Archive for gennaio 2006

31 gennaio 2006

Esilabonghyrante il signor Yonghy-Bonghy-Bo

On the Coast of Coromandel,
Where the early pumpkins grow,
In the middle of the woods
Lived the Yonghy-Bonghy-Bo.
Two old chairs, and half a candle,
One old jug without a handle,
These were all his worldly goods:
In the middle of the woods,
These were all the worldly goods
Of the Yonghy-Bonghy-Bo.
Of the Yonghy-Bonghy-Bo.

Once, among the Bong-trees walking
Where the early pumpkins grow,
To a little heap of stones
Came the Yonghy-Bonghy-Bo.
There he heard a Lady talking,
To some milk-white Hens of Dorking,
“Tis the Lady Jingly Jones!
On that little heap of stones
Sits the Lady Jingly Jones!”
Said the Yonghy-Bonghy-Bo.
Said the Yonghy-Bonghy-Bo.

“Lady Jingly! Lady Jingly!
Sitting where the pumpkins grow,
Will you come and be my wife?”
Said the Yonghy-Bonghy-Bo.
“I am tired of living singly,
On this coast so wild and shingly,
I’m a-weary of my life;
If you’ll come and be my wife,
Quite serene would be my life!”
Said the Yonghy-Bonghy-Bo.
Said the Yonghy-Bonghy-Bo.

Edward Lear

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31 gennaio 2006

Il personaggio e la storia, fili trame ordito

What is character but the determination of incident? What is incident but the illustration of character?

Henry James

31 gennaio 2006

Troppo

It was one of those midsummer Sundays when everyone sits around saying, “I drank too much last night.” You might have heard it whispered by the parishioners leaving church, heard it from the lips of the priest himself, struggling with his cassock in the vestiarium, heard it from the golf links and the tennis courts, heard it from the wildlife preserve where the leader of the Audubon group was suffering from a terrible hangover. “I drank too much,” said Donald Westerhazy. “We all drank too much,” said Lucinda Merrill. “It must have been the wine,” said Helen Westerhazy. “I drank too much of that claret.”

John Cheever, The Swimmer

30 gennaio 2006

Il ritmo di Woodworth

Acquattato dietro la rimessa sul retro, lungo la staccionata, l’uomo osservava la bambina dai capelli ramati che giocava nel cortile. La traspirazione chiazzava l’anonimo tessuto del velo nero che gli oscurava il volto, e il sudore stillava da sotto i suoi guanti di lattice mentre fletteva le dita.
A Los Angeles non pioveva da quasi sei mesi, e la foschia creata dall’accumulo di smog gettava una coltre ambrata sul villino rosa e sul minuscolo giardino retrostante. L’ondata di caldo di quel tardo settembre aveva asciugato i ciuffi d’erba, trasformandoli in fragili aghi gialli, e chiazze di terriccio nudo punteggiavano il prato come tante piaghe. Una piscina gonfiabile per bambini, su cui campeggiavano i personaggi della serie di Winnie-the-Pooh, giaceva afflosciata al centro del cortile. Accoccolata in quell’acqua bassa, la ragazzina indossava un costume intero sulla cui parte anteriore c’era il disegno di Tigro il Tigrotto. I capelli radi le pendevano disordinatamente sul viso lentigginoso mentre faceva nuotare la sua Barbie nuda, facendosela girare intorno con ampi cerchi.
Il respiro dell’uomo si fece piú rapido, poiché l’aria era calda e soffocante sotto la sua maschera di carta crespa. La madre della bambina era al lavoro e la baby-sitter era entrata in casa da piú di venti minuti. Era la prima volta negli ultimi tre giorni che quell’uomo vedeva la ragazzina sola, senza che ci fosse nessuno a occuparsi di lei. Tuttavia, esitò.
Poi la vide cadere preda dei primi spasmi.
La piccola lasciò la presa sulla bambola, che cadde nell’acqua, e si portò le mani sulle orecchie. «Qualcuno sta bussando! Qualcuno sta bussando!»
L’uomo si irrigidí e mugugnò qualcosa a bassa voce. Immaginò di sentire i muti sussurri che in quel momento attraversavano la testa della bambina.
Loro l’avevano trovata.
Lei uscí dalla piscina, inciampando, senza smettere di premersi le mani sulle tempie, scuotendo la testa come in preda a un attacco di convulsioni. «Qualcuno sta bussando! Qualcuno sta bussando!»
L’uomo lanciò un’occhiata carica di preoccupazione verso l’ingresso posteriore della casa e si lanciò contro di lei.
Vedendolo, la ragazzina strillò e iniziò una corsa a zigzag in direzione della casa. Lui la bloccò, ma lei riuscí a divincolarsi dalla sua presa e, con uno scatto, cambiò direzione, lanciandosi verso il cancello del cortile sul retro. Quando le tagliò la strada, lei sgambettò in direzione della rete in fil di ferro che divideva il cortile da quello dei vicini, strinse le dita sulle maglie di ferro e le scosse, mettendosi a gridare.
Mentre lui la afferrava per le spalle, però, una spossatezza improvvisa parve impossessarsi della bambina, che si afflosciò contro la recinzione. Il volto serrato in uno sforzo di concentrazione, sussurrò le lettere dell’alfabeto come se stesse recitando un rosario. «A-B-C-D-E-F-G… H-I-J-K-L-M-N-O-P… Q-R-S-T-U-V…»
La sua voce si spense. Il profilo del viso subí una trasformazione impercettibile e la sua espressione si offuscò.
La sua piccola figura ebbe un nuovo, violento sussulto; si divincolò e, ringhiando, ghermí il tessuto della maschera, cercando di sfilargliela dalla faccia. Prevedendo che lo avrebbe fatto, l’uomo le afferrò le braccia e le abbassò con forza.
«Chi sei?» La voce della ragazzina aveva un’autorità da adulti. «Perché ci stai facendo una cosa simile?» I suoi luccicanti occhi viola lo fissarono, pieni di risentimento.
I lineamenti lisci e poco profondi del viso mascherato non tradivano alcuna emozione, ma quell’uomo tremava visibilmente. Tenendo a debita distanza la bambina che continuava a dimenarsi, le strinse la testa con le mani rivestite di gomma in quella che fu quasi una tenera carezza.
E poi, con un colpo secco, le spezzò il collo.

Stephen Woodworth, I tuoi occhi viola, Fanucci editore

30 gennaio 2006

Giorni in Atlantico

"c’erano giorni, sull’atlantico, senza una nuvola all’orizzonte, in cui il mare e il cielo erano dello stesso azzurro profondo. in quei giorni un sole tagliente illuminava masse d’acqua in tumulto, le creste candide delle onde si strappavano in brandelli di schiuma, la nave rollava su quelle enormi montagne d’acqua e un vento implacabile sollevava un pulviscolo di spruzzi che accendeva fugaci arcobaleni attorno alla prua. era quel genere di giorni per cui certe persone sarebbero pronte, sia pure in senso figurato, a dare la vita. ma che la maggioranza darebbe qualsiasi cosa per evitare, non fosse altro che per paura della morte. o della vita".
(da: björn larsson, il porto dei sogni incrociati)

29 gennaio 2006

Un guanciale di pietra sotto la testa

Mi sono messo a giacere
sotto le stelle,
una di quelle
notti che fanno dell’insonnia tetra
un religioso piacere.
Il mio guanciale è una pietra.
Siede, a due passi, un cane.
Siede immobile e guarda
sempre un punto, lontano.
Sembra quasi che pensi,
che sia degno di un rito,
che nel suo corpo passino i silenzi
dell’infinito.
Di sotto un cielo così turchino,
di una notte così stellata,
Giacobbe sognò la scalata
d’angeli di tra il cielo e il suo guanciale,
ch’era una pietra.
In stelle innumerevoli il fanciullo
contava la progenie sua a venire;
in quel paese ove fuggiva l’ire
del più forte Esaù,
un impero incrollabile nel fiore
della ricchezza per i figli suoi;
e l’incubo del sogno era il Signore
che lottava con lui.

Umberto Saba, L’insonnia di una notte d’estate

27 gennaio 2006

Il valore sconosciuto

Assegna un valore sconosciuto ai tuoi sogni dimenticati.
Scrivi imperituramente sulla sabbia.
Non stare mai ad aspettare te stesso.
Lascia che sia il cuscino a svegliarti.
Bussa, di’ “avanti”, e non entrare.

A. Brèton, P. Eluard, L’immacolata concezione, 1930

27 gennaio 2006

Paradigma

Il destino scrive per vie oblique le storie diritte.

Detto sudamericano

27 gennaio 2006

Ecco i nomi dell’alba Fandango.

26 gennaio 2006

Ferisce della lingua l’ûmidu duçe

lengua ’nfeuga Jamin-a / lingua infuocata Jamina
lua de pelle scûa / lupa di pelle scura
cu’a bucca spalancà  / con la bocca spalancata
morsciu de carne dûa / morso di carne soda
stella neigra ch’a lûxe / stella nera che accende
me veuggiu demuâ / mi voglio divertire
’nte l’ûmidu duçe / nell’umido dolce
de l’amë dû teu arveà  / del miele del tuo alveare
ma seu Jamin-a  / sorella mia Jamina
ti me perdunié / mi perdonerai
se nu riûsciò a ésse porcu / se non riuscirò a essere perverso
cumme i teu pensë / come i tuoi pensieri
destacchete Jamin-a / staccati Jamina
lerfe de ûga spin-a / labbra di uva spina
fatt’ammiâ Jamin-a / fatti ammirare Jamina
roggiu de mussa pin-a / getto di figa sazia
e u muru ’ntu sûù / e la faccia nel sudore
sûgu de sä de cheusce / umido di sale delle cosce
duve gh’è pei gh’è amù / dove c’è pelo c’è amore
sultan-a de e bagasce / sultana delle buttane
dagghe cianìn Jamin-a / vacci piano Jamina
nu navegâ de spunda / non navigare di sponda
primma ch’à cuæ munta e a chin-a / prima che la voglia salga e scenda
e nu me se desfe ’nte l’unda / e non mi si disfi nell’onda
e l’ûrtimu respiu Jamin-a / e l’ultimo respiro Jamina
regin-a muaé de e sambe / regina madre delle sambe
me u tegnu pe sciurtï vivu / me lo tengo per uscire vivo
da u gruppu de e teu gambe / dal nodo delle tue gambe.

Fabrizio de André, Jamin-a dal disco Creuza de Mä