quasi sempre coronata da una tragica beffa, e il viaggio, fisico o mentale che sia.

Anche Il rumore della pioggia a Roma parte da questi presupposti. Tre racconti – “The Bella Lingua”, “Clementina” e “Boy in Rome” – che descrivono la tragica sfida dell’erranza: lasciare il proprio paese e la propria lingua per entrare in un’altra vita e in un’altra lingua. Sempre con la consapevolezza che si tratta di una sfida persa in partenza, perché la lingua è una frontiera oltre la quale l’identità, propria o delle cose, va perduta. Di qui l’intimo bisogno, comune un po’ a tutti i personaggi di Cheever, di riguadagnare la strada di “casa”: una casa metaforica, più simile alla nostalgia di un paradiso perduto che a un luogo fisico.

Le osservazioni di Cheever, seppur chirurgiche, sono a tratti commoventi. Come il momento in cui guardando alla campagna e sentendo cantare una giovane contadina, con parole a lui sconosciute, l’autore ammette con se stesso che non potrà mai capire quel paesaggio. Che non lo potrà mai vedere come lo vede e lo canta la contadina, perché non possiede la chiave linguistica che dà alle cose il loro significato. È come dire che la campagna del Vermont e quella laziale sono diverse, non in virtù di una diversa geografia, ma per via di una diversa lingua.

È veramente un peccato che finora Cheever non sia riuscito a trovare un traduttore all’altezza della sua scrittura. Tra quelli che ci hanno provato – fra le migliori Oh città dei sogni infranti! e fra le peggiori Gli Wapshot – pochi sono riusciti a non scadere in una prosa piatta e puramente descrittiva, spoglia di quella dote che fa di Cheever un grande scrittore: la purezza abbagliante dello sguardo. 

Francesca Garofoli, Railibro

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6 Risposte to “”

  1. anonimo Says:

    A noi sì!

  2. VictoriaLewis Says:

    Uhm. Bah… non mi fido.

  3. VictoriaLewis Says:

    Forse è solo così innamorata di Cheever da non tollerarne nessuna traduzione, il che la rende inadatta a giudicarle. O forse io sono di parte ;-P

  4. anonimo Says:

    Pazienza, una voce sola non fa testo e poi non si può piacere a tutti… soprattutto quando si tratta di traduzioni. Forza Leonardo! Erica

  5. anonimo Says:

    Io mi sono innamorata di Cheever partendo da una tua traduzione. Poi ho letto tutto il resto, tutto quello tradotto prima.

  6. anonimo Says:

    Io ho letto entrambi i libri e la penso esattamente al contrario…
    non credo che “Oh città dei sogni infranti” sia uno dei libri migliori di Cheever, la traduzione non è per nulla efficace… non rende quel senso di imminente tragedia tipica dei suoi scritti, non riesce a restituirci lo sguardo cristallino sulla realtà dello scrittore americano e le parole, a volte ripetute noiosamente, sono a mio parere frutto di un editing per nulla accurato.
    Il traduttore dei I Wapshot, al contrario, rende come pochi altri la luminosità della scrittura di Cheever, la rende viva ed è uno sguardo attento e lucido che ci conduce alla consapevolezza,
    come la perdita di innocenza dei suoi protagonisti…

    Alessandra Perrone

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