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Caldo il ritmo, calde le parole di Ferlinghetti

per chi non avesse avuto occasione di leggere la repubblica del 13 ottobre. tempo fa lawrence ferlinghetti era stato a brescia per un reading che aveva enusiasmato il sindaco della città, paolo corsini. grande successo per l’ultimo esponente della beat generation, ma un rimpianto: non aver avuto tempo per visitare i luoghi d’origine della propria famiglia. tornato in italia all’inizio di ottobre per partecipare a un incontro a trento, ferlinghetti approfitta per farsi accompagnare in via cossere, nel centro di brescia, per vedere la casa dove il padre carlo aveva vissuto per alcuni anni insieme a clemence albertine mendes-monsanto. ferlinghetti suona un po’ a caso ai citofoni del civico 20, con la speranza che qualcuno gli apra. una signora anziana esce, lui prova a spiegarsi ma quella non capisce. il portone si richiude. ferlinghetti, deluso, si consola scattando qualche fotografia. ma la signora lo controlla dalla finestra e, insospettita, chiama la polizia. nel giro di dieci minuti arrivano gli agenti, fanno qualche domanda, chiedono i documenti. l’ottantaduenne poeta americano (ma loro non lo sanno, non lo conoscono) è in italia da otto giorni e non ne ha dato comunicazione ufficiale a nessuno. inflessibili, nel rispetto della legge bossi-fini, i poliziotti, come dicono i cronisti di nera, fanno scattare le manette. soltanto l’intervento del sindaco corsini risolverà, qualche ora dopo, l’equivoco. clandestino. abbiamo rischiato di espellere ferlinghetti perché clandestino.

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2 Risposte to “”

  1. anonimo Says:

    Eh beh, ci facciamo sempre riconoscere. Possiamo consolarci sapendo che gli americani non sono da meno, lessi tempo fa che riservarono simile trattamento a Ian McEwan.
    Giulia

  2. anonimo Says:

    Jack Kerouac sulla strada un’altra volta
    di Fernanda Pivano

    Qui c’è il mare sposato all’orizzonte, appena mosso da un levantino gentile, appena animato da mille, mille, mille gocce che non sono ancora onde; ma ogni goccia diventa principio di pianto o magari soltanto di nostalgia o magari soltanto di riconoscenza davanti ai glaciali annunci delle agenzie americane, New York 7 agosto: «Al via le celebrazioni per i 50 anni della pubblicazione di On The Road», ma sì, di Sulla strada , della folgorazione che ha fatto sognare a milioni di ragazzi in tutto il mondo la libertà. Ma quei cinquant’anni si riferiscono ai leggendari venti giorni dell’aprile 1951 quando Kerouac, più o meno ubriaco, disperatamente infelice, mentre sognava, come sanno i suoi amici: «Che Dio gli mostrasse il Suo volto», a una di quelle macchine da scrivere che non esistono più ha gettato a velocità del suono i suoi pensieri, le sue speranze, i suoi sogni. In quei venti giorni ha riversato su 35 metri di un rotolo di carta, tutto intero per non perdere tempo a cambiare i fogli, quello che adesso con sfacciataggine quasi insolente la gente del mercato chiama «un’icona della letteratura».
    Quest’icona ha dovuto aspettare fino al 1957 per venire pubblicata, dopo essere stata rifiutata da sei editori che non voglio qualificare, uno di questi perfino il cosiddetto editore dei Beat, Lawrence Ferlinghetti. Chissà quando sarebbe uscita se il più grande critico, poeta e scrittore americano degli anni Cinquanta, Malcolm Cowley, non avesse convinto l’editore per cui faceva il consulente a pubblicare questa bomba letteraria, sia pure facendo a tre riprese modifiche che evitassero turbamenti psicologici a quanti si spacciavano come i grandi conoscitori della narrativa americana.
    Così il libro è uscito e Jack Kerouac, che viveva chiedendo l’elemosina e traducendo testi buddisti dal francese, è andato con Joyce Johnson all’alba a leggere la recensione scritta da Jack Millstein sul New York Times . Joyce gli ha letto la recensione che assicurava al libro la stessa importanza letteraria del primo romanzo di Hemingway. Kerouac non ha detto una parola e a Joyce che gli ha chiesto se non era contento, ha risposto: «Non so. Mi pare che non me ne importi niente». Naturalmente non era vero, ma sono passati anni prima che gliene importasse, forse tanti anni quanti aveva dovuto aspettare che il libro uscisse, ormai mortalmente alcolizzato nel dolore dell’attesa. Ha scritto Joyce Johnson in uno stupendo volume di ricordi che quella sera Kerouac si è addormentato ubriaco e la mattina si è svegliato ubriaco ma invocato da una folla di ragazzi fuori della finestra.
    Eppure neanche allora Dio gli ha mostrato il Suo volto. Forse non gliel’ha mostrato neanche il giorno in cui, dopo una notte buia passata a vomitare, non ha lasciato che lo curassero e all’ospedale è morto soffocato dal suo vomito di sangue. Oh, Jack, oh, Ti Jean per chi ti voleva bene, magari quell’Amanda che ti ha lasciato sulla tomba lì, a Lowell, un biglietto scritto con mano tremante che diceva: «Tu capivi, man. I love you. Amanda». Chissà chi era Amanda, di queste cose i biografi non si occupano, ma chissà quante Amande ci sono nel mondo che hanno pianto e continuano a piangere non tanto per la sua morte, quanto per la sua vita.
    Ora qualcuno piange anche per questa oscena storia dello scroll. Lo scroll è il manoscritto, fu ereditato da un fratello della vedova, quando anche lei è morta. E lui subito l’ha venduto. Lo ha comperato a un’asta pubblica Jim Irsay, il proprietario di una squadra di football per tre milioni di dollari; e qualcuno di noi ha detto, cercando di vincere l’orrore, che in fondo Kerouac, che non aveva potuto guadagnarsi la vita come giocatore di football, si era guadagnato adesso la morte con una cifra che non avrebbe mai sognato di avere.
    Ma Jim Irsay, che ha comperato lo scroll nella primavera del 2001, adesso ha organizzato la più imprevedibile delle onorificenze, lo scroll ingiallito e macchiato delle impronte digitali dell’autore, questo relitto di una morte prima ancora che di una vita, prenderà la strada sognata da Kerouac e girerà per tutta l’America: ha cominciato a farsi vedere in un centro di Orlando, Florida, verso la fine di gennaio del 2004 e continuerà a girare come una grande stella immortale di tutte le arti, fino a quando si fermerà tre mesi nella biblioteca pubblica di New York: una tournée di quattro anni con tredici tappe.
    Adesso Jim Irsay dice nelle interviste che il suo fine è sempre stato di averlo e vederlo assieme con tutti quelli che vogliono guardarlo nel suo Paese o in qualsiasi Paese. E’ abbastanza strano che a fargli da consigliere sia stato Hunter S. Thompson, lo straordinario scrittore di esperienze drogate, a lui che droghe proprio non ne prendeva; ma con Thompson, Jim Irsay ha fatto discussioni che rivelavano l’importanza di questa cronaca di una scoperta. E’ stata la scoperta di una generazione ridotta dalla guerra a diventare intellettualmente fuori legge in un’odissea attraverso il leggendario paesaggio della democrazia americana di Franklin Delano Roosevelt e delle sue quattro libertà, dove la quarta libertà era la libertà dalla paura cioè la libertà dalle armi, la libertà dalle dittature.
    In questa generazione ideologicamente abbracciata da Kerouac, Jim Irsay era entrato a 44 anni, quando nel 1997, alla morte del padre, era diventato l’erede della sua squadra di football. Lo scroll era uscito da un armadio alla morte di Kerouac nel 1969, quando gli eredi lo hanno venduto all’asta per pagare non si sa quali debiti di Kerouac, che aveva vissuto gli ultimi anni chiuso in una stanza buia su una sedia a dondolo, circondato di bottiglie più vuote che piene.
    Chissà che succederà adesso dello scroll. Per ora sappiamo della tournée per le città di questo sogno che Kerouac chiamava con Allen Ginsberg «new vision» e i giornalisti hanno chiamato «scena beat», andrà nel 2004 da Orlando ad Atlanta in Georgia e poi a Roma, proseguirà per Iowa City, poi Las Vegas in Nevada, Washington, S. Francisco, Indianapolis, Chicago e Denver nel Colorado, Santa Fe in New Mexico, poi New York e Austin in Texas. E poi? Poi speriamo che Dio ci mostri il Suo volto.

    Corriere della Sera, 25 agosto 2004

    A.

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