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“Sono io”, dice lei. “Alla fine, sono sempre io”

Fuori dalla vasca, lui la avvolge in un asciugamano. Lui preme la bocca sulla sua pelle, le racconta storie. Il cuore di lei accelera, l’orologio che ha al polso ticchetta più veloce. Lei comincia a trasformarsi, a cambiare; prima è il coyote, poi una zebra, una giumenta e un uomo. Le sue ossa sono liquide, fluide. Ride, piange in dieci lingue diverse, abbaia e latra. Le mani di lui scivolano sulla sua pelle, il suo manto, la sua pelliccia, le sue scaglie, le sue pinne, caudale e natatoria. Lui succhia le dita dei piedi di un gorilla, bacia l’orecchio di una foca. Lei è grossa e magra, liquida e solida. Si spostano nel tempo: stesi su pellicce in una caverna, su un letto intagliato a mano in un palazzo, nomadi che attraversano il deserto, pionieri in una capanna di legno, sono su una barca, in cima a un grattacielo, sul ghiaccio di un igloo. Le loro cellule si assemblano e dissemblano. Volano attraverso la storia. Lei è una nuvola, vapore ed essenza. Lei è pioggia e cielo ed è sempre inevitabilmente se stessa. “Sei ancora tu?”, chiede lui. “Non so mai se ci sei veramente lì dentro”. “Sono io”, dice lei, ritornando se stessa. “Alla fine, sono sempre io”.

A. M. Homes, Cose che bisognerebbe sapere (traduzione di A. Cioni)

 

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