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Battaglia nel cielo: fenomenologia del disgusto

la fortuna vuole che ogni mattina, per andare a lavorare, io passi per una strada in cui la lucky red ha acquistato un paio di spazi pubblicitari. così mi ritrovo, di tanto in tanto, a sperimentare la funzione primitiva della pubblicità, non già conferma di qualcosa su cui da settimane la televisione insiste, martella, propone e dispone, ultimo tassello di una complessa azione di convincimento subliminale, bensì stimolo della curiosità, esperimento dell’efficacia di un titolo e di un’immagine, residuo barlume di democrazia del pensiero. su uno di questi cartelloni tempo fa campeggiava una ragazza distesa nuda e un titolo, battaglia nel cielo, tanto attraente quanto, per me, inedito. ancora ignaro della trama, con qualche vaga nozione nel frattempo raccolta sul regista, alcuni giorni fa m’imbarco nell’impresa. lo schermo mi presenta nell’ordine: una fellatio, la notizia di un rapimento, un devastante ritratto per quadri di città del messico, una scena di sesso tra un uomo brutto e una donna che più brutta raramente avevo visto, una scena di sesso tra quello stesso uomo e una ragazza con un bel culo, quella nuda sulla locandina, un omicidio inatteso, un percorso di espiazione in ginocchio, cappuccio in testa, alla volta di un santuario, una morte e, per chiudere il cerchio, una fellatio. esco dal cinema disgustato, il mio meccanismo di autodifesa proietta il disgusto sul film. concludo: un film orribile. ma è tutt’altro che una conclusione. quella musica di sottofondo, quelle scene, quello squallore, quella nudità inerme non mi abbandonano più, continuano a tormentarmi, mi martellano nella testa, mi fanno amaro in bocca. faccio tutto il viaggio di ritorno a casa pensando: se non facciamo qualcosa è la fine, se non facciamo qualcosa tutto sarà questo squallore, questa assenza di umanità, questa indifferenza, questa burocratizzazione dei rapporti umani, questa città di merda che è città del messico, che è roma. il film mi scorre nella memoria come pura sceneggiatura, nessuna concessione allo spettatore, una realtà scarna ritratta senza il filtro della consolazione, senza il rifugio di un’ipotetica salvezza, immobilismo, nessuna speranza di cambiamento che non sia la morte. disgusto appunto. quel disgusto che è la geografia della nostra quotidianità, ma da cui il senso di sopravvivenza ci distoglie, rendendoci complici di una società perversa in cui vige un solo meccanismo di relazione, da una parte chi produce, merce, notizie, valori, dall’altra chi questa merce, queste notizie, questi valori li ingurgita. un film orribile, sì. orribile perché proietta fuori di noi, e impietosamente ce la mostra, la nostra schiavitù.

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