Archive for maggio 2005

30 maggio 2005
Trani tra i libri di Castelvecchi ne trova uno fenomenale
 
di tanto in tanto alberto castelvecchi che, sia detto con simpatia, pubblica una marea di cazzate, riesce a sorprendermi con qualche delizia, inattesa epifania. e allora trasformiamola questa ultima, rara epifania in geografia. satchidanandan è un sessantenne poeta e scrittore nativo del kerala, uno dei maggiori esponenti della corrente modernista della letteratura indiana, appartenente al ristretto gruppo di artisti che scrive nella lingua malayalan, idioma comune ai circa settanta milioni di persone che popolano il kerala. i riti della terra raccoglie, per la prima volta in italia, una selezione di componimenti dalle principali raccolte del poeta indiano. scrive satchidanandan:
il giovane hua tze, nato nel sung / s’ammalò d’amnesia: / dimenticò / di sedersi quand’era in casa sua, / di camminare / quand’era per la strada. / non ebbe più memoria / di cibo, abiti, sonno, / si scordò / la notte, il giorno, gli amici, i parenti / e perfino il suo nome. / sempre / era stato qualcuno: / in poco tempo diventò nessuno. / né medici né maghi / riuscirono a curarlo: / ultimo venne / men tze, grande maestro / a dare il suo consiglio. / per tre giorni e tre notti / non ricevette cibo e solo allora / ricordò di mangiare. / fu disteso / su una lastra di ghiaccio: / allora in lui si riaccese l’idea / di vestiti e lenzuola. / dopo lo ricondussero / dentro il tempo presente / e ricordò il passato: / riattivato il passato / riebbe la memoria del futuro. / lentamente / ritrovò tutti i suoi ricordi / e / si ridestò con un grido tremendo. / disse al grande men tze: / come nessuno non avevo peso, / non poter ricordare / era la libertà / dove avevo smarrito / tanto legami che preoccupazioni. / ora, sulle mie spalle / ritornano a gravare tutti i pesi, / quelli portati e quelli da portare: / già sento penetrare, / rompendo il cerchio della mia esistenza, / dolore e solitudine. / ti prego! / allontana da me questa memoria. / ma neppure men tze / poteva riportarlo nel felice / limbo dell’amnesia: / per questo noi, / progenie di hua tze, continuiamo / a subire il castigo / di ricordare tutto e rimanere / sempre / qualcuno.
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29 maggio 2005

Le donne della pietra lunare

«secche e nervose, con ventri cavi in cui ristagna la tenera carne come la giuncata nelle fiscelle; con tendini e nervi, non muscoli, correnti per la dolce sostanza che le informa; con fronti e occhi umili e appassionati, non sereni, imploranti, umili, balenanti di minaccia, di ritrosia, d’orgoglio e di sfrenata passione; vestite di pudore e di nobile lussuria, ombrose, languide e fiumali come olio dalla macina; con piccole onde di carne diafana e perlacea rigonfiatisi contro la gabbia fragile delle costole, con mani…»

Tommaso Landolfi, La pietra lunare, Adelphi

29 maggio 2005

I pensieri sulla luna

"Voi non ce lo manderete mai un dannato uomo sulla dannata luna e se pure ci riuscirete non combinerete un dannato nulla."

John Cheever, Lo scandalo Wapshot, di prossima pubblicazione Fandango

29 maggio 2005

La ronda di sillabe mute

 

Nell’ore a capo chino, nell’ore

perdute, a volte d’intorno

si libra ronzando, ci sfiora

la ronda di sillabe mute,

gli scarabei della favola! accenni

di labiali, di sibilanti senza

vocali, impalpabili impronte

di voci negate anelanti

a una cellula d’aria che vibra;

messaggi degli erebi vani

che in noi scava il tempo, svanite

crisalidi d’aspettazioni

discese senza ritorni

che forse un barlume rimuove

da un labirinto di giorni,

in bilico su minimi vortici

di silenzio, o sospese ad un filo

di senso, hanno la misura

dell’attimo di sabbia che scende…

poi dispaiono, le riprende

un’altra ronda più scura.

Lucio Piccolo, Ronda, in Gioco a nascondere

27 maggio 2005
Malaroma, Padapè, Rossomalpelo
 
L’ufficio stampa mi ha invitato, e io ci sono andata con piacere: mercoledì, alla libreria Mondadori di via Piave, Sergio Gaggiotti-“Rossomalpelo” in carne e ossa, parole e musica.
Reading ed esecuzioni dal suo libro-cd (Malaroma il libro, Padapè il cd) edito da Nutrimenti: due racconti lunghi e quattro canzoni inedite, per un autore ricco di semplicità. Nel senso più vero del termine.
Oggi l’ho chiamato, e lui si è raccontato.
 
Pregiatina: Pronto, Sergio?
Sergio: Sì?
P.: Ciao, mi chiamo La pregiatina. Scrivo su un blog, ti vorrei intervistare.
S.: Sì.
P.: Ascolta, mercoledì sono venuta alla tua presentazione alla Mondadori, ti vorrei fare qualche domanda al riguardo.
S.: Sì, aspetta che spengo lo stereo (sento musica, infatti. Spegne).
P.: Allora, vorrei cominciare dagli ambienti di cui hai parlato, quelli di periferia: quanto ti appartengono?
S.: Ci sono nato e cresciuto, fino ai ventott’anni.
P.: Dove precisamente?
S.: Sono nato alla Magliana, poi sono andato ad abitare a Cinecittà, quando era ancora l’ultimo quartiere di Roma. Pensa che davanti casa mia non c’era nemmeno la strada. Poi, quando sono andato via di casa, mi sono trasferito a Centocelle.
P.: Io ho letto anche la scheda del tuo libro, ho visto che sei stato paragonato a Pasolini e Ammaniti: tu ti rivedi in questi autori, ti sei ispirato in qualche modo a loro, li hai letti molto?
S.: Pasolini sì, l’ho letto tantissimo, lo amo molto: ha raccontato la città come pochi altri hanno saputo fare. Forse ho cercato di sviluppare alcuni suoi temi… ma non mi sono rifatto a lui!
P.: E Ammaniti?
S.: Ammaniti pure l’ho letto, soprattutto le prime cose, poi ho visto la sua trasposizione cinematografica, quella di Io non ho paura. Comunque non mi ispiro direttamente a loro, ma forse ci sono alcuni temi in comune, cose che mi danno la scossa, alcuni luoghi che sono gli stessi.
P.: Ho capito.
S.: …e poi sono realtà completamente diverse, dico soprattutto quella di Pasolini. Lui descrive il dopoguerra, persone differenti, marginalità diverse, lotte politiche. C’era un contesto politico differente.
P.: Ok. Ti volevo chiedere un’altra cosa. Mercoledì, per tutto l’incontro, mi ha colpito molto una specie di filone che mi è sembrato di individuare, un tema ricorrente: tu hai fatto più volte riferimento al concetto di “parola”, la capacità di parlare che si conquistano i personaggi, il collegamento tra idea, scrittura e di nuovo idea; poi hai citato “dialetti, esperanto”… Vorrei sapere se sia stata solo una mia impressione o se questo motivo sia per te davvero importante.
S.: Sì, forse è così. Per me la parola è l’unico strumento che riesce a rendere perfettamente l’idea. Non so, magari la fotografia è abbastanza precisa, ma è statica. Un film è dinamico, ma non riesce a entrare all’interno di tutte le sensazioni. La parola, invece, riesce a descrivere tutti i dettagli. Anche io, scrivo prima le parole e poi la musica.
P.: Tu nasci come cantautore e poi come scrittore, vero?
S.: Sì. Ho studiato la chitarra a livello professionistico, poi ho dovuto smettere per motivi legati alle mani. Allora ho cominciato a scrivere, prima di tutto canzoni per gli altri, anche poco dignitose ti devo dire.
P.: Come mai?
S.: Purtroppo in certi ambienti non c’è la possibilità di raccontare cose interessanti, c’è una specie di censura. Così ho sentito il bisogno di dire cose diverse, cose mie. Per un’impellenza tutta mia.
P.: Mercoledì ho notato un’altra cosa: dopo le canzoni tutti applaudivano; dopo la lettura, invece, rimanevano tutti in silenzio. Perché secondo te? Forse queste due forme d’arte vengono percepite e vissute in modo diverso, con un diverso coinvolgimento, un approccio diverso?
S.: Sì, sono due approcci sicuramente diversi. Spesso partecipo anch’io a dei reading e non applaudirei: sembra un contesto più formale. Quello delle canzoni è invece un divertimento diverso. Quando poi leggo un brano, staccato da quello che viene prima e quello che viene dopo, non sempre è facile capire perché ho scelto proprio quella parte. La musica, invece, arriva direttamente: anche se il testo non si capisce subito, comunque la musica arriva.
P.: A proposito delle parole e della musica, dell’unione del libro al cd, si può pensare a un collegamento tra questi due? come se le canzoni fossero una specie di colonna sonora dei racconti?
S.: No, no, non ho pensato questo. L’unione è nata dal fatto che io avevo voglia di fare un disco e avevo voglia di fare un libro, e ho avuto la fortuna di poterli fare contemporaneamente perché l’editore me ne ha dato la possibilità. Ho anche scoperto che loro mi conoscevano già, come musicista.
P.: Invece il libro è il primo che scrivi?
S.: Sì, è il primo.
P.: Quando è uscito precisamente?
S.: Dai primi di maggio, forse dalla fine di aprile… comunque prima della fiera di Torino.
P.: Ci sei andato a Torino?
S.: No, io no, ma Nutrimenti sì, avevano un loro stand.
P.: Ho capito. Senti, ora ti do l’indirizzo a cui puoi leggere l’intervista.
S.: Certamente, sì, sì.
P.: Allora: www.luccone.com. “L” di Livorno. Io ora la scrivo, ma la puoi leggere sicuramente domani mattina.
S.: Va bene. Ma tu come ti chiami?
P.: Mi firmo “La pregiatina”, ma non ti posso dire il mio vero nome.
S.: No, no, capisco (gentilissimo, molto alla mano). È che prima non l’avevo capito, ma va bene quello d’arte, giusto perché ci siamo parlati, per sapere come individuarti.
P.: Sì, hai ragione. Ok, Sergio, allora ti ringrazio.
S.: Ringrazio io te (è una persona veramente piacevole, da quello che riesco a intuire).
P.: Ciao, buon lavoro.
S.: Buon lavoro a te!  

26 maggio 2005

Poesia a via Giulia

Margherita Buy sul sagrato di San Giovani dei Fiorentini. A dar voce ai versi di Catullo, Ovidio e Montale. Accompagnata dal piano di Paolo Di Sabatino. Con il reading dell’attrice, stasera alle 21 prende il via “Poesia in via Giulia”. Fino al 5 giugno a piazza dell’Oro e dintorni spazio a dibattiti, esposizioni, letture e performance letterarie. Venticinque le case editrici che partecipano, con stand e presentazioni di libri, alla manifestazione organizzata dal Punto Einaudi di via Giulia e con la partecipazione dell’assessorato comunale alla Cultura. Ogni giorno, alle 21, le serate sono dedicate ai grandi poeti: domani sarà la volta di Sandro Penna, sabato di Dino Campana, il 30 maggio di Jorge Luis Borges. Quindi spazio a Pier Paolo Pasolini, Sylvia Plath e Bertold Brecht (rispettivamente il primo, il tre e il cinque giugno). Altro ospite d’eccezione, sabato alle 20, Andrea Camilleri, che renderà un suo personale omaggio alla poesia. Infine, il 4 giugno, si terrà un laboratorio rivolto ai bambini delle scuole elementari in un percorso scandito dalle poesie.
Via Giulia da oggi al 5 giugno (info: 06 6875043)

Marco Occhipinti, La Repubblica, 26 maggio 2005, pag. XVI

26 maggio 2005

Avoledo

“L’elenco telefonico di Atlantide” è un’avventura molto particolare, perché fonde una serie di suggestioni in un’unica vicenda dalle molte sfaccettature. A tratti pare di trovarsi in una vicenda di Indiana Jones, in altri nei panni di Martin Mystere, in altri in un romanzo di Dick, in altri ancora in un film dei fratelli Wachowski. Ma una delle “tensioni motrici” del romanzo è la battaglia tra il Bene ed il Male (il ruolo della Covenant per Rovedo è a tratti quello della “Spectre” per James Bond). Ritieni quella tra Bene e Male una distinzione netta?

No, purtroppo. O dovrei dire per fortuna? Nella Wehrmacht di Hitler c’erano molte persone buone, così come in quello che Reagan definì “L’Impero del Male” c’erano (come ha felicemente intuito Mr. Sting…) molte persone che amavano i loro bambini. Nel mio libro è rispecchiata proprio questa ambivalenza, l’impossibilità di tracciare chiari confini morali. Alcuni personaggi apparentemente “cattivi” si rivelano “buoni”, i nemici diventano amici e viceversa. Al tempo stesso sono certo che il Male esiste. Non sono altrettanto sicuro che esista il Bene. Trovarlo – nella storia, così come nella vita, è così difficile. Per trovare il Male, invece, dovete solo leggere un libriccino edito da Giuntina, “La notte” di Elie Wiesel. E’ un libro autobiografico. Parla di un bambino ad Auschwitz. Dovrebbe essere adottato come lettura obbligatoria per i nostri figli. Così come li vacciniamo contro le malattie dovremmo vaccinarli anche contro l’odio e il razzismo, per dire solo due aspetti del Male. Credo che la lettura di quel libro li vaccinerebbe. Io l’ho letto tardi. Comunque uno dei motivi per cui non credo esista una lotta tra il Bene e il Male è che non ricordo nessuna vittoria del Bene, ultimamente. Il che vorrebbe dire che forse la guerra c’è stata ma è già finita. Non è una cosa che mi faccia molto piacere pensare. Comunque nel mio romanzo la descrizione della lotta tra il Bene e il Male e tutto l’altro “arredamento mitico-spirituale” vengono cortesemente forniti da un personaggio che alla fine si rivela un grande bugiardo. Trai tu le conseguenze…

Marco Mocchi intervista Tullio Avoledo. Qui l’intervista completa.

26 maggio 2005

Il potere del gin

Gin makes some people gay–it makes them laugh and cry–but with my sister it only made her sullen and withdrawn. When she was drinking she would retreat in to herself. Drink made her contrary. If I’d say the weather was fine, she’d tell me it was wrong If I’d say it was raining, she’d say it was clearing. She’d correct me about everything I said, however small it was. She died in Bellvue Hospital one summer when I was working in Maine. She was the only family I had.

John Cheever, Sorrows of Gin

25 maggio 2005

Inseguimento di onde

Il sole non era ancora sorto. Non si distingueva il mare dal cielo, solo che il mare era appena increspato, quasi una stoffa raggrinzita. Mentre il cielo sbiancava a poco a poco, una linea cupa si stendeva lungo l’orizzonte a separare il mare dal cielo e sulla stoffa grigia si disegnavano, mobili, fitte strisce, l’una dopo l’altra, sotto la superficie, in una fuga perpetua, in un perpetuo inseguimento. Nell’avvicinarsi alla riva ogni striscia s’impennava, s’accumulava, si frangeva infine, spazzando la sabbia con un sottile, candido velo d’acqua. L’onda s’acquetava, poi si ritraeva, sospirando, come un dormiente il cui respiro va e viene, inconsapevolmente.

Virginia Woolf, Le onde


Il mare è appena increspato e piccole onde battono sulla riva sabbiosa. […] Il signor Palomar vede spuntare un’onda in lontananza, crescere, avvicinarsi, cambiare di forma e di colore, avvolgersi su sé stessa, rompersi, svanire, rifluire. […] isolare un’onda separandola dall’onda che immediatamente la segue e pare la sospinga e talora la raggiunge e travolge, è molto difficile; così come separarla dall’onda che la precede e che sembra trascinarsela dietro verso la riva, salvo poi magari voltarglisi contro come per fermarla.

Italo Calvino, Lettura di un’onda, in Palomar

23 maggio 2005
La visione del re
 
centomila uccelli intraprendono un lungo viaggio alla ricerca del proprio re, simurgh. incontrano principesse, giovani dal petto d’argento, fanciulle con il volto di luna, uomini e arcangeli. attraversano sette valli, la valle dell’amore, la valle della conoscenza, la valle del distacco, la valle dell’unificazione, la valle dello stupore, la valle della privazione, la valle dell’annientamento. alla fine del viaggio soltanto trenta raggiungono la visione del re, simurgh, che questo proprio significa, trenta uccelli. questa la trama del poema il verbo degli uccelli, capolavoro della letteratura mistica persiana, attribuito al maestro del sufismo farid ad-din attar, vissuto fra il xiii e il xiii secolo. a questo testo s’ispira in search of simurgh, l’ultimo album dei radiodervish, che ora, mentre scrivo, sto ascoltando.