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L’ultima città divisa del mondo, geografia di viaggio di Trani

a nicosia, che i greci chiamano lefkosia, si arriva da sud, attraversando l’aspra pianura della mesaria ed entrando nella parte nuova della città, sviluppatasi fuori delle mura veneziane in un trionfo di palazzi moderni, viali alberati, banche e negozi di abbigliamento. a un certo punto il cartello che indica il centro scompare, vado a naso e mi ritrovo a entrare nella città vecchia dalla porta di pafos. si respira un’aria di tensione tipica delle zone di confine. vado dritto seguendo la strada, ma con la coda dell’occhio riesco a vedere sulla sinistra una fila di edifici fatiscenti, di serrande abbassate e arrugginite, e qualche ciancicata bandiera dell’onu che si arrotola su sé stessa alla poca aria di un agosto torrido. soltanto più tardi ci renderemo conto di essere entrati dall’unico punto in cui le due città, quella delle moschee e quella del passeggio, riescono di tanto in tanto a guardarsi in faccia, i turchi che si sporgono dalle mura per spiare la vita al di là della cosiddetta linea di attila. parcheggiata la kia picanto con guida a destra e cambio a sinistra che mi ha fatto dannare contromano per dieci giorni, seguiamo il flusso consigliato dalla guida, tanto per non dimenticarci che anche i viaggiatori più accorti ed esigenti sono pur sempre dei turisti. l’attrazione di nicosia è la divisione, lo si capisce subito. passeggiando lungo la via principale, tra una sosta per un gelato e qualche vetrina, tutti gli stranieri arrivano infine al check-point del ledra palace, che una volta era un albergo, oggi ospita un drappello annoiato di caschi blu. il check-point è un muro sopra il quale permangono, pare più per folclore che per necessità, dei sacchetti accatastati a mo’ di trincea. appoggiata al muro una passerella di legno con doppia scala, a sinistra e a destra. in cima alla scala di sinistra c’è un’altana sorvegliata, si fa per dire, da uno sbarbatello in divisa dell’esercito greco, a quanto ho capito qui si danno il cambio soldati ciprioti e greci. il ragazzotto, abbronzato, tatuato, rilassato, parla al cellulare. ha appoggiato un bicchiere, credo di birra, in cima al muro. se ci fossero dall’altra parte dei cecchini in vena di scherzi sarebbe un bersaglio perfetto, la birra e lui. ma dall’altra parte c’è soltanto uno dei paesaggi più deprimenti che abbia mai visto, visibile da un buco ben disegnato sul muro, accessibile a tutti i turisti, che salgono sulla passerella dalla scala di destra e fotografano, anche se un cartello lo vieta. a un passo dalla nostra curiosità morbosa e dall’indifferenza di quel soldato ci sono circa cento metri di morte, cento metri di città, moltiplicati per tutta la lunghezza della linea di attila, in cui dal 1974 la vita non scorre più. cento metri di case diroccate, punteggiate di buchi di pallottole, invase da erbacce. cento metri di asfalto su cui da trent’anni non cammina nessuno. sulla guida leggo che nel punto della linea di attila che separa la città di famagosta, a est dell’isola, dalle spiagge mondane di agya napa, c’è un concessionario della toyota che ha ancora in vetrina i modelli degli anni settanta. mentre scendo dalla passerella del check-point mi accorgo di un cartello che ci informa, con una certa enfasi, che siamo nell’ultima città divisa del mondo.

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