Archive for aprile 2005

22 aprile 2005

La pregiatina sul rasoio della Cilento

Ore 23:20, quasi un chilometro per la stazione Termini. Gli autobus non passano. L’ultima metro parte dal capolinea, Rebibbia, alle 23:30. Passo svelto, la stanchezza che si scioglie con la stanchezza. Sentivo il digrignare della pregiatina, un frastuono di denti, di imprecazioni. Oggi tutto il giorno fuori. Non sarò mai a casa prima delle 0:00. La pregiatina di sabato è un oltraggio, uno sconfinamento, se la Cilento lavora a Eboli la pregiatina si deve fermare al limitare del venerdì. Ma di venerdì. Il sistema di Splinder è inesorabile, logico, crudele. Dopo il venerdì c’è il sabato. Sms a Elvira: “Metti un post vuoto, la password è xxxxxxxyx”, piedi gonfi, i vestiti che non voglio più addosso, pizzicorio sulle gambe, l’alcol che s’infonde delicato. A Termini non si riesce ad accedere alla metro B per via della chiusura della A, dopo le 21:00. Ore 23:44 sono alla metro Cavour. Ultima metro. Scendo a San Paolo. Oggi non ho la macchina, nemmeno mi dispero di questa assurda coincidenza di cui mi ero dimenticato. L’ultimo autobus parte dal capolinea, Piramide, alle 0:00. Ho tutto il tempo per sfottere la pregiatina, per indovinare chi avrà intervistato. In lontananza, sogno o son desto?, un autobus in fiamme. Sarà un carnevale di fuochi d’artificio o cheneso. Guardo meglio, parlo al telefono, mi dicono che sono un po’ brillo, e mi convinco dei fuochi d’artificio, ma no! È un autobus in fiamme. Intanto defilato passa il mio autobus, salgo. Scatto foto alle fiamme. Puntino in lontananza. Sull’autobus condivido il mio posto con due cani. Nove fermate, alla mia, prenotata, l’autobus prosegue dritto. Altri trecento metri. Scarpe un po’ più strette, maggiore stanchezza sempre più sciolta, sete, pensieri e basta.

Antonella Cilento, scrittrice, critica e insegnante di scrittura (www.lalineascritta.it), ha risposto con entusiasmo alla mia mail. Al telefono, poi, nessuna domanda sul mio nome, la mia identità, la mia provenienza: solo gentilezza, simpatia e disponibilità.
Trascrivo per voi la nostra conversazione e regalo a lei fiori di campo, spontanei e colorati.

(giovedì 12.30)
Pregiatina: Ciao, Antonella, sono La pregiatina.
Antonella: Ciao, bella!
P.: Ti ho telefonato al numero fisso che mi hai dato, non c’eri.
A.: Sì, sto lavorando, sono a Eboli.
P.: Allora ti chiamo stasera, non ti disturbo.
A.: Va bene, stasera o domani mattina.
P.: Ok, cerco stasera.
A.: Va bene, ciao!
P.: Ciao.

(giovedì 21.00)
Pregiatina: Buonasera, potrei parlare con Antonella? (mi ha risposto una voce maschile)
Lui: Sì, un attimo.
Antonella: Pronto?
P.: Ciao, sono sempre io.
A.: Ciao!
P.: Come stai?
A.: Bene, un po’ stanca…
P.: Sì, lo immaginavo. Non ti rubo molto tempo.
A.: No, non ti preoccupare.
P.: Vorrei cominciare dal tuo ultimo libro, Non è il paradiso.
A.: Sì, ma non è l’ultimo, nel 2004 è uscito Nero napoletano.
P.: Scusami, questo mi è sfuggito.
A.: Figurati, non fa niente. (ride leggermente)
P.: Partiamo comunque da Non è il paradiso. Tu qui hai analizzato e criticato fortemente il modo di fare cultura a Napoli, dalle case editrici ai premi letterari. Hai denunciato mezzi sporchi, clientelismo… Credi che la situazione riguardi solo Napoli, il Sud, o sia estendibile a tutta l’Italia?
A.: Penso che ci siano molti elementi comuni a tutta l’Italia, per quello che conosco, che mi è stato restituito. La gestione della cultura è ovunque complicata, anche se poi c’è una peculiarità di Napoli, del Sud, una difficoltà legata a un certo provincialismo meridionale.
P.: Tu sembri molto legata al Sud, ma qual è la tua ricezione nel resto d’Italia?
A.: Ho lettori dappertutto, anche se sono radicata nel mio territorio, ma ho una scuola di scrittura anche a Bolzano, per esempio. Alcuni libri, comunque, hanno una ricezione maggiore a Napoli.
P.: Per quanto riguarda ancora Non è il paradiso, vedo che è stato pubblicato da Sironi. C’è un motivo particolare, forse le case editrici napoletane si sono rifiutate di pubblicare un libro che in qualche modo le denunciava?
A.: No, le cose non sono andate proprio così. Io sono un’autrice Guanda, ho pubblicato tutti i miei libri con Guanda, anche il prossimo che uscirà a ottobre. Solo il primo libro l’ho pubblicato con Avagliano, una casa editrice di Cava dei Tirreni, in provincia di Salerno. Per Non è il paradiso ho invece avuto una committenza specifica, da parte di Sironi, di Giulio Mozzi.
P.: Proprio a Mozzi volevo arrivare, mi sembra che siate molto legati. Cosa mi dici di lui?
A.: Giulio è un amico, abbiamo parlato insieme di questo libro, lui mi ha chiesto di scriverlo.
P.: Il nome della collana mi piace molto.
A.: Sì, Indicativo presente.
P.: Ma continua a parlarmi del tuo rapporto con Mozzi.
A.: Ti dicevo, siamo amici, con lui ho fatto molte cose insieme, è stato spesso mio ospite a Napoli, ai corsi di scrittura, come autore o come insegnante.
P.: Visto che hai parlato di nuovo di Napoli, dimmi qualcosa del tuo ultimo libro, Nero napoletano.
A.: Nero napoletano è un noir, ambientato nella Napoli di oggi, ma con un collegamento interno a una storia del passato. La protagonista lavora nell’ambito dei beni culturali, soffre di agorafobia, crisi di panico, le sembra di riconoscere nelle persone che incontra per strada i personaggi di quadri, e viceversa; alcuni la colpiscono in particolare. Inizia allora un intreccio con la storia di alcuni pezzi trafugati di Gian Battista Vico. Nel corso dell’indagine si capisce che il movente non è un semplice furto, ma una congiura di duecentocinquanta anni prima. La trama comunque è più complicata, non è tutta qui…
P.: Sì, certo, e comunque è meglio non svelarla tutta… Dimmi, invece, perché hai scelto un noir. Forse perché è un genere che va molto adesso?
A.: Il noir va molto da diversi anni, in Italia e altrove. Bisogna però vedere cosa c’è sotto l’etichetta. Il mio libro, per esempio, io non lo definirei totalmente un noir, non sono nemmeno amante del genere in particolare. A volte si tratta di etichette comode per la commercializzazione.
P.: Il tuo prossimo libro, invece, quello che esce a ottobre, che genere è?
A.: È una raccolta di racconti, si chiamerà L’amore, quello vero, se il titolo rimarrà questo… ma non dovrebbe cambiare. L’amore viene trattato in modo eterogeneo, da vari punti di vista, non tutti convenzionali.
P.: Stiamo per concludere… Vorrei che mi raccontassi qualcosa del portale che gestisci.
A.: Il portale segnala tutte le attività dei laboratori, che tengo quotidianamente. Alla gestione del sito dedico alcune ore al giorno, molto del materiale che immetto è opera dei ragazzi che collaborano con me.
P.: Per chi accede dall’esterno, si può avere un contatto diretto con te?
A.: Sì, c’è una mailing-list e comunque si può parlare direttamente con me, rispondo sempre io alle mail che mi arrivano. Poi tengo anche corsi on-line.
P.: Sei molto impegnata, scrivi anche su giornali…
A.: Sì, scrivo per L’Indice, Il Mattino di Napoli, Il Sole 24 ore Sud, che è l’inserto meridionale del Sole.
P.: Ok, allora ti lascio andare… Ti faccio sapere quando esce l’intervista… cioè, esce sicuramente domani, appena l’avrò trascritta… comunque ti faccio sapere.
A.: Va bene. Grazie.
P.: Ciao, grazie a te, sei stata gentilissima.
A.: No, ma di che… ciao.
P.: Ciao.

Ieri notte dimenticavo di dire che La pregiatina ha deciso che da ora in poi farà un dono, che è un po’ come il giudizio universale, a ogni intervistato: un’immagine, possibilmente uno dei suoi scatti. Un lato romantico sorprendente…

21 aprile 2005

Dove si sta meglio seduti sui gradini? Santa Maria in Trastevere, Campo de’ Fiori, Ghetto, San Lorenzo?

21 aprile 2005

Convincevo il mostro ad appartarsi nelle stanze pulite d’un albergo immaginario

I fiori vengono in dono e poi si dilatano
una sorveglianza acuta li silenzia
non stancarsi mai dei doni.
Il mondo è un dente strappato
non chiedetemi perché
io oggi abbia tanti anni
la pioggia è sterile.
Puntando ai semi distrutti
eri l’unione appassita che cercavo
rubare il cuore d’un altro per poi servirsene.
La speranza è un danno forse definitivo
le monete risuonano crude nel marmo
della mano.
Convincevo il mostro ad appartarsi
nelle stanze pulite d’un albergo immaginario
v’erano nei boschi piccole vipere imbalsamate.
Mi truccai a prete della poesia
ma ero morta alla vitale viscere che si perdono
in un tafferuglio
ne muori spazzato via dalla scienza.
Il mondo è sottile e piano:
pochi elefanti vi girano, ottusi.
C’è come un dolore nella stanza, ed
è superato in parte: ma vince il peso
degli oggetti, il loro significare
peso e perdita.
C’è come un rosso nell’albero, ma è
l’arancione della base della lampada
comprata in luoghi che non voglio ricordare
perché anch’essi pesano.
Come nulla posso sapere della tua fame
precise nel volere
sono le stilizzate fontane
può ben situarsi un rovescio d’un destino
di uomini separati per obliquo rumore.

Amelia Rosselli, Documento, 1976

Grazie ad Alessandra P.F. per questo viaggio.

21 aprile 2005

Scomposizione e associazione

Joseph Ratzinger. Un bel nome, potente e affilato, non c’è che dire: ma cosa ci ricorda? O meglio: quale corda remota eppure ben tesa si mette a vibrare, come una verità incongrua, quando ascoltiamo questo nome? L’incongruo è un magazzino di ciarpame: coincidenze e casi che accendono maligne lampadine, distraendoci dalla ricerca di verità più fondate con lo splendore dell’insignificanza. E allora, abbandonandoci alla sirena dell’associazione casuale e incongrua, lentamente riemerge il ricordo ed è inevitabile definirlo inquietante. Uno degli ultimi racconti di Franz Kafka, se non proprio l’ultimo, incomincia così […]: «La nostra cantante si chiama Josephine. Chi non l’ha mai ascoltata non sa quale possa essere la potenza del canto. Al suo canto nessuno può resistere, cosa tanto più notabile in quanto la nostra specie, nel suo insieme, non ama la musica. Pace e silenzio; questa è la musica che preferiamo». Chi parla è il popolo dei topi, impegnato a proteggere la sua riottosa, straordinaria cantante dei presunti nemici di lei. Joseph, Josefine. In tedesco «Topo» è Ratte. «Cantare» è Singen. […]

Stefano Bartezzaghi, La Repubblica, 21 aprile 2005, pag. 49

21 aprile 2005

Parlare dell’arte

…è difficile parlare dell’arte. Quando è fatta di parole nelle arti letterarie, tanto più quando è fatta di colori, suoni, pietra o che altro in quelle non letterarie, pare che esista in un mondo tutto suo, al di là della portata delle parole. Non solo è difficile parlarne: sembra inutile farlo. […] L’evidente inutilità di parlare dell’arte sembra allearsi ad una profonda necessità di parlarne senza fine.

Geertz, Antropologia interpretativa, Il Mulino, 1988

21 aprile 2005

Il coraggio di avere un nome

Basta con gli pseudonimi, i nomi diversi, le diverse identità, i nomignoli patetici, i nomi mozzati. Qui vorrei che ci si firmasse almeno con il nome di battesimo e che possibilmente sia quello vero; è gradito anche il cognome. Da ora in poi, ogni volta che mi accorgerò di pluralità di nomi di una stessa persona cancellerò il commento.

21 aprile 2005

Perché

"I can’t marry you, darling," she said.
"Why not? Do you want a younger man?"
"Yes, darling, but not one. I want seven, one right after the other."
"Oh," he said.

John Cheever, Artemis, The Honest Well Rigger, in The World of Apples, 1973

20 aprile 2005

Sui rami indecisi

Sui rami
indecisi
andava una fanciulla
ed era la vita.
Sui rami
indecisi.
Con uno specchietto
rifletteva il giorno
che era lo splendore
della sua fronte pura.
Sui rami
indecisi.
Sulle tenebre
andava sperduta,
piangendo rugiada,
prigioniera del tempo.
Sui rami
indecisi.

Federico Garcia Lorca, Prigioniera

20 aprile 2005

La dimensione della rabbia

Non c’è dimensione nella rabbia, reazione o controreazione; è fluire aspecifico, gorgogliare, ribollire, putrido limo e bile. Esperienza conoscitiva.

20 aprile 2005

L’intesa di un attimo si disperde nella folla

[…]
Forse riavrò un aspetto: nella luce
radente un moto mi conduce accanto
a una misera fronda che in un vaso
s’alleva s’una porta di osteria.
A lei tendo la mano, e farsi mia
un’altra vita sento, ingombro d’una
forma che mi fu tolta: e quasi anelli
alle dita non foglie mi si attorcono
ma capelli.
Poi più nulla. Oh sommersa!: tu dispari
qual sei venuta, e nulla so di te.
La tua vita è ancor tua: tra i guizzi rari
dal giorno sparsa già. Prega per me
allora ch’io discenda altro cammino
che una via di città,
nell’aria persa, innanzi al brulichio
dei vivi; ch’io ti senta accanto; ch’io
scenda senza viltà.

Eugenio Montale, Incontro, in Ossi di seppia

La via assordante strepitava intorno a me.
Una donna alta, sottile, a lutto, in un dolore
immenso, passò sollevando e agitando
con mano fastosa il pizzo e l’orlo della gonna,
agile e nobile con la sua gamba di statua.
Ed io, proteso come folle, bevevo
la dolcezza affascinante e il piacere che uccide
nel suo occhio, livido cielo dove cova l’uragano.
Un lampo… poi la notte! – Bellezza fuggitiva
dallo sguardo che m’ha fatto subito rinascere,
ti rivedrò solo nell’eternità?
Altrove, assai lontano di qui! Troppo tardi! Forse mai!
Perché ignoro dove fuggi né tu sai dove vado,
tu che avrei amata, tu che lo sapevi!

Charles Baudelaire, A una passante, in I fiori del male