Archive for giugno 2005

29 giugno 2005

Il talento nel citare pesa come un macigno

 

L’anno moriva, assai dolcemente. Il sole di San Silvestro spandeva non so che tepor velato, mollissimo, aureo, quasi primaverile, nel ciel di Roma. Tutte le vie erano popolose come nelle domeniche di maggio. Su la piazza Barberini, su la piazza di Spagna una moltitudine di vetture passava in corsa traversando; e dalle due piazze il romorìo confuso e continuo, salendo alla Trinità de’ Monti, alla via Sistina, giungeva fin nelle stanze del palazzo Zuccai, attenuato. Le stanze andavansi empiendo a poco a poco del profumo ch’esalavan ne’ vasi i fiori freschi. Le rose folte e larghe stavano immerse in certe coppe di cristallo che si levan sottili da una specie di stelo dorato slargandosi in guisa d’un giglio adamantino, a similitudine di quelle che sorgon dietro la Vergine nel tondo di Sandro Botticelli alla galleria Borghese. Nessuna altra forma di coppa eguaglia in eleganza tal forma: i fiori entro quella prigione diafana paion quasi spiritualizzarsi e meglio dare imagine di una religiosa o amorosa offerta.

 

Gabriele D’Annunzio, Il Piacere

 

Il giorno moriva, assai ferinamente. Il sole decadendo tra il Porto e Marchiafava mandava rantoli focosi contro le tende ai balconi di palazzo Cìcio, disegnava sul pavimento del salone i trafori e gli sfilati dei ricami, le ghirlande i putti le fanciulle in circolo danzanti. Gli effluvi di cipria, di mirra, feminei e dolci, delle pomelie, delle dature, nelle giare invetriate, vagavano per l’aere, invadevano la casa. Il barone don Nenè, sulla dormeuse, aspirava a nari aperte que’ balsami ai suoi nervi, alle sue ansie, quel sollievo al suo tedio, alla sua spossatezza. La pomelia surtutto, il fiore di mamà. Sposa, avea portato in Cefalù quest’alberella che regna in ogni altana, verone, loggia, belvedere, brolo di Palermo, spampana nelle Flore, nelle Cube, nelle Zise, nelle Favare, che è, il fior suo, la candida corolla, il parfumo suadente, la pelle setosa d’oriente, quasi l’emblema, il Giglio di quella gentile capitale, delizia dei Florio, trono e trionfo di Santa Rosalia.

 

Vincenzo Consolo, Nottetempo, casa per casa

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28 giugno 2005

Dentro Gola Profonda e i modi di dire

«È cambiato tutto.» Si dice sempre così quando il discorso cade sulla Golden Age dei genitali in pellicola 35mm e si incappa una volta di più nel grossolano errore di sempre: la pornografia dentro il discorso piuttosto che fuori. Le giovani performers modellate da bisturi e silicone che nelle ultime sequenze del documentario firmato dalla coppia Bailey/Barbato guardano in macchina e dichiarano di non aver mai visto Deep Throat fanno parte della generazione Vivid, Wicked, Private, Platinum X, Red Light District, VCA. Improprio etichettarle come le nipotine di Linda Lovelace. Sono le starlettes dell’Eldorado hard di questo millennio, un business che (alla faccia dei bigotti e dei latrati dell’amministrazione Bush) nel 2004 ha dato origine a un volume d’affari di dieci miliardi di dollari, come ha rivelato recentemente Paul Fishbein, boss di A.V.N., alla rivista francese Hot Video.
Lontano il 1972 di Gerard Damiano (aka Jerry Gerard), ex parrucchiere del Queens reinventatosi filmaker in un’epoca in cui negli ambienti della controcultura e della contestazione si auspicava una normalizzazione culturale della pornografia guardando ad essa come a un fattore trascinante per la rivoluzione sessuale. L’età di Radley Metzger e Annette Haven, di Cecil Howard e dell’O’Farrell Theater di San Francisco, del matrimonio in convalescenza dopo la botta ricevuta dal libero amore, della Corte Suprema tra le grinfie di Nixon e anche della mafia italoamericana (Louis Peraino & Co) che si butta nell’affare generato dal più famoso lungometraggio hard della storia.
Gola Profonda: 600 milioni di dollari d’incasso contro i 25.000 bigliettoni spesi per realizzarlo in Florida (nella magione di un sedicente conte libertino) e in appena sei giorni di riprese nel gennaio del ‘72. Prima proiezione pubblica al New World Theater di New York. Lunghe code davanti ai cinema. Frank Sinatra ne acquista una copia da proiettare tra le mura domestiche. Jackie Onassis e Truman Capote vanno a vederlo. Johnny Carson ne parla. Bob Hope ne parla. Il New York Times ne parla. Gli intellettuali vaneggiano di “Porno Chic”. I maniaci religiosi insorgono. Un po’ di gente trova un impiego pagato in nero contando gli spettatori per Cosa Nostra o partecipando alla distribuzione nei diversi Stati. La polizia fa quel che può, ovvero blocca le proiezioni, spacca tutto, effettua degli arresti. Harry Reems, protagonista maschile preso di mira dai giudici federali come capro espiatorio, rischia cinque anni di galera (in alcune immagini di repertorio lo vediamo insieme a Jack Nicholson e Warren Beatty) e cade nella spirale dell’alcolismo. Linda Lovelace (New York, 1949-Denver, 2002), all’anagrafe Linda Susan Boreman, diventa una celebrità, tuffa il naso nella coca e nel 1981, passato da un pezzo il momento magico, prova a reinventarsi fervente religiosa, femminista convinta, pornostar redenta: “Quando guardate il film Gola profonda, mi guardate mentre mi stuprano, è un crimine che il film sia ancora proiettato; c’era una pistola puntata alla mia testa in ogni momento”. Qualche anno su questa strada, poi un pietoso tentativo di comeback e di nuovo il baratro del dimenticatoio.
Un’avventura rocambolesca, divertente e drammatica al tempo stesso, di sicuro più grande dell’esile canovaccio (medico buontempone che localizza il clitoride nella trachea della paziente) e delle indubitabili carenze tecniche della troupe che ci lavorò su. Per raccontarla ora, a tre decenni di distanza, c’è Inside Gola Profonda, non-fiction proposta dal produttore Brian Grazer a Fenton Bailey e Randy Barbato, autori di Monica in black and white (sul caso Lewinsky) e Party Monster, interpretato da Macaulay Culkin.
“Gola Profonda innescò una sorta di reazione a catena” sostiene Grazer. “perché accanto all’enorme quantità di gente che voleva vedere il film e che lo amava, c’era un’altrettanto grande quantità di persone, soprattutto tra le autorità politiche e legali, che voleva che il film venisse tolto dalle sale, e questo aprì un dibattito nel paese.”
Curiose, anzi inquietanti le non poche similitudini tra l’America attuale e quella di ieri sul piano della repressione Gerard Damianoculturale finalizzata a dirottare l’attenzione dell’opinione pubblica lontano dai veri mali a stelle e strisce.
Presentato nella sezione “Panorama” al 55° Festival di Berlino (la voce narrante della versione originale è quella di Dennis Hopper), il film si avvale di contributi eccezionali scelti tra oltre 800 ore di interviste: Wes Craven che conferma le voci su un suo apprendistato nel porno, gli scrittori Norman Mailer e Gore Vidal, il boss di Playboy Hugh Hefner e il suo sempre combattivo rivale Larry Flynt, Erica Jong e Camille Paglia. Damiano, oggi felicemente a riposo, racconta come gli venne in mente di rendere sullo schermo l’orgasmo femminile attraverso la tecnica kubrickiana del jump-cutting: primi piani della Lovelace alternati a fuochi d’artificio e alla sequenza sminuzzata di un razzo in fase di decollo. Personaggi grandi e piccoli della vicenda riferiscono aneddoti, sparano battute, tornano con la memoria al clima sociale dei ’70: femministe pro-pornografia, femministe contro; cazzo e clitoride, Vietnam e Watergate.
Un anno e mezzo di lavoro in sala di montaggio si vede tutto: ritmo, musica, immagini suggestive rendono Inside Gola Profonda un’opera bella e importante quanto Boogie Nights di Paul Thomas Anderson e Larry Flint di Milos Forman. Ideale compendio al saggio di Piero Calò e Giuseppe Grosso Ciponte: Gola profonda- La pornografia prima e dopo Linda Lovelace (Lindau, 2002) e preludio all’imminente arrivo del Dvd del film di Damiano distribuito in Italia da Dolmen Home Video.

Nino G. D’Attis, tratto da http://www.blackmailmag.com/

27 giugno 2005

Perceber di Leonardo Colombati, un altro interessante autore di Sironi

Nel 1932 dalle rive di un luogo incantato noto con il nome di Perceber giungevano i fruscii dei datteri e le imprecazioni delle donne, le prime domande – «¿Dónde está?», «¿Qué es eso?» – e dal largo un’Oscillazione lunga e cangiante barriva innalzandosi a guisa di proboscide, abbattendosi con spruzzi di tartarughe moribonde, meros, fondali, langostas, conchiglie e una vasta crisi economica echeggiava da La Coruña ad Almería il Crollo di Wall Street di tre anni addietro. Calo delle esportazioni di settantasei punti, ottocentomila operai disoccupati… un’Onda Anomala che in cresta reca le effigi di Gil Robles e Goicoechea e schiaccia il Governo repubblicano, frantumando le riforme azañiste…

A quei tempi Perceber era quasi tutta di legno e sulle sue calli polverose le case erano sistemate in modo casuale senza che ve ne fossero due di seguito verniciate con lo stesso colore – se si guardava bene sotto l’implacabile corteccia di Fuligine – e tutte avevano minuscole verande tra le cui assi proliferavano il basilico e i nidi di lucertola e i ragazzi innamorati raschiavano lo sporco delle pareti con le unghie o i temperini per fare apparire come un miracolo i nomi dell’Amore assoluto, in rosso stinto, celeste, rosato o più disperatamente giallo.

Fu in un’alba estiva del Novecentotrentasei che Alonso Barrulho chiuse uno dei capitoli più tristi della storia di Perceber, inaugurandone uno decisamente noioso. Nessuno ricorda il colore del cielo di quel mattino, né un’anomalia solare, perché a quell’ora dormivano tutti: la Festa della sera precedente aveva superato in sfrenatezza pure il Carnaval di Águilas e sotto le palme di Plaza Juan Moreno resistevano soltanto gli scheletri dei banchi del mercato, le fallas erano ridotte in cenere crepitante, mentre qualche pupazzo del tiro al bersaglio rotolava tra pozzanghere di horchata, rivelando il volto peloso del Governatore, i baffi trasparenti di Don Isidro e un paio di malriuscite Maschere di stelle hollywoodiane. Da quel giorno gli Aracon, proprietari di qualunque quadrupede da latte o macello della Murcia, impedirono al piccolo Josè di mettere il naso fuori di casa se non per due pomeriggi alla settimana; lo sorvegliava una balia magrissima e cattiva che in paese chiamavano Arbor Infelix, mentre nel Giardino seguiva malinconicamente i giochi delle sorelline. La reclusione terminò quando lo sfortunato compì tredici anni e in molti si segnarono nel vedere la pelle verdognola adagiarsi su una impalcatura così fragile da non poter servire – secondo l’esclamazione di un dimenticato dalle cronache – «nemmeno come trespolo a una cinciallegra». Era diffusa la convinzione che quegli occhi fossero stati i soli…  oltre a quelli di Alonso Barrulho, evidentemente… a vedere l’alba fatale, di certo diversa, terribile o almeno spettacolare, visto che trasformò per sempre la vita e della gente del Golfo di Mazarrón. Accadde, infatti, che Alonso Barrulho rimase muto. Un evento che in qualsiasi altra comunità avrebbe certamente provocato costernazione e pietà… Ma a Perceber tutti ne furono addirittura sconvolti, perché da quelle parti il Silenzio era un suono del tutto sconosciuto, un Miracolo irriproducibile pure per le fattucchiere che ogni anno giungevano in paese per la fiesta.

Leonardo Colombati, Perceber, dal primo capitolo, Sironi editore

27 giugno 2005
Qualche altro ricordo di Ferrero. Più irresistibile della nutella
 
qualche citazione per concludere l’excursus nel libro di ernesto ferrero, i migliori anni della nostra vita. libro di cui consiglio appassionatamente la lettura, per chi ama il genere, perché è in assoluto il migliore dei tanti usciti sulla storia di casa einaudi, il più onesto, meno agiografico, più profondo, poetico. "la felicità che l’editore perseguiva era di qualità langarola, insieme terragna e umbratile, di lunghe radici e leggera come una foglia. era il piacere che nasce dall’accudire una vigna, tirare su un muro, costruire una stalla modello, una tinaia. era il gusto di inseguire qualcosa che aspetta al di là dell’orizzonte conosciuto, di scovare prima degli altri le cose che stanno nascendo o maturando. correre senza fermarsi, non accontentarsi mai, guardare sempre in avanti, rilanciare la posta". "a tutti – redattori, tecnici, fattorini – ogni giorno veniva chiesto qualcosa che assomigliava all’impossibile, e tutti lo facevano senza discutere. l’emergenza, la rincorsa, erano la normalità"."una piccola leggenda interna, appena sussurrata e mai confermata da alcuno, vuole che prima di ritirarsi all’albergo roma, nell’agosto 1950, pavese avesse tracciato sui muri bianchi del corridoio scritte feroci. era forse l’estremo tentativo di colpire l’editore, marchiarlo a fuoco. perché l’editore non si lasciava mai raggiungere, stringere in un angolo, meno che mai ferire. ti scappava dalle mani, ribaltava le posizioni, da nemico che doveva essere te lo ritrovavi accanto, beffardo, addirittura complice. improvvisamente la tua ira sbolliva, ti sentivi sciocco, ridicolo. una volta che pavese e natalia, per una volta alleati, gli avevano scritto che basta, se ne andavano per sempre, magari in america, lui aveva ritornato ai mittenti la lettera – come sempre faceva quando gli arrivava una comunicazione sgradevole – dopo averci scarabocchiato a matita, con la sua grafia aguzza da cardiogramma: ci vengo anch’io". (fine)

27 giugno 2005

Alet senza Barillari

Lascio una redazione e un ufficio stampa affiatati e di grande tempra non solo professionale e autori già in catalogo o di prossima uscita in cui ho creduto e fortemente continuo a credere: verranno presto, tra molti altri, un Cortazar inedito, il ciclo dei Sette Sogni di Vollmann, Stephen Dixon, un libro su Lolita nel suo cinquantenario con un saggio di Emanuele Trevi, Aldo Busi che traduce e riscrive al vetriolo Zsa Zsa Gabor, nuovi Forest e Marcus.

Simone Barillari, dalla rubrica Prossimamente di ttL

26 giugno 2005
Le trame di Fanucci
 
Caro Sergio Fanucci. C’è che a pubblicare il genere non c’è niente di male, basta non confonderlo con altro. C’è che a Torino mi sei rimasto invero simpaticissimo, anche quando si è affacciata la vecchietta dello stand affianco chiedendoti di abbassare il volume della musica e tu, col sigaro in bocca e battendole una pacca sulla spalla, hai detto «Ma venga a farsi un bicchierino, signora», e sembravi un fantastico Ogm tra Arbasino e Remo Remotti.
C’è che però, insomma, uno non è che può entrare nel sito e trovare l’annuncio di una «nuova collana di narrativa assolutamente non di genere» e vederla definita mainstream come se fosse highbrow. C’è che comunque sarà cosa buona, poiché si apre con un libro di Moresco, è uno strepitoso inizio fuori dal genere per un editore bravo benché di genere, e però c’è che entrando in
www.fanucci.it si legge l’avviso agli aspiranti scrittori, i quali non dovrebbero inviare manoscritti a te ma contattare «gli agenti», e non c’è niente di più antimoreschiano.
C’è che gli unici agenti utili in Italia sono gli agenti segreti, Sisde e Sismi e quella roba lì, di altri utili non ve ne sono, e quindi menti sapendo di mentire, e c’è che anche se fosse vero, come dici tu quando dici «ricevo in un solo giorno 200 romanzi», se anche fosse vero, questo accanimento di manoscrittari su di te, tu sei un editore, e distinguere un genio da 199 coglioni ci vogliono circa 200 minuti, perché, al di fuori del genere, vale il criterio di Paul Valéry, «una pagina di letteratura è una pagina di letteratura»; e quindi se vuoi fare l’highbrow, pur confondendolo col mainstream, dovrai pur essere in grado di distinguere l’analogo de La cognizione del dolore o di Horcynus Orca se mai dovesse arrivarti, ma se dici «interrompete immediatamente gli invii dei manoscritti» chissà come fa quell’1 su 199, quell’1 su 1000, a sottoporti il suo capolavoro.
Se dici così sei come la Mondadori, sei come la Feltrinelli. Se dici così è più fico Elido che l’ha trovata, l’ha presa, l’ha fatta sbancare, l’ha data a Thomas, l’ha riverginizzata, e intanto, tra una riverginizzazione e l’altra, si fanno mandare pure i manoscritti. Pensa tu.
 
Massimiliano Parente, Fanucci se fossi più fico, Domenicale

Lenta scorre l’ombra, è indolore

26 giugno 2005

La vecchiaia (è questo il nome che gli altri le danno)
può essere il tempo della nostra felicità.
L’animale è morto o è quasi morto.
Rimangono l’uomo e la sua anima.
Vivo tra forme luminose e vaghe
che non sono ancora le tenebre.
Buenos Aires,
che prima si lacerava in suburbi
verso la pianura incessante,
è diventata di nuovo la Recoleta, il Retiro,
le sfocate case dell’Once
e le precarie e vecchie case
che chiamiamo ancora il Sur.
Nella mia vita sono sempre state troppe le cose;
Democrito di Abdera si strappò gli occhi per pensare;
il tempo è stato il mio Democrito.
Questa penombra è lenta e non fa male;
scorre per un mite pendio
e assomiglia all’eternità.
I miei amici non hanno volto,
le donne sono quel che erano molti anni fa,
gli incroci delle strade potrebbero essere altri,
non ci sono lettere sulle pagine dei libri.
Tutto questo dovrebbe intimorirmi,
ma è una dolcezza, un ritorno.
Delle generazioni di testi che ci sono sulla terra
ne avrò letti solo alcuni,
quelli che continuo a leggere nella memoria,
a leggere e a trasformare.
Dal Sud, dall’Est, dall’Ovest, dal Nord,
convergono i cammini che mi hanno portato
nel mio segreto centro.
Quei cammini furono echi e passi,
donne, uomini, agonie, resurrezioni,
giorni e notti,
dormiveglia e sogni,
ogni infimo istante dello ieri
e di tutti gli ieri del mondo,
la ferma spada del danese e la luna del persiano,
gli atti dei morti,
il condiviso amore, le parole,
Emerson e la neve e tante cose.
Adesso posso dimenticarle. Arrivo al mio centro,
alla mia algebra, alla mia chiave,
al mio specchio.
Presto saprò chi sono.

Jorge Luis Borges, Elogio dell’ombra

26 giugno 2005

Montefoschi affonda Pincio

Pure il Pincio italiano ha scritto un romanzo "americano"… quindo Coca-Cola e sesso a ruota libera, motel, letti disfatti, incontri d’ogni tipo, in un itinerario di ricerca di una felicità che non si trova, di un perché alla vita che non assume mai i connotati di una precisa domanda, che va da un polveroso squallido Stato senza nome, alla California dei "sogni d’amore e di libertà degli anni Sessanta", richiavmata in vita dalle memoria di personaggi ora adulti (chissà). …nel caso di Pincio, l’operazione non sembra riuscita. Si sente il "già masticato", il "già visto". Con l’aggiunta di artifici tecnici nel dialogo (come quello di eliminare le vocali), di una banale filosofia nelle sentenze, al solo scopo di aggravare ulteriormente il tono "provinciale" del tutto.

Giorgio Montefoschi, io Donna

25 giugno 2005
Vivere
 
Vivere vuol dire leggere una pagina che tu hai letto, o leggere sopra la tua spalla, leggere insieme a te e non dimenticare niente, perché tu non dimentichi niente.
Ingeborg Bachmann, Malina

25 giugno 2005

Evola, un long drink per il pomeriggio

Un Campari soda (6/10), due fettine di lime, ghiaccio, succo di pompelmo (3/10), soda (1/10). Mezzo cucchiaino di zucchero di canna. Mescolare bene con lo stir.