Archive for luglio 2005

 Fresco di polla il tuo sorriso d’amore  e più bello di una cometa

31 luglio 2005
Sole di mezzogiorno, nel luglio felice, sulla piazza deserta:
piazza lontana di città lontana, tu ed il tuo uomo,
e quello era il mondo.
Bianca nella tua veste, bianca vibratile fiamma tu pure,
nell’abbaglio d’incendio dell’aria.
Bianco il tuo riso perduto nel riso di lui, fresco di polla il
tuo riso d’amore tra il vasto fulgere ed ardere.
Non sarebbe discesa la notte, non sarebbe venuto il domani,
tua la luce, tuo l’uomo, tuo il tempo.
Fermasti il tempo in pieno sull’ora solare per cui in terra
tu fosti divina:
il resto è ombra e polvere d’ombra.
 
Ada Negri, Il sole e l’ombra
 
 
Più bello della nobile luna e della sua luce gentile,
più bello delle stelle, gloriose insegne della notte,
molto più bello di una cometa al suo ardente apparire,
e chiamato a gesta assai più belle d’ogni altro astro,
ché a lui ogni giorno la tua e la mia vita si deve, è il sole.
Bel sole, che sorge memore della sua opera
e la compie, in estate bellissimo, quando il giorno
svapora sulla costa e le flaccide vele riflesse
scorrono sui tuoi occhi, finché stanca le tronchi.
Senza il sole riprende il velo anche l’arte,
più non mi appari, e il mare e la sabbia
frustati da ombre fuggono sotto la palpebra.
Bella luce, che ci riscalda, preserva e meravigliosa provvede
che io veda ancora e che ancora ti veda!
Nulla di più bello sotto il sole che stare sotto il sole…
Nulla di più bello che guardare il bastone nell’acqua e l’uccello nel cielo
ponderare il suo volo, e in basso i pesci nel branco,
colorati, formati, giunti al mondo con un messaggio di luce,
e guardarsi d’intorno, il quadrato di un campo, i mille angoli del mio paese
e il vestito che indossi. E il tuo vestito azzurro a campana!
Azzurro stupendo, in cui i pavoni passeggiano e s’inchinano,
azzurro di lontananze, di zone felici, con i climi per il mio sentire,
azzurro caso all’orizzonte! E i miei occhi entusiasti
si dilatano ancora, sfavillano e ardono sino allo spasimo.
Bel sole, a cui anche la polvere rende il tributo più alto,
e dunque non per la luna e le stelle
e non per le comete millantate dalla luna, che tenta di beffarmi,
ma per te, e presto infinitamente, e come per null’altro
piangerò nel lamento la rovina dei miei occhi ineluttabile.
 
Ingeborg Bachmann, Al sole, in Invocazione all’Orsa Maggiore
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30 luglio 2005

Il ritorno di Veronesi

Il titolo è Caos Calmo e uscirà da Bompiani a fine settembre. Sandro Veronesi ha lavorato più di cinque anni al suo nuovo romanzo e ha da poco terminato la sua fatica, consegnando all’editore 450 pagine. L’inizio del libro vede il protagonista, Pietro Palladini, impegnato insieme al fratello nel rischiosissimo salvataggio di due donne che stanno annegando in mare, per poi tornare a casa e scoprire che Lara, sua compagna da cui ha avuto una figlia e che sta finalmente per sposare, è morta d’infarto. Invece di un matrimonio si celebrerà un funerale. […]

Leopoldo Fabiani, In Bozze, L’almanacco dei libri, La Repubblica

Un assaggio del primo capitolo tratto dall’anteprima di Inizi, Fandango

– Là! – dico.
Abbiamo appena fatto surf, io e Carlo. Surf: come vent’anni fa. Ci siamo fatti prestare le tavole da due pischelli e ci siamo buttati tra le onde alte, lunghe, così insolite nel Tirreno che ha bagnato tutta la no­stra vita. Carlo più aggressivo e spericolato, ululante, tatuato, obsoleto, col capello lungo al vento e l’orec­chi­no che sbrilluccicava al sole; io più prudente e stilista, più diligente e controllato, più mimetizzato, come sempre. La sua fa­migerata classe beat e il mio vecchio understatement su due ta­vole che filavano al sole, e i nostri due mondi che tor­na­vano a duellare come ai tempi dei formidabili scazzi gio­vanili – ribel­lio­ne contro sovversione –, quando volavano le sedie, mica scherzi. Non che si sia dato spettacolo, è già tanto se siamo riu­sciti a non cadere dalle tavole; ma, del resto, lo abbiamo dato – lo spettacolo di chi è stato giovane anche lui, e per un breve pe­riodo ha creduto che certe forze po­tessero vera­mente prevalere, e in quel periodo ha impa­rato a fare un sacco di cose che in se­guito si sono rivelate sovranamente inutili, tipo suonare le con­gas, o rotolare una moneta tra le dita come David Hemmings in Blow Up, o rallentare il battito cardiaco per si­mulare un at­tac­co di bradicardia e venire riformati al servizio militare, o ballare lo ska, o rollare le canne con una mano sola, o tirare con l’arco, o la meditazione trascendentale, o, per l’ap­punto, il surf. I pi­schel­li non potevano capire, Lara e Claudia erano già tornate a casa, Nina 2004 è partita stamatti­na presto (cam­bia fidanzata ogni anno, Carlo, e così io e Lara abbiamo co­minciato a mille­simar­le): non c’era nessuno a goderselo, è stato uno spettacoli­no tra noi due, uno di quei giochi che hanno senso solo tra fra­telli, perché un fratello è il testimone di un’inviolabilità che da un certo momento in poi nessun altro è più disposto a ricono­scerti. 
– Là! – dico all’improvviso.
Poi ci siamo sdraiati sulla sabbia ad asciugarci, ebeti di fati­ca, con gli occhi chiusi e il vento che ci arruffava i peli del petto, e siamo rimasti in silenzio, a rilassarci. D’un tratto però mi sono accorto che per godere di quella pace sta­vamo trascu­rando qualcosa che da un po’ di tempo aveva comin­ciato a se­gnalarsi con una propria rumorosa urgenza: delle grida. Mi sono tirato su a sedere, immediatamente imitato da Carlo.
– Là! – dico all’improvviso, indicando un gruppo di perso­ne molto agitate, un centinaio di metri sopravvento.
Ci alziamo di scatto, i muscoli ancora caldi per la lunga ca­valcata tra le onde, e ci dirigiamo di corsa verso quella pic­cola folla. Lasciamo tutto lì, telefonini, occhiali, soldi: improvvisa­mente non esiste più nient’altro che quel crocchio e quelle grida. Si fanno senza pensare, certe cose.
Il tempo che segue è una specie di fulminea sequenza me­dianica, senza altra sensa­zione che quella di essere tut­t’u­no con mio fratello: le do­mande su cosa sia successo, il vecchio esani­me sul bagnasciuga, l’uomo dai capelli biondi che cerca di ria­nimarlo, la disperazione di due bambini che gri­dano “Mamma!”, i volti smarriti delle persone che indicano il mare, le due testoline perse tra le onde, e nessuno che agisce. In quella stasi fre­netica si staglia lo sguardo azzurro di Carlo, in­tenso, ca­rico di una formidabile energia cinetica: quello sguardo di­ce che per qualche indiscutibile ragio­ne tocca a noi anda­re a sal­vare quei due poveretti, e che in realtà è come se l’aves­si­mo già fatto, sì, è come se fosse già tutto finito, e noi due fra­telli fos­simo già gli eroi di quella marmaglia di scono­sciuti, perché siamo creature acquatiche straordinarie, noi, siamo tritoni, e pos­siamo do­mare le onde per salvare vite umane con la stessa natu­ralezza con cui le abbiamo domate per divertirci sulle ta­vole da surf, e lì attorno altra gente in grado di farlo non ce n’è.
Entriamo in acqua correndo, e ci trasciniamo fin dove fran­gono le prime onde. Lì ci imbattiamo in uno strano uomo, al­lampanato e rosso di capelli, intento a gettare goffamente verso il largo una cima cortissima, mentre le persone da sal­vare dista­no perlomeno trenta metri. Gli pas­siamo ac­canto di slancio, lui ci guarda con occhi che non dimenti­cherò mai – gli occhi di chi lascia morire la gente – e con voce vigliacca, degna di quegli occhi, tenta di dissuaderci: “Non an­date”, sibila, “Ci rimarrete anche voi”. “Ma vaffancu­lo”, è la risposta di Carlo un attimo prima di tuffarsi sotto un’onda e cominciare a nuotare. Io faccio altrettanto, e, nuotando, vedo in controluce le ombre nere dei muggini filare orizzon­talmente lungo il muro verde che si forma ogni volta che un’onda si alza per poi schiantarsi sopra di me: quei pesci fa­nno il surf, si divertono, come noi pochi minuti fa.
Viste dalla riva le due teste parevano vicine tra loro, ma in realtà sono abbastanza distanti, tanto che a un certo punto io e Carlo dobbiamo separarci: gli faccio cenno di piegare verso quella di destra, mentre io mi butterò su quella di si­nistra. Di nuovo mi guarda, sorridendo, annuisce col capo, e di nuovo mi sento invincibile; poi entrambi ripartiamo con forza.
Quando sono abbastanza vicino mi accorgo che si tratta di una donna. Ripenso ai due bambini disperati sulla riva: “Mamma!” La testa sparisce sott’acqua e poi ricompare se­condo un’im­perscrutabile combinazione di forze cui la donna pare ormai del tutto estranea. Le grido di tenere duro e rinforzo le bracciate, mentre una corrente molto forte cerca di trascinar­mi da un’altra parte. Quella donna è finita nel bel mezzo di un vortice. Arrivato a un paio di metri da lei comin­cio a distingue­re i suoi lineamenti forti, il naso un po’ schiac­ciato, alla Julie Christie, ma soprattutto il velo di puro ter­rore che le è calato sugli occhi: è allo stremo, non riesce nean­che a gridare, riesce soltanto a singhiozzare. Le ulti­me bracciate le faccio a rana, e la raggiungo. Dalle profondità del suo corpo proviene una spe­cie di sinistro gorgoglio, come di lavandino intasato.
– Stia tranquilla, signora – le dico – adesso la porto a ri––
Fulmineamente, quasi vi si fosse preparata con cura, la donna mi pianta le mani nell’incavo delle clavicole e mi im­merge sott’acqua con tutte le sue forze. Sorpreso a mezza frase io bevo subito, e riaffioro con una certa difficoltà, tossen­do.

28 luglio 2005

La vera lettera del dottor Zivago

Evgenij Pasternak, figlio dell’autore del Dottor Zivago, ha consegnato le bozze delle opere complete del padre e rivela una lettera inedita al traduttore italiano Pietro Zveteremich. Dice esattamente il contrario di quella contraffatta, diffusa dal Kgb, in cuu si chiedeva di sospendere l’edizione del romanzo. Nel falso era scritto: "Io non desidero affatto che venga pubblicata un’opera non finita". Ma Boris Pasternak chiedeva: "Ho scritto il romanzo per pubblicarlo e per farlo leggere. Ciò rimane il mio unico desiderio".

Armando Torno, Il Corriere della Sera, pag 1 e 33

27 luglio 2005

La carne non è triste per questo bisogna abusare, ma non fare macelli

Bisogna abusare.

Virginie Despentes, Scopami, Einaudi

Chi ha detto che la carne è triste? La carne non è triste, è sinistra. Sta alla sinistra della nostra anima, ci cattura quando meno ce l’aspettiamo, ci trasporta su mari densi, ci affonda e ci salva; la carne è la nostra guida, la nostra luce nera e spessa, il pozzo d’attrazione in cui la nostra vita scivola a spirale, risucchiata fino alla vertigine… E il macellaio che mi parlava di sesso per tutto il giorno era fatto della stessa carne, ma calda, e di volta in volta molle e dura; il macellaio aveva i suoi pezzi di prima e di seconda scelta, esigenti, avidi di bruciare la loro vita, di trasformarsi in polpa. E lo stesso era delle mie carni, di me che sentivo il fuoco tra le gambe alle parole del macellaio.

Alina Reyes, Il macellaio, Guanda

27 luglio 2005

Michele Cascella parla di sé

Sono nato a Ortona, in provincia di Chieti, il 7 Settembre 1892. Mio padre Basilio era pure di Ortona, come i suoi genitori. Suo padre era sarto da donna.
Mia madre, Concetta Palmerio, era di Guardiagrele, paese che adoro, frequente soggetto delle mie pitture, alle falde della Majella. Era figlia di un veterinario molto popolare in tutti i dintorni… La nostra era una famiglia numerosa, tipicamente italiana: eravamo tre fratelli e quattro sorelle. Vivevano con noi anche il nonno paterno e due sorelle nubili di mio padre…
…Fui un pessimo scolaro. Ero in quinta elementare, quando mio padre si sentì dire dal mio insegnante – devo ripeterlo, perché si tratta di una delle pochissime pietre miliari nella mia carriera artistica -: ‘È un ragazzo che non ascolta, è sempre nelle nuvole!’.
L’anno seguente il professore di disegno, V.A., mi umiliò in piena aula, dichiarando: ‘Michè, tu sei ‘nu ciuccie, non sai tenere la matita in mano, non imparerai mai a disegnare! Vergognati, figlio di Basilio!’.
Da lì a poco, abbandonai la scuola per scarso rendimento in tutte le materie, specialmente in disegno. Frequentavo la prima tecnica. Mia madre, profondamente religiosa, pia e semplice, dati i miei insuccessi scolastici, confidando nel mio aspetto allora angelico e nel mio carattere docile, desiderò per me un avvenire ecclesiastico. Mio padre, a quei tempi ancora mangiapreti, decise diversamente: mi volle, e mi fece, pittore.
…Incominciai a frequentare il laboratorio cromolitografico di mio padre. Riempivo con l’inchiostro grafico Lorilleux le vesti dei Santi e i fondi sulle pietre. Dovevo copiare i disegni del Leonardo, Pisanello o del Botticelli, che mio padre sceglieva come modelli; e poi dovevo copiare tante e tante volte grandi occhi, grandi nasi, grandi bocche che mio padre disegnava espressamente per me, affinché mi esercitassi… Ero fiero e felice dell’assistenza e della guida paterna; cominciavo ad afferrare il senso vero delle sue lezioni, il suo modo di vivere e fare sua l’arte… Copiavo un frutto, un fiore, una farfalla e le caricature di Leonardo, capivo che il mio lavoro aveva un suo fine estremamente logico, che aderiva perfettamente al metodo educativo e formativo di mio padre…
Prendevo dimestichezza con gli arnesi del mestiere, mi ambientavo in quel laboratorio… Senza che né io né mio fratello Tommaso ce ne rendessimo completamente conto, le nostre giornate si svolgevano secondo un ordine ben prestabilito, per gradi, equilibrato dalla sapiente regia di mio padre, con ineguagliabile naturalezza, simile ad un commento musicale di sfondo, per l’armonia perfetta con l’esigenza delle persone, delle cose, l’ambiente, la natura, il clima tutto".

Michele Cascella, Forza zio Mec, 1969

27 luglio 2005

Fin dove arriva l’odore del sangue

L’odore del sangue restò lì, nelle zone incerte della mia coscienza come appunto certi sogni che si ricordano a mezzo, o certe frasi che appaiono magiche, inspiegabili ma tanto più affascinanti e misteriose proprio per il loro suono e niente più.

Goffredo Parise, L’odore del sangue, Rizzoli

26 luglio 2005

Parlare di sé è come un pendolo

Il libro che sta fra le mani del candido lettore è il sesto tomo dell’IO, opera annunziata nel paragrafo precedente, che n’è il proemio universale.
Mando innanzi il sesto, perché gli antecedenti volumi stanno ancora nel mio calamaio, e i futuri nel non leggibile scartafaccio del fato.
Comprende questo tomo il mio anno ventesimo terzo, dai 4 maggio del 1799 sino a’4 maggio del 1800. Unito che sia al corpo dell’opera, lascerà il frontispizio che porta.
Né si sospetti ch’io stampi un tomo alla volta per tastare il giudizio del pubblico. Con pace della critica e del disprezzo, proseguirò sempre a scrivere ed a stampare.
Ma perché scrivi? A ciò ho risposto nel proemio inseritovi ad hoc. Che se poi non avete voluto né saputo valutare le mie ragioni, eccomi presto a darvi la risposta che di pieno iure vi si spetta. Poiché lasciate suonare il piffero a chi, volendo ingannare la sua noia, disturba i vicini, non v’adirate s’io, che non so suonare alcuno strumento, tento d’ingannare, scrivendo, i miei giorni perseguitati ed afflitti!
E perché stampi?
E perché compri? D’altronde si può comprare e non leggere. E qui avrei voluto chiamare in testimonio le biblioteche de’ frati e de’ vescovi; ma, poiché sono state saccheggiate dagli agenti nazionali, mi trovo forzato a far citare quelle de’ commissari, dei finanzieri, dei generali e dei nobili… e di qualche letterato. Vuoi più? Tutta questa rispettabile ciurma potrà persuadervi ab experto che si può comprare, leggere e non intendere.
Fuor di scherzo. Vedimi ginocchione per confessarmi a’ tuoi piedi, o tollerante conoscitore dell’uomo.
Il proponimento di mostrarmi come la madre natura e la fortuna mi han fatto, fu un po’ d’ambizione. Lo so… ma… ti giuro ch’io non sono stato mai ambizioso. Ho sentito… lo dico arrossendo… ho sentito e sento (lascia prima ch’io mi copra con le mani la faccia) una febbre di gloria che m’ubbriaca perpetuamente la testa. Nella mia adolescenza le ho sacrificato la quiete della casa paterna e la certezza del pranzo giornaliero. I miei piaceri, i miei vizi, le mie passioni, il mio onore e perfino le mie speranze… Ora non ho altro… sono, quand’ella il voglia, sue vittime.
È vero ch’io spoglio talvolta questo fantasma della porpora e della tromba, e allora vedo in lui uno scheletro che traballa sulle ossa ammucchiate de’ cimiteri… casca, si dissolve e si confonde fra le altre reliquie della morte. Ma poi? torna a lusingarmi con la sua voce, che passa tra il fremito delle tarde generazioni e rompe co’ suoi raggi che a me sembrano eterni la caligine de’ secoli remoti. Tutte le mie potenze e i bisogni stessi della vita non parlano allora in me che con un rispettoso mormorio. Il solo pensiero che il mio nome sarebbe sepolto col mio cadavere mi distolse due volte dal mio vecchio proponimento di ingannare la fortuna, di liberarmi dalla noia del mondo e di contentare la umana malignità, rendendo questa misera vita alla terra. L’ambizioso ha l’anima gonfia, non elevata. Non ho mai brigato il fumo della letteratura, né i ricamati vestimenti de’ nostri magistrati. E, più che l’amore della virtù, il timore dell’avvilimento mi ha rattenuto sovente da quelle azioni che la società chiama delitti. Ma s’io… non forza politica umana, non prepotenza divina mi faranno rappresentare su questo mortale teatro la parte del piccolo briccone.
Da questo che ho detto avrai desunto, spero, quello che non posso dire. Bensì… Lo dirò? Sogno talvolta di nuotare alla gloria per un mare di sangue. Or tu puoi desumere ciò ch’io non posso dire.
Un pari accesso avea, non ha guari, abbattute le mie facoltà. Io aveva esiliato dal mio ingegno le vergini muse e dal mio cuore il dolce spirito dell’amore. Addio patria, addio madre, addio cara e soave corrispondenza di pacifici affetti. Pareami di consacrare alla libertà un pugnale fumante ancora nelle viscere de’ miei congiunti, e di piantar la bandiera della vittoria sopra un monte di cadaveri. La mia fantasia scriveva frattanto il mio nome sulle volte dei cieli. Ma io mi sentiva rodere a un tempo dalla fame di gloria, l’ulcera sorda del supremo potere. Se non che la disperazione di conseguirlo prostrò l’anima mia, la quale giaceva, aspettando il soffio distruttore della morte.
 
Ugo Foscolo, dal Il sesto tomo dell’io, incipit

26 luglio 2005

Ancora un bel libro Alet: Forest, Tutti i bambini tranne uno

«Tutti i bambini tranne uno» di Philippe Forest, con maestria tradotto da Gabriella Bosco per l’editore Alet (pagine 347, 17), fu dal suo autore composto in due mesi, tra l’aprile e il giugno del 1996. Forest aveva trentaquattro anni, prima non aveva scritto romanzi, solo articoli di critica letteraria e saggi. Aveva insegnato e non supponeva minimamente di diventare un «autore». Si riteneva un «lettore», questa era la sua condizione esistenziale e professionale. Che cosa è cambiato perché avvenisse un simile capovolgimento dei ruoli? È il tema del libro, che nell’originale è intitolato «L’enfant éternel». Il suo contenuto è qualcosa di cui un articolo non può rendere conto se non con cautela, limitandosi alla descrizione e alla cronaca.
La prima di una serie di epigrafi tratte dal Peter Pan di Barrie dice: «Due è il principio della fine». Se ne potrebbe dare più d’una interpretazione. Al di là delle apparenze testuali, la più pertinente è radicale, addirittura metafisica. Prima erano in due, Mamma e Papà, poi venne Pauline. Pauline fu il principio della fine. Un giorno, dopo Natale, quando ancora «l’ignoranza ci proteggeva», quando Mamma e Papà erano felici, Pauline disse di avere dolore a un braccio. Tranquillamente, i genitori portarono la figlia di tre anni da un medico, per una visita di controllo. Il responso fu brusco. Le vacanze erano alle porte. Sarebbe stato meglio rimandare la partenza.
«Tutti i bambini tranne uno», strano a dirsi, è composto secondo uno schema simmetrico o, chissà, cabalistico.
Sono nove capitoli, i primi otto divisi in altrettanti paragrafi e l’ultimo in tre. Tre, sembrerebbe, è il suo numero. È difficile intuirne la ragione, si può solo pensare che tre sono i protagonisti della storia.
Ma la stranezza della simmetria, mentre sul cuore grava lo strazio, deriva dall’irresistibile impulso a scrivere e dalla rapidità dell’esecuzione. Come ha potuto Forest conciliare così disparate forze? Lo ripeto: è il tema del libro. Il primo capitolo è il racconto, non sempre sobrio, ma minuzioso, di una rivelazione: della vita a se stessa. La vita, per rivelarsi, si annuncia come prossima alla fine. È solo all’inizio, e già sta per finire. La bambina, Pauline, ha un sarcoma osseo.
Il secondo capitolo è la crescita della malattia. I medici. Le prime cure. Gli ospedali. Le speranze. La vita dei genitori è sconvolta, ma è ancora sopportabile. Il padre continua a lavorare, viaggia tra Parigi e Londra, dove insegna. La giovane madre è sempre accanto alla bambina. Pauline ha una reazione eccezionale: «È vivace, adorabile, mostra attenzione per gli altri. Ne registra mentalmente la tenerezza o l’indifferenza. La malattia stessa la trasforma in maniera inattesa. Perde un po’ della sua timidezza di bambina, e in questo universo di dolore acquista in sicurezza, allegria, socievolezza». Ma sono il terzo e il quinto capitolo a conferire al libro di Forest un carattere peculiare, che lo distingue da altri testi dello stesso genere, scritti di fronte alla malattia e alla morte. Lo distingue da «Voce da una nube» di Denton Welch, da «Il cavaliere, la morte, il diavolo» di Fritz Zorn, da «Fratelli» di Carmelo Samonà o dagli stessi romanzi, se così vogliamo chiamarli, di Kenzaburo Oe, una delle guide spirituali di Forest.
A differenza di questi scrittori, o di Victor Hugo e di Stéphane Mallarmé, cui Forest dedica il meraviglioso quinto capitolo, egli si chiede: come può accadere che un uomo, alieno dallo scrivere storie, che non ci pensava per niente, quando è più incongruo si mette a scriverne una, la sua, e di sua moglie, e di sua figlia? Per questa domanda non c’è risposta.
Nell’opera di Joyce, è tutto ciò che Forest può dire, è scritta la fine (del Romanzo): «Non si è mai vista confutazione più netta di tutto l’idealismo critico, quello stesso che si serve dell’"Ulisse" per affermare che i testi veri mandano in pensione la verità, che sono puro spettacolo solitario di vuoto e di nulla». In fondo, «Tutti i bambini» è una glossa della confutazione joyciana. «I segni dell’arte – dice ancora Forest – non stanno in un mondo diverso da quello in cui viviamo»; e la cosiddetta arte non è che «l’unico obolo pensabile» per il debito contratto con l’emozione che si è avuta in dono.
Il sesto capitolo comincia così: «Il lungo anno in cui morì nostra figlia fu il più bello della mia vita. Non ce ne sarà un altro uguale. Qualsiasi cosa riservi l’avvenire non staremo mai più tutti e tre insieme».
Chi parla, qui, nell’avvicinarsi alla fine, ovvero inoltrandosi nello scandalo della morte di una bambina, dunque nell’indicibile, è mosso dall’unico, fermo proposito di non cedere alla lusinga del lutto e dell’oblio. Da una parte ci sono la tenerezza, lo struggimento, il dolore. Dall’altra, la fermezza, la resistenza, la gioia, della vita com’è, e del racconto che ne rende testimonianza.
 
Franco Cordelli, Corriere della Sera del 26.7.05

26 luglio 2005

1928, Evola dà un colpo al Fascismo e nessuno volle accorgersene

Non ci s’illuda: il fascismo non fa che proclamare tali valori (valori di gerarchia) ma di fatto mantiene una quantità di elementi democratici e borghesi da far paura. Che cosa sia la guerra, la guerra voluta in sè come un valore superiore sia al vincere che al perdere come quella via eroica e sacra di realizzazione spirituale che nella Bhagavadgita si trova esaltata dal dio Krshna, che cosa sia una tale guerra non lo sanno più questi formidabili "attivisti" di Europa che non conoscono guerrieri ma soltanto soldati e che una guerriciola è bastata per terrorizzare e per far tornare alla retorica dell’umanitarismo e del patetismo quando non ancora peggio a quella del nazionalismo fanfarone e del dannunzianismo. La misura della libertà è la potenza: non dovrà essere più l’idea a dar valore e potere all’individuo ma l’individuo a dar valore, potere, giustificazione a un’idea.Volere la libertà è tutt’uno che volere l’impero.

26 luglio 2005

Amo dunque sono, quarantatré lettere della Aleramo a Parise

"La mia unica opera di getto": così Sibilla Aleramo definì questo romanzo epistolare, pubblicato nel 1927. Sono quarantatré appassionate lettere al giovane amante lontano, scritte per divenire, al suo ritorno, il ‘loro libro’. Protagonisti Sibilla e Luciano, il bellissimo giovane che si sottrae al suo amore per un ritiro spirituale iniziatico. Luciano fu nella realtà Giulio Parise, giovane mago del cenacolo di Julius Evola, amato dalla scrittrice fra il 1924 e il 1926. Un romanzo quindi autobiografico che conserva tuttora la sua vivacità e sincerità e ricchezza, nel solco delle migliori prose della scrittrice, e mette a fuoco le perverse atmosfere della buona società romana del periodo fascista.
Come sempre, anche in queste lettere mai spedite, l’autrice si abbandona ai ricordi, soprattutto amorosi, e alla confessione delle più impercettibili sensazioni fisiche e psicologiche. Il libro, che anticipa la scrittura degli ultimi "Diari", dà valore letterario alla quotidianità ed evoca i fantasmi della solitudine, della miseria, dell’isolamento nel mondo culturale dei tempi. Sibilla Aleramo vi rivendica il diritto all’identità di donna e scrittrice in un mondo maschile e maschilista, mostrando la contraddittorietà insita nell’essere artefice e vittima della propria immagine pubblica.
Tratto da qui. Il libro è Amo dunque sono di Sibilla Aleramo, Feltrinelli