Archive for marzo 2006

31 marzo 2006

La lingua italiana moderna

L’attuale Presidente del Consiglio italiano è l’editor migliore del mondo. Grazie a lui ho imparato un sacco di cose, senza bisogno di andare alla scuola Holden. Grazie a lui negli ultimi anni ho imparato ad avere orrore delle frasi fatte, a espellere la bassa retorica dalla mia lingua, a soppesare scrupolosamente la verità di ogni sillaba. Grazie a lui ho sviluppato un’ossessione per i rapporti di causa-effetto, per la tenuta logica di ogni paragrafo che scrivo. Grazie a lui ho espulso il narcisismo che abitava nei miei primi testi, l’ho messo fuori dalla porta come un gatto puzzolente. Che lui lo sapesse o meno, e che il suo esempio agisse in realtà per contrasto, non conta poi tanto. Il Presidente mi ha insegnato tutto quel che serviva, e lo ha fatto gratis! Bastava osservarlo e fare tutto il contrario.
…ma in realtà, disse una sera un amico esasperato durante una cena a base di cibo vegano e nichilismo politico, siete davvero convinti che, qualunque cosa sia successa negli ultimi anni, sia stata tutta colpa sua?
Decisamente no. Io scossi la testa. Ho sempre pensato a Berlusconi come a un problema linguistico, e il problema linguistico oggi è di tutti. Anche dell’Europa che ride tanto di noi.
Il problema linguistico occidentale è quello di una vita sempre più flessibile, multipla, frammentata, una vita-collage di identità provvisorie cui corrispondono, per mancanza di tempo e risorse, esperienze sempre più standard. Lungi dal portare a una comprensione dell’esistenza più estesa e profonda, la moltiplicazione delle identità (dai mille lavori che uno fa per sopravvivere, agli ambienti sociali più vari e disgregati che ci si trova a frequentare) porta a esperienze sempre più brevi, standardizzate, fatte di contatti superficiali e frasi fatte. Una vita composta di frammenti precotti. Di parole innocue, di frasi da montare e smontare senza dolore come un mobile dell’Ikea. Continua
qui.

Marco Mancassola, La lingua italiana dopo Silvio Berlusconi

31 marzo 2006

Non fanno fuoco mica tutti allo stesso modo (nel mucchio)

borasomucchio1Finalmente in libreria il saggio dell’Oblique Boraso.

 

Sono cresciuti nei servizi d’ordine della Sinistra extraparlamentare, nel segno dell’antifascismo militante/militare, nel mito della Resistenza incompiuta, dell’odio verso il«Pci traditore». Hanno «incendiato la prateria», dichiarando guerra a una società nemica, sostituendo alle parole i fatti: prima con le molotov e le mazze, poi con le P38 e i kalashnikov. Sono quelli di Prima Linea, quelli del «Mucchio Selvaggio». Protagonisti di qualcosa a metà tra un’organizzazione combattente e una banda armata, tra un gruppo di amici (e amanti) e un pugno di dissidenti della Sinistra extraparlamentare uscito dall’antagonismo diffuso degli anni Settanta per imboccare la via senza ritorno della lotta armata. Questa è la loro storia, poco autorizzata, per larghi tratti ancora inesplorata, capace di alimentare una lunga scia di sangue troppo in fretta cancellata dalla memoria del Paese.

 

 

Giuliano Boraso, Mucchio Selvaggio, Castelvecchi editore

30 marzo 2006

Bandiere vibrano al vento dell’India

bandierine

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dido

30 marzo 2006

Meglio i pensieri spogli di Dido,
quando Enea si dipartì,
memore di Sicheo,
arsa di rinuncia,
e pianto
che nemmeno le lacrime
ci sono più,
a memoria
nelle trasparenze di uno sguardo
incapace
di qualsiasi oltre,
perché non c’è domani
se si è perso
il presente.
Dido, Dido,
inginocchiati,
sbatti il volto sulla sabbia,
maledici il mare,
a forza di silenzio;
è tempesta
il cuore
in rivolta.
Ogni ombra è sciabola,
si perde il senso
si sfila la certezza;
un veleno delicato
il consenso.

Eugène Bonnard, Le ombre buie di Dido

30 marzo 2006

30 marzo

Gli dèi non più immortali, block-notes gonfi d’appunti, la pensantezza dei passi, la forza del sì e del no. Il sonno che si fa men duro. Oggi è bagno di sole?

30 marzo 2006

Ménage à trois

 

Aspettando lo scirocco insinuiamoci nei ménage à trois: azzardi esistenziali che, sotto la superficie innocua ed invitante del gioco, celano l’insidia della dannazione. L’interiorità si esprime «per vie appartate», lo slancio è sensuale ed accecante, dietro il paravento galante e cangiante delle finzioni possibili. La veridicità dell’artificio amplifica la verità da nascondere.

 

 

*

 

Stamattina non sono più solo. Una donna recente
sta distesa sul fondo e mi grava la prua
della barca, che avanza e fatica nell’acqua tranquilla
ancor gelida e torba del sonno notturno.
Sono uscito dal Po tumultuante e echeggiante nel sole
di onde rapide e di sabbiatori, e vincendo la svolta
dopo molti sussulti, mi sono cacciato
nel Sangone. «Che sogno», ha osservato colei
senza muovere il corpo supino, guardando nel cielo.
Non c’è un’anima in giro e le rive son alte
e a monte più anguste, serrate di pioppi.
Quant’è goffa la barca in quest’acqua tranquilla.
Dritto a poppa a levare e abbassare la punta,
vedo il legno che avanza impacciato: è la prua che sprofonda
per quel peso di un corpo di donna, ravvolto di bianco.
La compagna mi ha detto che è pigra e non s’è ancora mossa.
Sta distesa a fìssare da sola le vette degli alberi
ed è come in un letto e m’ingombra la barca.
Ora ha messo una mano nell’acqua e la lascia schiumare
e m’ingombra anche il fiume. Non posso guardarla
   sulla prua dove stende il suo corpo che piega la testa
e mi fissa curiosa dal basso, muovendo la schiena.
Quando ho detto che venga più in centro, lasciando la prua,
mi ha risposto un sorriso vigliacco   «Mi vuole vicina?»
[…] Ora l’ombra è estuosa
al sudore che pesa nel sangue e alle membra infiacchite,
e la volta degli alberi filtra la luce
di un’alcova. Seduto sull’erba, non so cosa dire
e m’abbraccio i ginocchi. La compagna è sparita
dentro il bosco dei pioppi, ridendo, e io debbo inseguirla.
La mia pelle è annerita di sole e scoperta.
La compagna che è bionda, poggiando le mani
alle mie per saltare sul greto, mi ha fatto sentire,
con la fragilità delle dita, il profumo
del suo corpo nascosto. Altre volte il profumo
era l’acqua seccata sul legno e il sudore nel sole.
La compagna mi chiama impaziente. Nell’abito bianco
sta girando fra i tronchi

e io debbo inseguirla.

 

Cesare Pavese, Tradimento

 

29 marzo 2006

Il precipizio dietro la seduzione

La droga può essere traditrice facendoti precipitare in recessi irreali e nei perfidi antri del panico. Un’identità scivola via e non si può più scegliere di esserci incarnato, ci si lascia abbindolare voluttuosamente.

Alexander Trocchi, Il Libro di Caino

Ma questa volta i vari stadi della droga attraverso i quali ripassava gli erano apparsi sotto un aspetto nuovo, squallido. Si accorgeva di che mediocre tranello fosse stato ogni gradino della sua discesa. Non era più il piacere di una menzogna che si nasconde sotto la maschera seducente della novità: ora un demone sovraccarico di lavoro afferrava un altro cliente ripetendo distrattamente un vecchio trucco imbecille: “Se ne prendi un po’ oggi, ne prenderai meno domani”.

Drieu La Rochelle, Fuoco fatuo

27 marzo 2006

Lucertole

"qualunque tentativo di fare amicizia con le lucertole è destinato a fallire. sono creature diffidenti e paurose che vanno (o piuttosto che sfrecciano) per la loro strada. un fallimento che contiene un suo aspetto metaforico, confermando che si può anche vivere insieme sotto lo stesso tetto senza riuscire a capirsi e a trovare un linguaggio comune".
(da: ryszard kapuściński, ebano)

 

Istruzioni a una lettera

26 marzo 2006

Vai da lui! Lettera felice!
Digli – digli la pagina che non ho scritto –
digli – che ho usato  solo la sintassi –
e tralasciato il verbo e il pronome –
Digli come le dita s’affrettavano –
poi piano procedevano – a fatica –
occhi avresti voluto nelle pagine –
per vedere cosa le turbasse –
Digli – non era una scrittrice molto esperta –
la frase laboriosa lo svelava –
si udivano gli strappi del corsetto –
non aveva che la forza di un bimbo –
Ne provasti pietà – tu – quanto ansimare –
Diglielo – o forse no – puoi sorvolare –
Sapergli gli frantumerebbe il cuore –
e tu ed io saremmo ancor più mute.
Digli – la notte finì prima di noi –
e il vecchio orologio seguitava a nitrire: “Giorno!”
e tu – assonnata – da me invocavi d’essere conclusa –
che cosa mi impediva di continuare?
Digli – con quale cautela ella ti chiuse –
Ma  se vorrà sapere ancora dove rimarrai nascosta
fino a domani – oh lettera felice
scuoti il capo con grazia maliziosa! – e non parlare!

Emily Dickinson, 494

24 marzo 2006

Inferni e godimenti

Molte ha la vita forze tremende; eppure più dell’uomo nulla, vedi, è tremendo.
Sofocle, Antigone, I stasimo, vv. 332-334
In questo specchio nero vi riconoscete, Faust di Goethe, di Mann, di Pessoa…

E, certo, le pene che si tramanda ci siano nell’Acheronte profondo sono tutte qui, per noi, nella vita. Né Tantalo infelice teme il gran masso che incombe nell’aria, come si racconta, paralizzato da un vano terrore; ma piuttosto nella vita la sciocca paura dei numi schiaccia i mortali, e temono il colpo che su ognuno cali la sorte. Né entrano in Titio disteso nell’Acheronte gli alati, né veramente possono trovare in eterno qualcosa in cui frugare, dentro il vasto suo petto […] Ma Titio è qui fra noi: prostrato nell’amore, lo straziano gli alati e un’ansiosa angoscia lo rode, o per qualche altra passione lo scavano gli affanni. Anche Sisifo è qui nella vita davanti ai nostri occhi che s’impunta a chiedere al popolo i fasci e le scuri spietate, e sempre vinto e triste si allontana. Chiedere il potere che è vano e non vien dato mai, e per esso durar sempre una greve fatica, questo è spingere, puntando i piedi, su per l’erta d’un monte un macigno, che poi dall’estrema vetta di nuovo rotola in basso e precipite cerca l’uniforma distesa del piano. Ancora: pascere sempre l’ingrata natura dell’animo e non colmarla di beni né saziarla mai, come fanno a noi le stagioni dell’anno che tornano in cerchio recando i frutti e i vari loro incanti, senza che mai ci saziamo dei frutti della vita, questa, io credo, è la fiaba delle fanciulle in fiore intente a raccogliere l’acqua in un’urna forata, che tuttavia riempire non si può in nessun modo. E Cerbero e le Furie e la privazione di luce, il Tartaro che erutta dalle fauci vapori tremendi, non sono in nessun luogo né possono esistere certo […] anche se tutto è lontano, la mente conscia dei falli esercita inquieta il pungolo e brucia con la sferza, né vede intanto qual termine possa esserci ai mali, né qual sia finalmente la sosta delle pene, e anzi teme che ancora si aggravino dopo la morte. Qui sulla terra s’avvera per gli stolti la vita d’Inferno.
Lucrezio, De rerum natura, III, vv. 978-1023
L’antico grida al modernol’inferno immanente alla psiche. In mezzo scorre la trascendenza medioevale.

Senza piacere quale vita di uomo, quale umana potenza è desiderabile ancora? Senza godimento nemmeno l’esistenza di un dio ha più senso.
Simonide, fr.57
Ardito precursore dei vari D’Annunzio e Huysmans