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Dentro la cittadella

la cittadella fu costruita come fortezza per difendere la città di parma dalle aggressioni esterne, ma non venne mai utilizzata per questo scopo. servì invece alla difesa dai nemici interni, come prigione e luogo di supplizio. ora è un grande parco pentagonale, dove i bambini vanno coi papà a passeggiare, è un posto di gelati, cagnolini e carrozzine per i bebè. ne parla alberto garlini nelle prime pagine di fútbol bailado, edito da sironi, quando racconta la partita di calcio giocata alla cittadella, nel marzo del 1975, dalle troupe di pasolini e bertolucci, impegnate a girare a parma rispettivamente salò e novecento. fútbol bailado è un romanzo come da tempo in italia non se ne leggevano, romanzo corale, splendido affresco, che ricorda i migliori esiti di pratolini, di volponi. la cittadella di parma è uno di quei luoghi in cui la storia è stata facilmente, paradossalmente rimossa e sostituita dalle esigenze del presente. la negazione della museificazione al giorno d’oggi tanto in voga. com’è l’anfiteatro romano di arles, tardivamente condannato a diventare monumento, schiacciato sotto il peso delle casette e delle botteghe medievali che si sono incastonate nei suoi archi.

3 Risposte to “”

  1. anonimo Says:

    Un inedito Camus.

    su La Repubblica, 25 marzo, sezione cultura si parla di un inedito di Camus “I Demoni” (Bompiani, traduzione di Caterina Pastelli) che altro non è che l’adattamento teatrale dei “Demoni” di Dostoevskij.
    L’autore della “Peste” lavorò per vent’anni con ostinazione all’adattamento del romanzo che considerava “uno dei quattro o cinque libri al di sopra di tutti gli altri”.
    “I Demoni” è un libro profetico, non solo perché, come dice Camus, “annuncia il nichilismo dell’uomo moderno, ma anche perché descrive alla perfezione il disagio dell’uomo ad accettare la finitezza del suo essere nel mondo”.

    Arianna

  2. anonimo Says:

    “Sotto le smorfie ipnotiche della pacificazione ufficiale si combatte una guerra. Una guerra di cui non si può dire che sia di ordine puramente economico, né sociale o umanitario, talmente è totale. Mentre ciascuno intuisce che la propria esistenza tende a diventare il campo di una battaglia in cui nevrosi, fobie, somatizzazioni, depressioni e angosce suonano come altrettante ritirate, nessuno riesce a coglierne né il corso né la posta in gioco. Paradossalmente, è proprio il carattere totale di questa guerra, totale nei mezzi non meno che nei fini, che, per cominciare, le consente di rendersi invisibile. […] Ma per gli altri, per noi, ogni gesto, ogni desiderio, ogni slancio emotivo incontra poco dopo la necessità di annientare l’Impero e i suoi cittadini. Questione di respirazione e di ampiezza delle passioni”.

    tratto da Tiqqun, “Elementi per una teoria della Jeune-Fille”, 2003 Bollati Boringhieri

    la pregiatina

  3. anonimo Says:

    Essi affrettan la via dove mostra il sentiero.
    E già salivano il colle, che grande sovrasta
    la città e domina, in faccia, le torri.
    Ammira Enea quelle moli, prima tugurii,
    ammira le porte e lo strepito e le vie lastricate.
    Ardenti lavorano i Tirii, parte a innalzare le mura,
    a fabbricare la rocca, a spingere a braccia macigni:
    parte per la sua casa sceglie il suolo e lo cinge col solco.
    Leggi e capi si eleggono, e il venerando senato.
    Qui altri scavano il porto, là vaste al teatro
    le fondazioni altri pongono, e gigantesche colonne
    tagliano dalle rupi, alto ornamento alle scene future.
    Così, mentre è nuova l’estate, per i campi fioriti
    l’ape affatica sotto il sole il lavoro, o che i figli
    adulti guidino fuori, o che, luccicante,
    stipino il miele e gonfino di nettare dolce le celle,
    o i pesi delle tornanti ricevano o, quasi falange,
    l’ignava razza dei fuchi dall’arnie respingano.
    Fervono l’opere, il miele fragrante di timo profuma.
    “O fortunati quelli, di cui le mura già sorgono!”
    sospira Enea, e della città guarda stupito i pinnacoli,
    ed entra, fasciato di nube (stupore a narrarlo),
    e fra la gente si mescola, e da nessuno è veduto.
    Sacro bosco, foltissimo d’ombre, era nel cuore
    della città: qui prima, sbattuti dai flutti e dai turbini,
    i Puni scavarono il segno, che aveva mostrato Giunone sovrana, un teschio d’ardente cavallo: e così in guerra sarebbe grande e opulento pei secoli il popolo.
    Qui un tempio a Giunone, grandissimo, Didone Sidonia
    alzava, prezioso di doni e della presenza del nume.
    Bronzee sopra i gradini sorgevan le soglie, sul bronzo
    poggiavano i travi, stridevano bronzee le porte sui cardini.
    E in questo bosco apparve cosa impensata e lenì
    il timore, qui primamente osò sperare salute
    Enea, e aver più fiducia nel momento terribile.
    Ché, mentre osserva nel gran tempio ogni cosa,
    la regina aspettando, e la ricchezza del popolo,
    e mescersi a schiere gli artefici, e la fatica dell’opere
    ammira, scorge per ordine le iliache battaglie,
    la guerra per fama nota già in tutto il mondo,
    gli Atridi e Priamo, e Achille a entrambi funesto.
    Ristette, e piangendo: “Che luogo c’è, Acate,
    che regione nel mondo, non piena del nostro soffrire?

    Virgilio, Eneide, (1, 418-460), Einaudi.
    traduzione di Rosa Calzecchi Onesti

    Alessandra

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